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La verità arriva sempre, anche se a distanza di molti anni. Ne è una testimonianza l’ultima vicenda riguardo l’omicidio del poliziotto Antonino Agostino (ucciso assieme alla moglie Ida Castelluccio, incinta) in cui il padre dell’agente, Vincenzo, dopo oltre 30 anni, ha avuto un barlume di verità in merito alla morte di suo figlio. E così come per il Caso Agostino, anche per Ilaria Alpi e Miran Hrovatin c’è la possibilità di avere giustizia.

Ed è stato proprio questo l’argomento trattato durante l’evento di venerdì sera, inserito nel progetto "Mafia in Nove Atti", organizzato dall’Associazione Elsa Verona in collaborazione con l’Associazione Culturale Falcone e Borsellino. Al webinar sono intervenuti il giornalista e caporedattore di ANTIMAFIADuemila Aaron Pettinari, Mariangela Gritta Grainer membro della commissione parlamentare sul caso Ilaria Alpi, il collaboratore di giustizia Luigi Bonaventura, il professore Antonino Nicaso, il professore di diritto penale Roberto Picotti e l’attrice Anna Tringali di Teatro Bresci. Moderatore della serata, infine, è stato Niccolò De Pra.

Aaron Pettinari: “Nonostante il passare del tempo la verità può essere raggiunta”
È con grande emozione che il caporedattore di Antimafia 2000 Aaron Pettinari ha raccontato i momenti vissuti a Palermo durante la pronuncia della sentenza storica emessa dalla corte di Assise il 19 marzo 2021 in riferimento al caso dell’omicidio Agostino e della moglie Ida Castelluccio con la quale sono stati condannati all’ergastolo Nino Madonia ed è stato ordinato il rinvio a giudizio nei confronti di Gaetano Scotto e di Francesco Paolo Rizzuto. Pettinari ha voluto sottolineare come “nonostante il passare del tempo la verità può essere raggiunta” e che questo risultato è possibile anche con il caso di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Ma “cercare la verità su quello che è successo deve essere un impegno di tutti i cittadini e non deve passare solo da chi come me fa il giornalista o dalle forze dell’Ordine”, ha ribadito il giornalista. Altrimenti l’Italia rischia di diventare un Paese senza memoria e senza capacità di riscatto.

Lo strano caso della Procura di Roma
Da ben 27 anni il caso di Ilaria Alpi sembra galleggiare tra gli archivi della Procura di Roma, intrappolato come in un limbo dove non sembra che ci sia nessuna via d’uscita. Per l’autorità giudiziaria italiana, infatti, ancora oggi non esistono colpevoli per il duplice omicidio, ma solo l’esistenza di un clamoroso depistaggio messo in atto per sviare la ricerca della verità.

Ma in realtà, contrariamente a ciò che si possa pensare, sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin si sa molto di più.

A ribadirlo con forza è stata Mariangela Gritta Grainer, membro della commissione parlamentare sul caso Alpi-Hrovatin, dicendo che: “Noi ora sappiamo tutto con tanto di documenti alla mano. Si sa quello che è successo quel 20 marzo. È stata un’esecuzione bella e buona. Uccisi con un colpo da distanza ravvicinata”.

Un agguato che venne messo in atto in uno scenario di guerra dove si mossero sotto la superficie oscuri interessi legati al traffico di armi e rifiuti tossici. “E’ chiaro che lei (Ilaria Alpi, ndr) aveva scoperto - ha continuato Mariangela - e qui siamo già sicurissimi, che si davano armi e invece di esigere soldi” il governo somalo mise a disposizione dei terreni, coste comprese, per lo smistamento dei “rifiuti tossici e radioattivi” prodotti dall’Occidente.

Il tutto con la complicità di “questi signori della guerra” che, come ha spiegato Gritta Grainer “venivano foraggiati di armi” dalle potenze occidentali.

Il dato assai preoccupante è che, nonostante la presenza di moltissimi documenti che attestino come il 20 marzo sia avvenuto un omicidio premeditato e non una semplice rapina finita in tragedia, “l’unico soggetto che ancora mette in discussione l’esecuzione è la procura di Roma” la quale ha già chiesto l’archiviazione del caso ben tre volte. Tutte fortunatamente rigettate.

La Gritta Grainer ha poi fatto anche riferimento al dott. Lamberto Giannini (attuale Capo della Polizia) sottolineando il fatto che “sa delle cose sicuramente perché lui era quello che guidava le operazioni d’inchiesta” e che al tempo era a capo della Digos di Roma.

Infine, ha continuato lanciando un appello affinché non si perda la memoria di quanto accaduto così da non perdere la capacità di “pensare al presente e anche al nostro futuro”.

La terra promessa delle mafie sta all’estero
Le mafie, come ha detto il professore Antonio Nicaso, si spostano all’estero “alla ricerca dei paradisi normativi” poiché in mancanza di un’adeguata legislazione, la loro espansione risulta più facile aumentando il volume d’affari.

Inoltre, nei Paesi esteri sono frequenti le politiche che “negano l’esistenza delle mafie” continuando ad alludere che sia un fenomeno squisitamente italiano, ha proseguito Nicaso.

Ad ogni modo la vera forza delle organizzazioni criminali rimane il concorso esterno, il quale permette alle mafie di attuare tutte quelle operazioni che da sole non sarebbero in grado di compiere come, ad esempio, il riciclaggio sofisticato di denaro.

Sempre in merito alla presenza delle organizzazioni criminali all’estero, Nicaso ha voluto porre l’accento sulla Brexit. In particolare, il professore ha posto l’attenzione sull’annuncio del ministro delle finanze inglese, il quale ha comunicato “l’istituzione di otto porti franchi”. Un fatto che senza dubbio attirerà l’attenzione della ‘Ndrangheta e che porterà un volume di capitali illeciti ancora maggiore all’interno della “City of London”.

Il professore Nicaso ha poi trattato anche il tema del traffico di rifiuti sanitari, spiegando come ci siano “Paesi come la Bulgaria che accettano di tutto, e se non fosse stato per un incidente che ha portato all’inquinamento delle falde acquifere e all’arresto del ministro dell’ambiente del 2019, non avremmo scoperto quest’altro fronte delle organizzazioni criminali.

In poche parole, quindi la “terra promessa” delle mafie è proprio all’estero grazie alla facilità con cui si trovano “varchi e legittimazioni”.

Luigi Bonaventura: “chi sta con le mafie è mafioso”
È stata la volta poi del collaboratore di giustizia Luigi Bonaventura, il quale ha parlato nel suo intervento delle difficoltà che si presentano nel contrasto del fenomeno mafioso all’estero. Infatti, ricalcando le parole del professore Nicaso, ha detto che gli Stati esteri “non hanno ancora capito come si deve affrontare la ‘Ndrangheta” e che il contrasto alle organizzazioni non deve essere sempre iniziativa dell’autorità giuridica italiana, bensì deve iniziare a svilupparsi anche in altri Paesi.

Sicuramente i sistemi giudiziari stranieri (ma anche quello italiano) sono rimasti indietro rispetto all’evoluzione delle mafie in quanto non ne riconoscono ancora il cambiamento metodologico che dalla violenza è passato all’imprenditoria e alla capacità di “Stato”. Inoltre, per essere mafioso - secondo Bonaventura - “non occorre più la punciuta” (nonostante rimanga un elemento estremamente aggregativo per l’organizzazione): basta partecipare in modo attivo alle attività criminali.

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