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Morto per aver denunciato alla magistratura diverse irregolarità nell’aggiudicazione degli appalti ed essere riuscito ad ottenere l’annullamento della gara.
Questa, in sintesi, è la storia dell'omicidio dell'imprenditore campano Gennaro Musella ucciso in quel 3 maggio 1982 con una bomba installata sulla sua Mercedes alle 8 e mezzo del mattino.
Ma perché il professore Nando dalla Chiesa ha ricordato, su un articolo del Fatto, questo onesto e coraggioso imprenditore?
"Mi è venuto in mente proprio lui" perché "ci stiamo preparando con qualche timore a gestire i fondi in arrivo dall’Europa per rimediare al disastro sociale e sanitario in cui siamo precipitati a causa. E ci chiediamo (non tutti, in realtà) come evitare che questi fondi finiscano nelle mani dei clan, che siano le loro imprese a vincere appalti e soprattutto subappalti. Ebbene" - ha aggiunto della Chiesa - "io sogno cento, mille Gennaro Musella al servizio della nostra pubblica amministrazione che, in chiusura di ogni gara, ma proprio di ogni gara, quando si metteranno a confronto le varie offerte, impediscano alle oche giulive di andare diritte sulla busta contenente il prezzo più vantaggioso. Come è possibile la somma “x” con tot operai a questo salario? Con tot quintali a questo prezzo d’acquisto? Questa sarebbe la selezione ideale" e non "le scartoffie che stroncano qualunque imprenditore onesto, ma le competenze che stroncano qualunque imprenditore mafioso".
Il caso dell'imprenditore Musella parla chiaramente del nostro presente ma "chi se lo ricorda?" ha domandato il professore.
"Una vicenda esemplare. Musella, padre di quattro figli, aveva portato tutta la famiglia a Reggio, coltivando progetti di sviluppo della sua impresa che avrebbero fatto il bene della Calabria". La sua ditta, "si stimava che la sua fosse la seconda impresa di edilizia marittima del sud. In qualsiasi contesto bisognoso di occupazione sarebbe stato accolto come un pubblico benefattore".
Ma quando partecipò ad una gara d'appalto per la costruzione del nuovo porto turistico di Bagnara, sul Mar Tirreno, qualcuno cambiò radicalmente idea su lui.
"Preparò il suo progetto - racconta dalla Chiesa - con perizia e amore, convinto di avere qualità, strutture e genio per vincerlo. Invece lo perse. L’appalto andò a una impresa siciliana. Questioni di prezzo, di massimo ribasso".
Musella, che non era stupido, capii subito che il listino prezzi della ditta che si era aggiudicata l'appalto aveva prezzi troppo bassi per essere sostenibili.
Infatti "contestò scientificamente la propria esclusione a opera dell’azienda vincitrice, legata a Carmelo Costanzo, uno dei celebri 'cavalieri del lavoro' che allora impazzavano nell’economia meridionale godendo di altrettanto celebri appoggi mafiosi".
Immaginiamo Musella alle prese con questo 'grande imprenditore' legato alla mafia: Come fa a piazzare questa cifra per il personale se per legge il costo minimo degli operai è molto più alto? - oppure - Come fa a mettere questi costi delle materie prime se un quintale di qualità minima al più basso prezzo di mercato costa molto di più di quel che figura nel preventivo?
"Insomma tanto precisamente obiettava e tanto decisamente evocava il broglio che costrinse a rifare la gara" dopodiché "Musella si preparò al nuovo bando. Ma avrebbe vinto un’altra azienda catanese legata al gruppo Graci, di nuovo i cavalieri del lavoro. Stavolta non fece in tempo a verificare i conti della concorrenza perché prima della chiusura della gara, giusto quel 3 maggio, venne fatto saltare in aria".
La giustizia, come sempre, non si presentò.
Secondo un rapporto dei carabinieri, vi era di mezzo una delle più potenti famiglie di 'Ndrangheta, i De Stefano, che scalpitava per fare un favore al boss catanese Nitto Santapaola e all'imprenditoria siciliana legata a Cosa Nostra.

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