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In onda su “Atlantide” lo speciale sulla vita criminale del Boss della Nuova Camorra Organizzata

Era il 24 febbraio 1963, quando ad Ottaviano (NA) un giovane, sfrecciando a bordo della sua Fiat 1100, investì per errore una ragazzina: Nunzia Arpaia. La giovane, lievemente ferita, reagì inveendo contro il pilota alla guida. Improvvisamente nacque una lite, poi esplosa in rissa, tra il fratello di Nunzia (e alcuni suoi amici) ed il prepotente autista. Mario Viscito, un muratore di soli 33 anni, trovandosi a passare di là per caso, tentò di placare l’ira dell’autista che stava aggredendo la giovane. Improvvisamente, l’automobilista tirò fuori una pistola ed esplose otto colpi contro il muratore. Il killer aveva ventidue anni, si chiamava Raffaele Cutolo (alias “‘O Professore”) e nel tempo sarebbe divenuto il boss della Nuova Camorra Organizzata (NCO). La sua vita criminale iniziò così, con questo delitto.

Esattamente 58 anni dopo quella tragica vicenda (lo scorso 24 febbraio), a seguito della morte di Raffaele Cutolo, deceduto il 17 febbraio 2021, (aveva 79 anni ed era malato da tempo) su La7 è andato in onda il programma "Atlantide”, condotto da Andrea Purgatori, con uno speciale dal titolo: “Cutolo, storia di un boss”. Ed è proprio dall’omicidio a sangue freddo di Mario Viscito che Purgatori ha ripercorso la vita criminale del boss della NCO (detenuto in regime di 41 bis dopo le condanne in via definitiva a 14 ergastoli). Una serata in cui Purgatori, accompagnato dal giornalista Roberto Saviano e dai magistrati Otello Lupacchini e Carlo Alemi, ha cercato di raccontare, oltre ai fatti, i segreti che il boss si è portato nella tomba. In particolare, quattro sono le vicende analizzate nel corso della serata: il Caso Moro; il Caso Cirillo; il Caso Tortora; e lo scandalo per la ricostruzione post sisma dell'Irpinia. Storie, queste, in cui “‘O Professore” (chiamato così perché studiava Hobbes, Macchiavelli e Platone), malgrado la sua lunga reclusione in carcere (durata 55 anni), ha avuto un ruolo da protagonista.

Cutolo: “Un Camorrista ideologo”
Roberto Saviano, uno dei massimi esperti della Camorra a livello internazionale, ha definito “‘O Professore” come “un camorrista ideologo”. “È raro - spiega lo scrittore napoletano - che i leader delle organizzazioni criminali mafiose (anche internazionali) decidano di fare della propria pratica un'ideologia. Cutolo furbescamente decide da subito di fare della criminalità un'idea. In carcere inizia a teorizzare la vera Camorra”. Quella del boss era un’ideologia accompagnata da un piano ben preciso: “Costruire una struttura verticistica in grado di cacciare dalla Campania marsigliesi e siciliani che sfruttavano la frammentarietà delle famiglie napoletane per conquistare il territorio”. Così facendo Cutolo, secondo Saviano, “è riuscito a costruire una struttura di cui è il re”, chiamata Nuova Camorra Organizzata (NCO). Una struttura che il boss stesso ha più volte paragonato al Partito Comunista e alla Democrazia Cristiana.

Raffaele Cutolo alla fine degli anni '80, ha raccontato Saviano, era a capo di “una delle organizzazioni più potenti d'Europa”. Una struttura con cui “Cosa nostra siciliana e americana dovettero relazionarsi, scegliendolo come interlocutore”. “Cutolo mise a stipendio tutti; diede la tredicesima agli affiliati - ha spiegato Saviano -; agli affiliati che avevano figli diede una pensione; cercò di professionalizzarli; e costruì i cosiddetti ‘tribunali locali’”. Insomma, Cutolo è la testimonianza che spesso le mafie “non sono l'antistato, bensì parte dello stesso che a volte entra in antagonismo con lo Stato e altre volte in completa alleanza”. E, inoltre, dimostra chiaramente che in molte occasioni il boss “è stato un uomo vicino alle istituzioni”. Anche in momenti cruciali.

