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Assassinato con proiettili dai militari dello Stato di Israele in Cisgiordania

Ci percuote come un colpo durissimo. Un duro e basso colpo che non si ammortizza con nulla. È un abominio ricorrente e prevedibile se consideriamo che le terre palestinesi sono giorno dopo giorno sempre più alla mercé dei demoni del potere sionista che con la veste dello "Stato di Israele democratico" minimizza vergognosamente le bestialità che vengono commesse quotidianamente nella Striscia di Gaza o in Cisgiordania, contro il popolo palestinese. Nelle ultime ore un adolescente che faceva parte di questo popolo, di soli 13 anni, è stato raggiunto dai proiettili di un arma regolamentare delle truppe dello Stato di Israele. Proiettili che gli hanno rubato la vita mentre si teneva una manifestazione contro la creazione di una colonia israeliana in Mughayt.
Sono passati solo pochi giorni da quando dalla redazione di ANTIMAFIADuemila partecipavamo all'evento "Abbattendo muri per la Palestina: azione culturale per la Palestina" organizzato dai giovani del Movimento Culturale Internazionale Our Voice. In quell’occasione abbiamo gridato per scuotere l’indifferenza della comunità internazionale verso le violenze e le vessazioni che vengono commesse ogni giorno (da 72 anni…) per le strade dei villaggi palestinesi, portando a conoscenza un fiume di testimonianze riguardo gli episodi di terrorismo di stato, marchio criminale di un potere politico ed istituzionale che oggi più che mai si identifica con il regime nazista, che con gli insegnamenti ancestrali della fede ebrea e del popolo giudeo ha inferto l’olocausto 45 anni fa. La morte per arma da fuoco dell’adolescente palestinese ravviva in noi la rabbia e la indignazione perchè ci conferma con durezza che tutto ciò che è stato denunciato durante il Forum continua ad essere una realtà concreta e continua. Una realtà che schiaffeggia le nostre coscienze e ci paralizza per l’impotenza. Non ci sono parole per definire chi promuove e sostiene ideologie tese a giustificare la impunità con la quale agiscono gli apparati militari al servizio del potere sionista, il quale definisce tutti coloro che si interpongono sul suo cammino con intenzioni di ribellione e di indipendenza, come terroristi.
Così avranno sicuramente definito anche il povero ed innocente ragazzo ucciso a Mughayit in occasione della protesta che ha avuto luogo in prossimità di Ramallah, in Cisgiordania. Ipocrisia o non ipocrisia, in occasione del funerale del povero ragazzo, dalle fila dell’Onu e dell’ Unione Europea si è levata una voce di condanna per questo fatto di sangue (che possiamo definire assassinio) e anche se non è stato definito come una delle pratiche di terrore che utilizza lo Stato di Israele è stato almeno citato come un un incidente avvenuto in circostanze in cui le Forze Armate dell’Esercito Israeliano stavano cercando di placare una protesta. Una delle tante. Da qui in poi vedremo se la condanna è autentica o solo pura demagogia. Ancora demagogia, per vantarsi, o una strategia. Oltre alla morte del povero ragazzo nell’episodio di violenza anche quattro persone sono state raggiunte dagli spari dei soldati israeliani. E queste persone sono ferite. E la cosa più orribile di questa immensa tragedia criminale, in base a ciò che hanno riferito ufficialmente le agenzie di stampa internazionale, è che l’Esercito nega di aver sparato quei proiettili che hanno stroncato la vita al povero Alì Ayman Nasr Abu Aluya, perseverando nella sua impunità.

Sono stati utilizzati solo mezzi di dispersione antidisturbo” per impedire che i manifestanti lanciassero pietre ai militari; così si sono scusati, o per meglio dire si sono puliti la coscienza, si sono giustificati. Un eufemismo irriverente per ciò che è conosciuta invece come “brutale e codarda repressione”. Non invano, dall’altro lato e senza esitazione, il Primo Ministro Mohamed Shtayé ha sottolineato le verità non dette: “Si tratta dell’ennesimo crimine che si aggiunge alla lunga storia della occupazione israeliana”.

Dalla Cancelleria è stato anche annunciato che Israele sarà chiamata davanti alla Corte Penale Internazionale (CPI) dopo che l’inviato dell’Onu per il Medio Oriente, Nickolay Mladenov, ha chiesto che venga avviata un’indagine sui fatti qualificandoli come “Inaccettabili”, aggiungendo inoltre su Twitter (e mi sorprende la sua franchezza): “Questo incidente ci lascia costernati e deve essere fatta una indagine rapida e completa da parte delle autorità israeliane per portare i responsabili dinanzi alla giustizia”. Scrivendo queste righe, mi rendo conto che la retorica della denuncia in alcune occasioni va a braccetto con la sterilità dei provvedimenti. Quante volte si è scritto a livello mondiale di episodi in cui hanno trovato la morte delle persone (sarebbe meglio dire assassinate) in scontri in strada con i militari israeliani? Purtroppo molte volte, troppe. E tutto continua come sempre. Nell’attesa che domani si verifichi nuovamente lo stesso crimine. E per un’altra volta scriviamo della stessa cosa, con altre parole, ma sempre della stessa cosa. Dello stesso dolore dei genitori, dei fratelli o dei figli. Dello stesso ed incessante lutto.

Tutto ciò mi genera vero stupore e sete di giustizia. Soprattutto perchè torniamo sempre a fare la stessa cosa: dare la notizia di una morte, tra quelli che si vuole “cancellare dalla cartina geografica" (come scrive magistralmente Eduardo Galeano nella sua energica difesa dei Palestinesi).
La morte di un fratello palestinese. In questo caso di un giovanissimo fratello palestinese. Di un lottatore adolescente. Valoroso. E nostro. Che rimarrà nella nostra memoria. E per il quale chiediamo giustizia, fin oltre l’Atlantico.
Perchè si tratta di un giusto che è stato ucciso da uno Stato di Israele assassino.

Foto di copertina: www.eltribuno.com

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