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La festa dei lavoratori soffocata nel sangue, una data da non dimenticare

Quella del primo maggio 1947 è una data che nessun siciliano e italiano dovrebbe mai dimenticare. Siamo all’alba di un Paese nuovo, stremato dalla seconda guerra mondiale e liberato dall’oppressione del nazi-fascismo. Sono anni in cui l’Italia guarda al futuro. Da poco liberata dalla rovinosa dittatura fascista, grazie agli alleati e ai partigiani, e poi dalla monarchia, attraverso il referendum del 1946.
La prospettiva di un’uguaglianza sostanziale e di equità, in termini di diritti e opportunità, nei confronti dei lavoratori e delle classi sociali sottomesse appare una strada sempre più concreta e realistica.
In questo contesto socio-politico, il popolo siciliano, storicamente oppresso da governanti, nobili, latifondisti e mafiosi, intravede una strada concreta per la riconquista dei diritti e della dignità dei lavoratori. Una rivoluzione che i siciliani mettono in campo con le armi più potenti: il voto democratico (da poco riconosciuto a suffragio universale) e la partecipazione politica.
Alle elezioni regionali siciliane del 20 Aprile del 1947, il Blocco del Popolo (formato da PdA-PCI-PSI) raggiunge la maggioranza relativa ottenendo oltre il 30% dei voti complessivi. Nel frattempo cresce anche il fronte per una riforma agraria a tutela dei lavoratori, sostenuta da sindacati e da partiti di sinistra.
In quei giorni si respirava un’aria di cambiamento verso una società più giusta, contro i soprusi da chi per anni, con la violenza e l’intimidazione, era riuscito a sottomettere un’ intera popolazione negando diritti e dignità.
Sull’onda dell’entusiasmo, il 1° maggio del 1947, migliaia di braccianti agricoli e cittadini dei comuni limitrofi, insieme alle loro famiglie, si riversano simbolicamente nel pianoro di Portella della Ginestra tra i promontori di San Giuseppe Jato e Piana degli Albanesi. Era un giorno di festa. Una festa per i diritti di uguaglianza, libertà e equità. La giornata iniziava con il raduno delle bandiere, poi il comizio e infine la condivisione di quel poco di cibo che ognuno portava con se (pane, formaggio e un po’ di vino). Parole di speranza, bandiere, musica e bimbi che giocavano sotto la protezione del Sasso Barbato, luogo naturale per i comizi. Il primo maggio, Portella della Ginestra, era tutto questo: una festa per la rivendicazione dei propri diritti e una giustizia sociale. Quel giorno, però, i festeggiamenti durarono pochissimo.
Nei giorni precedenti, mafiosi e forze reazionarie, decisero di dare una lezione a tutti coloro che provavano ad alzare la testa. Queste idee erano ritenute pericolose, andavano fermate. Il modello sociale ed economico messo in piedi da latifondisti e mafiosi, con la complicità di alcune forze politiche, rischiava di essere spazzato via. In quei luoghi il compito di fare piazza pulita venne affidato al noto bandito Salvatore Giuliano.
Appena la folla si radunò nella vallata di Portella della Ginestra, intorno alle ore 10, Salvatore Giuliano ordinò ai suoi banditi di sparare sulla folla inerme. Su tutti: uomini, donne e bambini. Quel giorno, sul posto, morirono 11 persone, più altri quattro che morirono successivamente per le ferite. Tantissimi invece i feriti che tornarono terrorizzati presso le loro abitazioni.
La nostra redazione per celebrare la giornata del primo maggio, a distanza di 74 anni, vi propone un’intervista ad un testimone oculare della Strage di Portella: Serafino Petta. Un uomo, all’epoca dei fatti quattordicenne, di una straordinaria lucidità, che non smetteremo mai di ringraziare per il tempo concesso e per aver dedicato la sua vita a testimoniare una delle pagine più brutte della nostra Nazione.




Foto tratta da: alquamah.it

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