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I beni confiscati alla Mafia rappresentano un potenziale di crescita sociale ed economica per i territori spesso inutilizzato. 
E' quanto emerge nella Relazione sull'analisi delle procedure di gestione dei beni sequestrati e confiscati messa a punto dalla Commissione antimafia, presieduta da Nicola Morra in cui si parla di una serie di criticità nella loro gestione. A partire dalla constatazione, spiega il relatore Erik Pretto, che le credenziali di accesso al registro dell'Anbsc (Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata) non sono mai state chieste dal 63% dei Comuni su cui si trovano i 18.518 immobili e le 2.929 aziende sottratte alla malavita, asset a cui si aggiungono 3,6 miliardi di euro confluiti nel Fondo unico giustizia. Dati su cui, però, c'è una "sostanziale inattendibilità e incompletezza", spiega la relazione, anche alla luce dell'audizione della ministra della Giustizia, Marta Cartabia, che ha dichiarato: "Sembra incredibile, ma mancano alcuni elementi importanti a livello conoscitivo. Abbiamo pochi dati sul valore effettivo dei beni e mancano i dati sui sequestri penali". 
La relazione contiene anche un vademecum per gli enti locali, uno strumento di aiuto per i sindaci che, come emerso nell'audizione dell'Anci, hanno sottolineato la mancanza di informazione sul tema, nonché di fondi che consentano di valorizzare o, addirittura, utilizzare i beni confiscati, la distanza temporale eccessiva tra confisca definitiva e destinazione, le condizioni dei beni da destinare, spesso frattanto vandalizzati o comunque danneggiati dall'incuria. 
Nel testo si evidenzia anche l'inopportunità di assegnare direttamente al terzo settore gli immobili confiscati, senza prima passare dalle amministrazioni comunali. Fra le criticità individuate, anche i vari metodi per stimare il valore aziendale adottati dai diversi Tribunali in assenza di linee univoche. 
Altro elemento negativo il fatto che "ha trovato effettivo impegno o pagamento solo poco meno di un sesto" di 68 milioni di euro del Programma operativo nazionale legalità 2014-2020. Al di là di criticità di sistema e tecniche, è l'allarme lanciato dalla relazione, nel rallentamento della distribuzione dei finanziamenti possono giocare un ruolo "pressioni e tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata in questa tipologia di procedure". 
Una lettura, si spiega, coerente con la situazione della Calabria, dove sono scarse le risorse erogate, in una terra di enormi volumi di beni confiscati, ma anche di grande pressione della 'Ndrangheta.

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