La liberazione cutoliana di Moro venne stoppata
La storia criminale del boss Raffaele Cutolo, una delle personalità storicamente più rilevanti dell’Italia della Prima Repubblica, è legata a doppio filo con il mistero più grande della Prima Repubblica: il Sequestro Moro. Il boss della NCO, infatti, mentre si trovava latitante nel salernitano (ad Albanella), “venne interpellato sulla questione da Francesco Gangemi, suo avvocato e padrino di nozze”, ha spiegato Otello Lupacchini. L’incontro fu “a nome di quelli che erano i suoi (di Cutolo, ndr) referenti politici romani. Adducendo addirittura di aver avuto un rapporto di conoscenza diretta con Moro e quindi di essere mosso da questo, anche se non si è mai saputo di che tipo fosse questo rapporto”. Una volta interpellato, Cutolo chiamò Nicolino Selis (suo uomo di fiducia intraneo alla Banda della Magliana) il quale attivò “le sue conoscenze su Roma, quindi la Banda della Magliana”. Stando alle dichiarazioni di allora di Cutolo (poi cambiate nel corso degli anni) i due si recarono “al ristorante Bastianelli (a Fiumicino) per un incontro dove era presente anche Franco Giuseppucci (altro elemento e fondatore della Banda della Magliana). E lì si sentì rispondere - ha riportato Lupacchini - : ‘Se c'è Selis è sufficiente che se ne occupi lui, se noi sapremo qualcosa ce ne occuperemo’. Successivamente, grazie ad una serie di elementi, scoprirono Via Montalcini”. Quella, però, non era soltanto la via in cui si trovava il covo nel quale era tenuto sequestrato Aldo Moro. “In Via Montalcini il Selis trascorreva parte della sua latitanza presso una donna del luogo - ha proseguito il magistrato -. In secondo luogo, quella via si trova all'interno del comprensorio nel quale risiedevano molti personaggi della Banda della Magliana”. Ad ogni modo, gli uomini della Banda della Magliana individuarono la “prigione del popolo” in cui Aldo Moro era trattenuto dalla Brigate Rosse. “A questo punto Cutolo per sua stessa ammissione (reiterata nel tempo) cercò un contatto con Cossiga”, ha raccontato Lupacchini. “Cossiga (al tempo Ministro dell’Interno, ndr) si rifiutò perché ad un certo punto dalla prigione di Moro uscì una lettera (l'unica autografa di tutte quelle che girarono), in cui Moro parlò di un’operazione di carattere umanitario alla quale partecipò un ministro - ha spiegato il magistrato -. Gli americani, che non parteciparono al comitato di crisi istituito da Cossiga, inviarono in Italia Steve Pieczenik (consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter), il quale operò per stoppare tutte le operazioni volte alla liberazione di Moro”. Questo spaccato è bene ricordarlo perché della vicenda “Cutolo raccontò che, dopo aver messo in piedi questo scenario, la prigione fu rinvenuta e sostanzialmente tutto ormai poteva avviarsi verso un'operazione di liberazione di Aldo Moro, venne stoppato da due persone: l'avvocato Francesco Cangemi (che, secondo il capo della NCO, piangendo gli disse: "Non se ne fa più nulla") e da Vincenzo Casillo, luogotenente di Cutolo e suo vice a tutti gli effetti. Quest’ultimo gli disse: ‘Basta lascia perdere perché da Roma soggetti importanti hanno detto che devi farti i fatti tuoi’”. In pratica, viene fatto presente nella trasmissione di Purgatori, “Cutolo poteva intervenire, ma la politica lo bloccò”. Sul punto, la stessa analisi venne fatta anche dall'inviato del Presidente USA Jimmy Carter, dicendo: "Aldo Moro è più utile alla causa della DC da morto piuttosto che da vivo". E Cutolo, “alludeva proprio alla necessità di tenere Moro lì e non far intervenire la NCO”, ha continuato Saviano.

