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Il procuratore capo intervistato alla rassegna letteraria a Catanzaro

E' ormai noto che il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri è spesso e volentieri oggetto di attacchi - sia scritti che verbali - in cui gli vengono attribuiti numerosi epiteti tra cui persecutore, giustizialista o forcaiolo.
Basti ricordare il subdolo attacco che ha dovuto sostenere durante la trasmissione DiMartedì andata in onda settimana scorsa su La7.
Gratteri, ospite alla rassegna letteraria a Catanzaro al Parco della biodiversità per presentare l’ultimo libro scritto dal magistrato insieme allo storico e giornalista Antonio Nicaso dal titolo "Non chiamateli eroi", ha evidenziato la complessità di un'inchiesta e i metodi di controllo che garantiscono la correttezza del procedimento giudiziario. Rispondendo alle domande del massmediologo Klaus Davi, il magistrato ha specificato che "noi come procura facciamo le indagini con la polizia giudiziaria" poi chiediamo al "gip l'ordinanza di custodia cautelare", la quale viene emessa solo se ci sono delle particolari condizioni; inoltre "si può andare al riesame e si può fare ricorso per Cassazione". La posizione di ogni singolo indagato o imputato rispetto al primo grado di giudizio viene letta anche da "trenta, quaranta o cinquanta magistrati" di conseguenza non è possibile individuare il singolo pm come il protagonista assoluto di un procedimento giudiziario additandolo come una sorta di autocrate. Perché se ciò avviene - sia in buona che in cattiva fede - si crea "l'idea che ci sia una sorta di persecuzione" ha detto Gratteri sottolineando che "noi non indaghiamo il politico, non iniziamo intercettando il politico o il faccendiere o il massone deviato. E' questo che deve capire la collettività". E poi ancora, se un politico o un imprenditore va a trovare il capomafia per parlare di affari e di reati, la colpa "non è né di Gratteri, né dei carabinieri, né della finanza e né dei sostituti di Gratteri. La colpa è tua che sei andato al servizio di quella famiglia di 'Ndrangheta".
Secondo Gratteri questo collegamento tra l'ndranghetista e il collettò bianco si può concretizzare anche quando il candidato ha paura di non essere eletto: "Capita anche a persone normali che nelle ultime quarantotto ore, o negli ultimi pochi giorni, per la paura di non farcela, di non essere eletti, fanno il patto con il diavolo. Vanno a incontrare i raccoglitori di voti o gli 'ndranghetisti e poi la colpa è di Gratteri".
Fa strano vedere che nel Paese culla - detto senza vanto ma con vergogna - delle mafie più potenti al mondo in primis la 'Ndrangheta, si cerca di mettere alle strette chi sta cercando di combatterle con molti sacrifici, anche personali, e riuscendo a raggiungere anche obbiettivi importanti. Ripercorrendo gli ultimi anni a capo della Dda di Catanzaro, Gratteri ha raccontato come al suo arrivo vi fossero “fascicoli che giacevano nei cassetti da 18 anni, oggi il più vecchio non supera i 3 anni". “La squadra che ho messo in piedi - ha spiegato  è fatta di persone laboriose e preparate. Lavoriamo compatti e raggiungiamo gli obiettivi, siamo una grande famiglia. Non è vero che in Calabria siamo meno produttivi, siamo stati la Procura che ha smaltito più lavoro durante il lockdown. In quattro mesi abbiamo costruito l’aula bunker più grande d’Europa e stiamo realizzando la nuova Procura con un parcheggio sotterraneo di 180 posti. Ogni mattina faccio 5/6 riunioni, parlano tutti e non si esce finché non decido come procedere. La mediazione non è mai al ribasso perché non fa raggiungere gli obiettivi".

Gli effetti collaterali della riforma Cartabia
Non sono mancate le domande sulla riforma Cartabia e sull’istituto dell’improcedibilità che si applicherà nei processi d’appello, come non sono mancati in questi mesi gli attacchi contro Gratteri per le sue posizioni prese a tale riguardo. La provocazione del condirettore di Libero Senaldi durante la trasmissione DiMartedì ne è un esempio: “La riforma ve la siete meritata e voluta” ha detto Senaldi, ignorando completamente che le prime vittime di questa riforma, non saranno di certo i magistrati, ma i cittadini.
Secondo il procuratore, "ancora non ce ne rendiamo conto ma gli effetti della riforma si vedranno quando entrerà in vigore, intorno al 2024". L’improcedibilità colpirà reati come la corruzione e i reati contro la pubblica amministrazione ma anche l’omicidio colposo sul luogo di lavoro che "non ci celebrerà mai in due anni” perché “sono reati senza detenuti" ha detto Gratteri, spiegando che questa situazione lascerà molte vittime senza la possibilità di avere giustizia da parte dello Stato. E se questo Stato non sarà in grado di provvedere ad un'amministrazione adeguata della giustizia, i cittadini a chi si rivolgeranno?
Alcuni potrebbero arrivare a rivolgersi alla mafia. Quella stessa mafia che, come ha ricordato il procuratore è composta da "vigliacchi", "maestri della tragedia" intesa come "l’arte di creare liti e rotture tra due parti" e responsabili "della morte di donne e bambini".  E poi ancora, la riforma farà avere all'Italia i soldi del Recovery fund ma il pericolo che le mafie mettano le mani su quel denaro è concreto. "La storia ci insegna che le mafie sono presenti sempre dove ci sono state catastrofi, dove c’è da gestire denaro e potere. I soldi della cocaina non si riciclano solo comprando pizzerie, può accadere che la ‘Ndrangheta metta mano sui fondi del Recovery fund” ha concluso Gratteri. Di tutto questo si parla poco e male nel grande circuito dell'informazione nazionale e spesso si dimentica che ci sono magistrati oggetto di vere e proprie condanne a morte. Magistrati che oggi rappresentano l'ultimo baluardo della nostra democrazia ma bollati da alcuni come 'eversivi' o 'persecutori'.

La tavola rotonda con Simona dalla Chiesa
Al termine dell’intervista si è tenuta una tavola rotonda su Memoria e Legalità tra il questore di Catanzaro Mario Finocchiaro, il giornalista Rai Paolo Di Giannantonio e Simona dalla Chiesa dell’associazione Libera Catanzaro.
"Ci sono due cose che mi hanno colpito del libro - ha detto dalla Chiesa - Il titolo prima di tutto, 'Non chiamateli Eroi', e il significato della memoria. Ci sono tante storie di persone che consapevolmente hanno dato la loro vita o che in maniera casuale si sono trovate sulle traiettorie dei proiettili. Io credo che chi ha scelto per tutta la vita come ha detto il procuratore in maniera martellante di fare il proprio dovere con coerenza, in maniera limpida, mettendosi contro non solo i poteri illegali ma anche quelli riconosciuti che però agiscono nell'illegalità, non sono persone che devono essere chiamate eroi perché stanno facendo solamente il loro dovere. Però dall'altra parte io penso che chi sceglie consapevolmente di fare bene il proprio lavoro in un ambiente di questo genere fa eroicamente il proprio lavoro. Non sono eroi ma lavorano in maniera eroica, e questo va riconosciuto". Infine è intervenuto il giornalista Rai Paolo Di Giannantonio dicendo che: "Non si sta dando il giusto valore alla storia e la storia è soprattutto fatta di uomini e di donne che hanno fatto tanti sacrifici".

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