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Le sorelle Maria Rosa e Savina Pilliu sono proprietarie di due case situate in piazza Leone a Palermo, circondate da enormi palazzi, alti nove piani, ad una distanza non a norma. Dopo 30 anni di lotte legali contro la mafia dei cementi sono riuscite a far valere le proprie ragioni, con tanto di sentenze del tribunale.
Una storia che è rimbalzata più volte nelle cronache, recentemente anche nella trasmissione de "Le Iene", anche per le enormi lungaggini per giungere ad una forma di giustizia.
Soltanto dopo una lunghissima battaglia legale due sentenze civili definitive hanno stabilito un intervento sul palazzo dirimpetto alla loro proprietà (lo stesso deve essere arretrato per 2,2 metri nel rispetto delle distanze) e che alle due sorelle spetta un risarcimento di 700 mila euro.
Adesso però, al danno subito si è aggiunta la beffa nel momento in cui è lo stesso Stato a rendere la vita difficile alle due donne. Come ha riportato Il Fatto Quotidiano è stata spedita dall’Agenzia delle Entrate di Palermo una cartella esattoriale di 22 mila e 842 euro con un termine scadenza che è previsto in questi giorni. Un vero e proprio schiaffo in faccia dopo tante battaglie.
I soldi richiesti, infatti, riguarderebbero le tasse sulla causa vinta, ma il fatto grave è che da allora le due sorelle Pilliu non hanno visto arrivare nelle loro tasche neanche un euro.
Torniamo indietro e vediamo di ricostruire l’intera vicenda.

Storia senza fine
Maria Rosa e Savina Pilliu hanno vissuto per anni insieme alla famiglia in un vecchio complesso industriale, ristrutturato e riadattata ad abitazione, situato in via Bersaglieri 77 in piazza Leone a Palermo. Agli inizi degli anni '90 il terreno sul quale sorge il complesso venne preso di mira da Pietro Lo Sicco, costruttore nel settore edilizio legato ad ambienti in odore di mafia.
Il suo intento era quello di comprare i terreni dalle famiglie residenti per poi costruirci sopra enormi palazzi di nove piani.
Le sorelle non hanno mai accettato nessuna somma o ceduto ad alcuna intimidazione.
Al loro rifiuto la mafia rispose con segnali molto inquietanti, come quando gli mandarono dei fusti di calce che in linguaggio mafioso vuol dire che la vittima verrà messa lì dentro.
Il costruttore Pietro Lo Sicco, per cercare di risolvere il “problema”, andò in Comune dichiarando falsamente che era proprietario del lotto di terreno sul quale sorgevano le case ottenendo, grazie ad una mazzetta di 25 milioni di lire, la concessione edilizia.
Le ruspe iniziarono a muoversi buttando giù le costruzioni intorno alle case delle sorelle, provocando gravissimi danni e rendendo la zona inagibile.
Savina Pilliu, dopo tali avvenimenti, andò a fare una verifica all’edilizia privata e scoprì il "gioco" di Lo Sicco per poi denunciare tutto alla Prefettura. Ma le autorità non fecero nulla.
L’unica persona che le ascoltò fu il giudice Paolo Borsellino che le sentì pochi giorni prima di rimanere ucciso nella strage di via d’Amelio.
Nei procedimenti furono ascoltati anche dei collaboratori di giustizia che raccontarono di contatti avvenuti tra il costruttore e boss di primo piano come Pinuzzo Guastella e Totuccio Lo Piccolo; ma indirettamente anche con la ditta dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, stragisti, che fornì i blocchetti per la costruzione. Emerse anche che Gioacchino La Barbera, poi divenuto collaboratore di giustizia e legato anche lui all’eccidio di Capaci, visionò quegli appartamenti con lo scopo di renderli covo per i latitanti. Vi accompagnò Giovanni Brusca e Leoluca Bagarella i quali, dopo un confronto, decisero che uno degli appartamenti sarebbe stato affittato da Brusca tramite un prestanome.
Ed è così che quelle strutture, prima che pervenisse un intervento delle autorità, furono utilizzate.