Caso Cirillo: la prima vera trattativa Stato-Camorra
Oltre al sequestro Moro, Raffaele Cutolo fu coinvolto anche in quello di un altro politico: l’assessore della Regione Campania Ciro Cirillo. Questa volta, però, dando vita ad una vera e propria trattativa Stato-Camorra. Al boss, detenuto ad Ascoli Piceno, fecero visita alcuni uomini della DC per chiedere la sua collaborazione “in quanto era il dominatore incontrastato delle carceri”, ha detto Carlo Alemi. Successivamente Cutolo avrebbe messo in moto Vincenzo Casillo e la potente rete di affiliati nelle carceri per entrare in contatto con il capo brigatista Giovanni Senzani e ottenere il rilascio di Cirillo in cambio di soldi, armi e concessioni ai detenuti. E fu così che, dopo 89 giorni di prigionia (luglio del 1981), Cirillo venne liberato. Ma per comprendere bene questa vicenda è utile sottolineare un dato: “La criminalità organizzata può sempre incidere perché controlla le carceri”, ha detto Saviano. La trattativa Stato-Camorra “avvenne per proteggere un sistema di tangenti, perché Cirillo ha in mano i segreti, che non solo possono finire nelle mani delle BR, ma anche in quelle dei magistrati. Sapeva come funzionavano gli appalti e come venivano suddivisi. E sapeva anche che appalti significava lavoro e lavoro significava voti”. Cirillo, dunque, si trovò deterrente di un potere che “la DC temeva perché lo considera un uomo fragile, che poteva parlare troppo facilmente - ha proseguito lo scrittore napoletano -. Per questo chiede l’intervento di Cutolo proprio nelle prigioni”.

Caso Tortora - lo "scandalo tortora"
A distanza di anni dal sequestro Cirillo, tutta l’attenzione mediatica e le risorse d’inchiesta erano ancora impegnate sulla trattativa avvenuta tra Stato e Camorra. “Per distogliere l'attenzione e i riflettori da quella scena - ha spiegato Roberto Saviano - era necessario colpire la persona con più ‘share’, la persona che tutti gli italiani vedevano in televisione la sera”. L’individuo colpito era il giornalista Enzo Tortora. Venne istituito un “processo demenziale”, per citare lo stesso Tortora. Un’inchiesta basata sul nulla, supportato da accuse contro di falsi pentiti come Pasquale Barra e Giovanni Pandico (insieme ad altri 17 ex affiliati alla Camorra) che confermano la sua posizione all'interno della NCO cutoliana. “Di Tortora fu creata una doppia vita camorrista ‘ad honorem’”, ha proseguito Saviano. L’obiettivo era colpirlo mediaticamente per distogliere l’attenzione mediatica. Infatti, “dopo quel processo l'attenzione sulla Camorra sparisce perché l'opinione pubblica inizia a considerare queste inchieste non più valide, tutto molto scivoloso e pagliaccesco. Cade l'ombra sulla Camorra”, ha detto il giornalista.

Terremoto dell’Irpinia
Le mani della NCO di Cutolo sono giunte anche nella gestione dei fondi della ricostruzione post sisma dell’Irpinia che, il 23 novembre 1980, provocò 3000 vittime, 300mila sfollati e colpì 687 comuni (molti dei quali rasi al suolo). In prima battuta lo Stato stanziò oltre 8 mila miliardi di lire per la ricostruzione, che oggi sarebbero 50 miliardi di euro (un quarto dell’intera somma del Recovery Fund). Nel corso delle indagini vengono arrestate 384 persone tra politici, amministratori, imprenditori, boss e affiliati alla Camorra. I clan coinvolti, invece, sono stati 28 tra cui la NCO di Raffaele Cutolo. Il “Piano Marshall” dell’Irpinia per i clan è stato un approvvigionamento da conquistare ad ogni costo. Chi si è opposto alle infiltrazioni mafiose nella ricostruzione post terremoto, infatti, è stato ucciso. E l’omicidio del sindaco di Pagani (SA) Marcello Torre e del giornalista Giancarlo Siani, sono una testimonianza di questo “whatever it takes”. “La Camorra comprende che quei soldi serviranno alle imprese e alla politica - ha detto Roberto Saviano -. La Camorra deve mediare. Li deve prendere (i soldi, ndr) così da poterli restituire”. I camorristi “comprendono di essere diventati non solo coloro che prendono una percentuale per fare i lavori, bensì possono restituire quel denaro”.

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