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Cerimonia di beatificazione fissata per il 9 maggio

Oggi a Palazzo dei Marescialli è stato proiettato in anteprima il docufilm dedicato a Rosario Livatino, il giovanissimo giudice ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990. L'evento si è svolto alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, del ministro della Giustizia Marta Cartabia, del vicepresidente del Csm David Ermini, del presidente della Cei cardinale Gualtiero Bassetti e di alcuni Consiglieri togati e laici.
L'emittente televisiva della Cei, Tv2000, in occasione della beatificazione del magistrato, ha deciso di trasmettere il docufilm, dal titolo 'Picciotti, che cosa vi ho fatto?' domenica alle 21.20 dalla Cattedrale San Gerlando di Agrigento, presieduta dal cardinale Marcello Semeraro prefetto della Congregazione vaticana per le cause dei Santi.
"La credibilità esterna della magistratura nel suo insieme ed in ciascuno dei suoi componenti è un valore essenziale in uno Stato democratico, oggi più di ieri". Sono queste le parole del giudice Livatino riprese dal vicepresidente del consiglio superiore della magistratura David Ermini dopo la proiezione del film, "Livatino è il modello a cui ciascun magistrato ha il dovere di ispirarsi per guadagnarsi la fiducia dei cittadini, fonte primaria ed esclusiva della legittimità del suo agire", ha detto Ermini, aggiungendo che "Livatino sarà il primo magistrato beato nella storia della Chiesa Martire della giustizia e indirettamente della fede, come lo definì Giovanni Paolo II. Essere credibili, ecco l'insegnamento di un uomo e di un magistrato esemplare. Un uomo semplice e misericordioso e insieme determinato e coraggioso. Un magistrato schivo e per nulla carrierista e insieme rigoroso e tenace. Capace, da sostituto procuratore, di condurre delicate indagini contro la mafia e gli intrecci corruttivi con politici e imprenditori e di colpire duramente le cosche agrigentine confiscandone i beni" e ancora "l'indipendenza del giudice non è solo nella propria coscienza, nella incessante libertà morale, nella fedeltà ai principi, nella sua capacità di sacrificio, nella sua conoscenza tecnica, nella sua esperienza, nella chiarezza e linearità delle sue decisioni, ma anche nella sua moralità, nella trasparenza della sua condotta anche fuori delle mura del suo ufficio, nella normalità delle sue relazioni e delle sue manifestazioni nella vita sociale, nella scelta delle sue amicizie, nella sua indisponibilità ad iniziative e ad affari, tuttora consentiti ma rischiosi, nella rinuncia ad ogni desiderio di incarichi e prebende, specie in settori che possono produrre il germe della contaminazione ed il pericolo della interferenza. In questi anni abbiamo commemorato la ricorrenza di tanti, troppi magistrati caduti sotto il fuoco della mafia e del terrorismo. Ogni volta, ricordandone i nomi, ho pensato alla loro età. Livatino è stato ucciso a 37 anni, tra pochi mesi ne avrebbe compiuti 70, a un passo dalla pensione. Nei nostri cuori, il giovane Rosario è e sempre sarà, per rubare il verso del poeta, la nostra meglio gioventù".
Anche il Cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, ha preso la parola dopo la proiezione del film, dicendo che "la malavita organizzata - la possiamo chiamare mafia, camorra, stidda - non è quindi una criminalità comune ma è un'organizzazione feroce e, al tempo stesso, una forma di ateismo che si colora di tinte neopagane e di blasfeme citazioni cristiane. La malavita è inequivocabilmente fonte di morte: morte della società, morte del territorio, morte dell'anima delle persone. Le organizzazioni criminali per realizzare i loro progetti creano un clima di paura che sfrutta la miseria e la disoccupazione, la disperazione sociale e l'assenza della certezza del diritto. Proprio per questo è assolutamente necessaria la presenza dello Stato. Una presenza forte, autorevole e soprattutto educativa. Come quella di Rosario Livatino. Ho letto alcune cronache dei giornali del 1990 che raccontano la morte del 'giudice ragazzino'. Egli viene definito come 'un giovane e minuto magistrato di 38 anni' che da 'dieci anni faceva il suo dovere': in definitiva era 'un giudice incorruttibile'". In conclusione il presidente della Cei Bassetti ha detto che "Rosario Livatino è stato un appassionato difensore della legalità e della libertà di questo Paese. Un autentico rappresentante delle istituzioni che è riuscito a incarnare la certezza del diritto e anche la cultura morale dell'Italia profonda: di quell'Italia che non si arrende alle ingiustizie e alle prevaricazioni, e che non cede agli ignavi e a coloro che si adeguano allo status quo: anche quando lo status quo è rappresentato dalla mafia".

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