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Dalla profezia sull’uccisione di un manifestante alla nuova strategia della tensione: quella strana missiva che criticava la linea morbida delle forze dell’ordine

Su Genova sappiamo tutto. Su Genova sapevamo già tutto. Era stato scritto nero su bianco più di un mese prima dell’inizio del G8. Non sui volantini del Genoa Social Forum, ma su un documento redatto in gergo dei servizi segreti ritrovato casualmente il 5 giugno 2001 da due agenti di Polizia in bidone dell’immondizia di Via delle Vite, a due passi da Palazzo Chigi. Il palazzo dove, sei giorni più tardi, si sarebbe insediato il secondo governo presieduto da Silvio Berlusconi.
Stiamo parlando di un documento dal contenuto profetico poiché aveva descritto per filo e per segno la catena di eventi che si sarebbero verificati durante le tre giornate di incontri degli otto grandi della terra.
“G8 Genova: Problemi e prospettive” è il titolo di questo reperto, che non presenta né intestazione nemmeno una firma. Seguono una decina di pagine di critiche al piano di ordine pubblico previsto per il summit (non dimentichiamo che all’epoca era ancora in carica il governo di centrosinistra guidato dall’indipendente Giuliano Amato) e di veleni contro il vicecapo della Polizia, Ansoino Andreassi, bollato come “militante di estrema sinistra”. Non dimentichiamo che, come riportò in seguito Vittorio Agnoletto, Andreassi fungeva da interlocutore tra il Genoa Social Forum e le forze dell’ordine. Nulla di promiscuo, era il funzionario di Polizia incaricato di mantenere i contatti con la testa di comando del movimento no-global per i fini logistici della manifestazione.
“La struttura di Genova - prosegue lo strano documento rinvenuto dalla Polizia - ne fa il campo di battaglia ideale per chi, anche in seconda fila, intenda estremizzare le proteste”. Poi la profezia: “È fin troppo facile prevedere l’eventualità che giovani poliziotti, magari inesperti o esausti dopo giorni di veglia, se isolati possano reagire sparando, realizzando così il sogno di chi sicuramente ‘cerca il morto’, per dimostrare che l’Italia del luglio 2001 è retta da un Governo autoritario e dispotico”. Sembra di essere ritornati indietro di almeno vent’anni, all’epoca della strategia della tensione. Creare un clima sempre più pesante, con continui falsi allarmi, attentati e finte veline dei servizi segreti per spingere le forze dell’ordine ad un’azione repressiva nei confronti della protesta.
Era accaduto negli anni ’70. È successo anche al G8 di Genova.
In un rapporto del Sisde del 28 marzo 2001 si cita una presunta riunione avvenuta a Francoforte tra elementi dell’estremismo italiano, tedesco e francese, un consesso nel quale si sarebbe discusso dell’utilizzo di copertoni incendiati da scagliare contro le forze dell’ordine. Oppure, prosegue il rapporto, “di organizzare una raccolta di sangue, al fine di riempire migliaia di palloncini contenenti, almeno in parte, sangue umano” al fine di far sospettare gli agenti di essere stati colpiti da materiale infetto. In quegli stessi giorni, la stampa nazionale ipotizzò anche lanci di frutta contenente lamette di rasoio. Il controspionaggio tedesco (Bnd) produsse dossier allarmanti riguardo alle armi che i manifestanti avrebbero potuto utilizzare: come “trappole antiuomo” per catturare esponenti delle forze dell’ordine, tempeste magnetiche per mettere fuori uso qualsiasi strumento elettronico oppure piccoli aerei telecomandati per diffondere agenti chimici o biologici nell’atmosfera. Le informative vennero fatte filtrare alla stampa, la quale come una cassa di risonanza amplificò ancora di più il boato di queste presunte ‘notizie riservate’. Poi, come se fossimo davvero tornati negli anni di piombo, tornarono le bombe. Il 16 luglio un pacco anonimo spedito alla Caserma San Fruttuoso di Genova scoppiò ferendo gravemente il giovane carabiniere Stefano Storri. Lo stesso giorno, davanti al comando dei Carabinieri di Genova, in via Gobetti, venne intercettato un furgone sospetto con targa francese e i finestrini oscurati. Intervennero gli artificieri ma era un falso allarme. Una nuova bomba esploderà due giorni più tardi nella sede del Tg4, ustionando le mani della segretaria di redazione. Stava aprendo una busta indirizzata al direttore Emilio Fede.
