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Arriviamo, io e Faro, che ormai mi accompagna sempre in questi pellegrinaggi civili, a Milazzo, nel pomeriggio del 19.8, in tempo per imbarcarci sull’aliscafo per Lipari. Nessun controllo anticovid, niente green pass, niente misurazione della temperatura, il cui apparecchio sta abbandonato su un tavolinetto quasi un oggetto dimenticato. Tutti i posti a sedere sono occupati, c’è gran movimento in entrata e in uscita dall’isola: quest’anno si parla di circa 100 mila presenze. Arriviamo dopo un’ora e ci trasferiamo nei locali del Centro studi Eoliano. La presentazione del mio libro “In nome dell’antimafia” è stata organizzata dall’Associazione Culturale Città Invisibili, nata da poco, e i cui responsabili, Alessio Pracanica, Memi De Luca e Santo Laganà, mi sottopongono a una fila di domande, dalle quali si evince che hanno letto il libro e hanno colto il senso delle inchieste e di quanto è stato portato avanti in Italia, particolarmente in Sicilia sotto l’etichetta dell’antimafia”. Ci tengo a chiarire, anche in risposta a una domanda di Santo Laganà, che ha richiamato la definizione di Sciascia, che per me l’antimafia è una cosa seria, che io ci credo e che non appartengo alla cerchia di quei giornalisti alla ricerca di qualsiasi occasione per scagliarsi contro. Su stimolo di Memi De Luca descrivo le anomalie della legge sulle misure di prevenzione e la sua scarsa coerenza costituzionale, oltre che la sua difformità dal sistema penale, che dovrebbe essere l’unica normativa “giusta” nell’amministrazione della giustizia e nella facoltà di disporre il sequestro, la confisca o il dissequestro dei beni dei mafiosi. Anzi, non dei mafiosi, ai quali sostengo che vanno confiscate anche le mutande, ma dei “presunti” mafiosi, nei confronti dei quali esistono spesso solo indizi che non hanno valenza di prove. Alessio mi invita a parlare delle proposte da me avanzate per riformare questa legge e mi soffermo a parlare delle amministrazioni giudiziarie, che dovrebbero essere pagate dallo stato e non dall’azienda sequestrata, del pagamento delle commesse, del quale gli amministratori sono dispensati, sino a quando non si arriva alla dichiarazione di fallimento e alla svendita dei beni: ritengo indispensabile anche la collaborazione con i preposti, che conoscono il meccanismo d’amministrazione delle proprie aziende e il contributo, da erogare attraverso i fondi del FUG (il fondo in cui sono convogliati i soldi liquidi e le azioni sequestrate ai mafiosi), per il pagamento dei costi della legalità, ma soprattutto per non far perdere i posti di lavoro a chi lavora dentro i beni sequestrati. Faro dice anche la sua, parlando del mio lungo percorso di giornalista, dal giornale L’Ora di Palermo, di cui sono stato corrispondente, a Radio Aut, di cui sono stato animatore, assieme a lui, al mio lavoro a Telejato, all’interno della cui emittente sono nate le inchieste sull’argomento. Alla fine mi butta un assist provocatorio: "Chi sono i “quotini”?" La domanda nasconde anche l’asse centrale del libro e la sostanza di un’analisi che tende a evidenziare gli stretti confini in cui si muove il gracile capitalismo siciliano, stretto tra mafia, antimafia di facciata e ceti parassitari che hanno costruito una nuova gabbia di controllo e di sfruttamento spregiudicato del poco che resta: ne sono componenti personaggi politici, magistrati, docenti universitari, giornalisti, economisti, avvocati, medici di qualsiasi livello, cancellieri, consulenti, impiegati dei vari uffici, ingegneri, architetti, insomma una serie di professionisti spesso intelligenti, altre volte senza scrupoli, collaborati da figli e parenti, che hanno in mano la città e sanno come muovere le leve del potere riuscendo a mettere al proprio servizio persino gli stessi mafiosi, ai quali chiedono laute parcelle per difenderli. Una situazione che al momento non offre speranze sulla via di costruzione di una società diversa, rispetto a cui, su domanda di Alessio, rispondo che ad ognuno di noi e alla nostra capacità di sapere costruire progetti sociali alternativi è affidata qualsiasi residua speranza. Conclusione apprezzata dalle 25 persone presenti, 20 delle quali donne, che hanno resistito sino alla fine, chiedendomi poi una dedica sul libro. Il 21.8 si replica con Nicola Gratteri che presenterà il suo ultimo libro scritto con Antonio NIcaso “Non chiamateli eroi”, Falcone, Borsellino e altre storie di lotta alle mafie.

In foto da sinistra: Alessio Pracanica, Salvo Vitale, Memi De Luca, Faro Di Maggio e Santo Laganà

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