Vittoria?
Le sorelle nonostante tutto continuarono a denunciare Lo Sicco che nel 1998 venne arrestato.
Fu anche condannato nel 2001 per truffa, falso e corruzione e, successivamente, anche per concorso in associazione mafiosa.
Dopo una dura battaglia legale i giudici amministrativi diedero torto alla società del costruttore, difesa allora da un avvocato di grido, Renato Schifani, futuro Presidente del Senato.
Nella sentenza i giudici annullarono la concessione edilizia del 1996.
Poi altre due sentenze civili ordinarono l’abbattimento o lo spostamento del palazzo, l’esecuzione di opere di sostegno degli immobili danneggiati e l’erogazione di un risarcimento di 700 mila euro alle sorelle Pilliu.
Il tribunale per rendere esecutivo quanto scritto in sentenza nominò un amministratore giudiziario, tale Luigi Turchio.
Ma accadde l’ennesimo obbrobrio: la perizia del tecnico da lui incaricato attestava che le case non avevano alcun problema e dopo due settimane una delle abitazioni crollò lasciando le sorelle senza un posto dove vivere.
Per assurdo le due sorelle si trovarono rinviate a giudizio per crollo colposo, rischiando da uno a cinque anni di carcere. Ci vollero sette anni di processo per dimostrare la loro innocenza e molti altri per avere scritto su una sentenza che le case erano crollate a causa delle attività di Lo Sicco.
Ma all’assurdo non c’è mai limite, almeno nel nostro Paese.
Nel 2000 le due sorelle ottennero in affitto, attraverso l’amministratore giudiziario l’appartamento che fu occupato da Giovanni Brusca. Quello che in un primo momento poteva apparire come una risposta a tante ingiustizie, oltre che un bel messaggio antimafia, portò a successivi problemi.
Per un mero errore l'amministratore giudiziario affittò alle due donne un appartamento che era già stato venduto nel 1996 da Lo Sicco a un signore che abitava al piano di sopra, senza sapere che non era suo.
Quando durante le varie vicende giudiziarie del palazzo l'appartamento è finito all'asta, l'uomo ha chiesto il possesso di quello al piano di sotto, a lui intestato, affittato nel frattempo alle Pilliu.
Attualmente c’è una causa in corso con le sorelle che sostengono che l’atto di vendita era nullo perché il palazzo era abusivo e nel 1996 era in piedi la causa per annullare la concessione. Però ora rischiano pure di dover pagare i canoni arretrati.
A questa vicenda si accompagna l'assurda richiesta della cartella esattoriale con la richiesta dell'imposta del 3 per cento sui 700mila euro vinti nel procedimento delle Pilliu contro la Lepoedil, ditta passata all’Agenzia dei beni confiscati alla mafia.
Ed è qui che lo Stato cade due volte. In primis perché la Lepoedil non ha mai pagato. Priva di fondi la società è stata pignorata dalla Sicilcassa di quasi tutti gli appartamenti. La banca ha chiesto ed ottenuto dal tribunale di poter vendere tutto all’asta per rientrare del prestito dato nel 1992 alla ditta e quasi tutti gli appartamenti sono stati venduti a prezzi vantaggiosissimi. Denari che le due sorelle non vedranno mai.
Ma lo Stato cade una seconda volta nel momento in cui alle sorelle Pilliu non è mai stato riconosciuto lo status di vittime della mafia tanto che nell'aprile 2019 l'ufficio del Ministero dell'Interno rigettò totalmente la richiesta presentata delle due donne al Comitato del Fondo vittime della mafia di rifondere il risarcimento di 700 mila euro al posto della società confiscata.
Ed anche in questo caso è stato presentato l'ennesimo ricorso ed ora il tribunale di Palermo dovrà decidere se le Pilliu sono vittime di mafia e quindi se il Ministero dell’Interno debba pagare il risarcimento di 700 mila euro al posto della Lepodil.
Potranno le sorelle Pilliu vedere riconosciuti i propri diritti?
Con il loro intervento le due donne diedero uno schiaffo morale alla mafia e ai loro affari. Per questo una loro vittoria non può essere accettata.
L'amarezza, però, è che il conto non è presentato dai picciotti mafiosi, ma dallo Stato.

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