I giornali segnalarono nuovi ordigni ritrovati dalle autorità in tutt’Italia: una bomba in una pentola a pressione a Bologna indirizzata alla Polizia, un’agenzia di lavoro interinale data alle fiamme a Milano, una busta incendiaria spedita alla filiale Benetton di Treviso, due proiettili invece vennero spediti al sindaco di Genova Giuseppe Pericu. Chi ha spedito quelle bombe? E per quale motivo?
Due domande che, a distanza di vent’anni, restano senza risposta.
È una delle relazioni conclusive di minoranza della Commissione d’inchiesta sul G8 a ribadire che il dottor Arnaldo La Barbera (all’epoca capo della Direzione centrale della polizia di prevenzione) aveva il compito di filtrare le notizie che provenivano dai servizi e di passarle alle forze dell’ordine. Il poliziotto ha confermato di aver diffuso 126 note dell’intelligence sulle 200 prodotte ma, ha anche affermato, questi documenti contenevano informazioni “non dettagliate” che spesso si sono rivelate “prive di qualsiasi riscontro”. Le veline trasmesse alla Polizia, si può leggere nella relazione delle opposizioni, non solo “non aiutavano ad elaborare una razionale strategia di difesa” ma “si rivelavano del tutto idonee tanto ad aumentare la tensione nella città di Genova quanto a motivare i gruppi più violenti”.
Dettagliatissime informazioni sulla frangia più estrema della protesta verranno inviate dal Sisde alle forze dell’ordine nella mattinata del 20 luglio 2001: “I rappresentanti inglesi dei black bloc hanno manifestato l’intenzione di sfondare la zona rossa attraverso Piazza Colombo (…) l’azione sarà effettuata di concerto da circa 300-500 militanti che si concentreranno intorno alle 12 a Piazza da Novi per poi dirigersi verso il punto di attacco”. Ed è esattamente il punto in cui i black bloc si raduneranno sin dalle 10 di quella giornata per procacciare armi e oggetti contundenti da usare per mettere a ferro e fuoco la città, senza però incontrare il benché minimo ostacolo da parte delle forze dell’ordine.
Proprio il documento anonimo ritrovato in Via delle Vite lanciava l’allarme sulla gestione dell’ordine pubblico previsto per il G8: “Lasciare ‘Genova aperta’ e difendere con ogni mezzo la zona rossa è l’opzione alla quale lavora l’attuale governo (Amato, nda) che appare totalmente suicida. Infatti in questo modo l’iniziativa viene lasciata tutta nelle mani di chi vuole trasformare Genova in un campo di battaglia”.
Non a caso il pomeriggio del 21 luglio, dopo la devastazione della città da parte dei black bloc, la morte di Carlo Giuliani e la pessima gestione di piazza da parte delle forze dell’ordine, il Capo della Polizia Gianni De Gennaro mandò in città Arnaldo La Barbera, ufficialmente per operazione di collegamento con le polizie straniere. La Corte di appello di Genova sostiene che il compito di La Barbera sia stato di tutt’altra natura, cioè quello di “predisposizione di pattuglioni con il compito di perlustrare la città alla ricerca dei Black Bloc”. Il motivo di tale scelta, come sostengono i giudici riprendendo il pensiero di Ansoino Andreassi, era “riscattare l’immagine della Polizia, che nei giorni precedenti era sembrata inerte ai gravissimi episodi di devastazione e saccheggio cui era stata sottoposta la città, e ciò doveva provvedersi mediante arresti; era necessaria una attività più incisiva (…)”.
Così si arrivò alla mattanza compiuta durante la perquisizione alla scuola Diaz. Se volessimo effettuare una lettura più ampia, potremmo dire che dopo i disordini del 20 luglio si volle dare un segnale forte. A distanza di vent’anni non sappiamo a chi fosse indirizzato quel messaggio, ma conosciamo l’effetto prodotto: il movimento no global non c’è più e chi si è macchiato di tali atrocità (o chi le ha coperte) si è garantito l’impunità e una folgorante carriera ricca di promozioni, regnante sia il centro destra che il centro sinistra.

In foto: carica della Polizia al G8 di Genova del 2001 © Ares Ferrari

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