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La storia dell’assalto al treno Venezia-Milano che costò la vita alla studentessa di Conegliano

13 dicembre 1990. Nelle campagne di Vigonza, piccola cittadina alle porte di Padova, un gruppo di banditi assalta il treno merci Venezia-Milano. Dalle dimensioni del buco presente sulla fiancata della carrozza gli inquirenti sospettarono subito che gli assaltatori avessero utilizzato armi pesanti, forse un bazooka o addirittura una bomba. Difatti, la forza dell’esplosione investì anche il treno regionale che stava passando nel binario affianco provocando la morte della studentessa Cristina Pavesi, che stava rientrando a casa a Conegliano dopo essere stata a Padova a parlare con il relatore della sua tesi. Sappiamo che dietro a quel colpo si nasconde la mala del Brenta di Felice Maniero ma, a distanza di trent’anni, nessuno dei responsabili è stato processato per la morte della giovane ragazza. Tanto che qualche malpensante ha ipotizzato (senza avere nulla in mano) che fosse stata una delle condizioni dettate da Faccia d’Angelo al momento della collaborazione per poter parlare con i magistrati. Una teoria della cospirazione suggestiva ma priva di riscontri.
Quello che successe in quella giornata, ormai, è storia processuale.
I ragazzi del Brenta avevano ricevuto una dritta: ogni settimana un treno speciale con vagone blindato trasportava a Milano 7-8 miliardi di lire in contanti. “Noi - racconta Maniero a verbale - siamo andati due o tre volte a controllare questo treno, per vedere se combaciavano ogni volta e ogni volta stesse cose, carrelli che entravano, noi pensavamo di denaro”. L’idea era di salire sul treno a Mestre, fermarlo in aperta campagna, far saltare la carrozza blindata e arraffare il bottino.
Tutto stava procedendo per il verso giusto. I poliziotti che facevano da scorta al denaro se l’erano data a gambe dopo che i banditi avevano comunicato con un megafono che stavano per fare l’esplodere la parete rinforzata del vagone. Con la coda dell’occhio ricorderà Gilberto Sorgato, uno dei banditi che parteciparono al colpo, di avere scorto il treno regionale Bologna-Venezia, il quale si era fermato sul binario accanto al treno merci diretto a Milano. Maniero quindi avrebbe saputo che vi era un altro treno sulla scena ma non se ne sarebbe curato ordinando di far esplodere la carica. Faccia d’Angelo però, durante l’intervista concessa a Roberto Saviano, ha affermato di essersi accorto dell’arrivo del regionale solo dopo aver accesso la miccia ed essersi allontanato per evitare di essere coinvolto nell’esplosione.
Il postale però non era blindato come i banditi credevano e lo scoppio del C-4 è stato talmente forte da aver squarciato la carrozza del treno Bologna-Venezia adiacente al vagone blindato. Cristina Pavesi, studentessa di 21 anni dell’Università di Padova, muore tra le lamiere e altre tredici persone rimangono ferite, tra cui un militare che perderà un occhio. La dritta arrivata agli uomini di Maniero però è sbagliata poiché sul treno i banditi trovano solo 100 milioni e non i 7 miliardi sperati. Grazie ad un auto rubata, il gruppo fa ritorno al bar Tre Spada, all’epoca punto di ritrovo della malavita di Campolongo Maggiore, dove guardando il telegiornale i banditi apprendono della morte della Pavesi. I magistrati patavini capiscono subito che ad aver organizzato la rapina è stata la mala del Brenta, difatti prelevano dei campioni di capelli e di sangue ad alcuni esponenti del gruppo in modo da poterli confrontare con il Dna presente nel passamontagna lasciato nell’auto usata per la fuga. Sicuri di essere beccati i banditi progetteranno persino di entrare nel laboratorio di Trieste dove era stato conservato il materiale genetico per distruggere le prove di ciò che era successo. Progetto poi abbandonato quando vennero a sapere che non erano stati raccolti sufficienti campioni per risalire al profilo genetico dei rapinatori.
Le indagini sulla rapina porteranno nel marzo del 1992 all’arresto di Giampaolo Manca, vicino al gruppo dei mestrini, braccato a Milano dal Ros dei Carabinieri. Si scoprirà in seguito che non centrava nulla con l’assalto al treno. Solo con il pentimento di Maniero emergeranno i dettagli della rapina, assieme ai nomi di tutti coloro che presero parte all’assalto. Tre mesi è stata la condanna inflitta ai responsabili, ai quali è stata contestata solo la rapina e non l’omicidio della Pavesi. Ai banditi, secondo i giudici, sarebbe mancata l’intenzionalità di uccidere. È il primo colpo, oltre a quello del 1988 nel quale rimase gravemente ferito il presidente della cooperativa di vigilanza Donato Agnoletto, nel quale la banda Maniero ha mostrato il suo lato più feroce. Una rapina che tormenta i ricordi dei suoi partecipanti e toglie ancora il sonno ai parenti di Cristina Pavesi. Per loro una giustizia, a trent’anni di distanza, ancora non c’è.

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