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La richiesta del legale di famiglia, Stefano Maccioni

Uno scrittore, un regista cinematografico, un poeta, un narratore, un filosofo, un intellettuale impegnato. Sono le tante anime di Pier Paolo Pasolini, un "profeta" del nostro tempo dietro la cui morte, consumata tra il 1° e il 2 novembre del 1975, vi è un vero mistero.
La collega Simona Zecchi, nello splendido libro "Pasolini. Massacro di un poeta" evidenziava le vicissitudini di quell'omicidio politico, la strategia del linciaggio e le mistificazioni che si sono consumate dietro al delitto, la cui commemorazione cade tra pochi giorni. A 45 anni di distanza l'avvocato della famiglia Stefano Maccioni è tornato a porre degli interrogativi e chiedendo la riapertura delle indagini: "Sono trascorsi 45 anni dal delitto ma abbiamo delle prove che possono resistere anche al trascorrere del tempo. Oggi sappiamo che Pier Paolo Pasolini non venne ucciso soltanto o forse nemmeno da Pino Pelosi, cioè da colui che la Giustizia aveva indicato come l'unico responsabile dell'omicidio. E' necessario quindi sgombrare il campo dai tanti dubbi che ancora gravano su questa complessa e tragica vicenda".
L'ultima indagine risale al 2015, concluso con l'archiviazione dell'ultimo fascicolo da parte della Procura di Roma.
L'avvocato, ancora una volta è tornato a chiedere di allargare il quadro investigativo: "Perché quindi avendo la possibilità di individuare gli esecutori materiali del delitto non ci si è attivati nel continuare a fare una valutazione estesa dei Dna come richiesto reiteratamente? Alla luce della relazione finale del Ris abbiamo chiesto un parere 'pro-veritate' alla genetista forense Marina Baldi". E quindi "la specialista, riprendendo quanto sostenuto dal Ris, afferma che sul reperto 7, maglia di lana a maniche lunghe, ci sono altri due Dna, di cui quello del 'secondo soggetto ignoto' è misto al codice genetico di Pasolini ed è stato riscontrato anche su altri reperti ma quello appartenente al terzo soggetto ignoto è un profilo singolo, estrapolato da una traccia verosimilmente ematica. Quindi c'è l'impronta biologica di qualcuno che, nel momento in cui c'è stato il contatto con la vittima, era ferito, con ferita recente perché perdeva sangue". La genetista ha, quindi, "attestato che sulla scena del crimine - prosegue Maccioni - nel momento in cui veniva ucciso Pasolini sicuramente era presente anche una terza persona di cui abbiamo il profilo biologico. Su tale presupposto avevo richiesto all'allora procuratore Pignatone e al pm Francesco Minisci di procedere alla riapertura delle indagini al fine di individuare a chi appartenesse il profilo biologico di ignoto 3, oltre che ovviamente quello degli altri Dna rimasti allo stato ignoti". Si ritiene "che la Procura avrebbe potuto indagare nell'ambito della criminalità romana dell'epoca, considerando soprattutto coloro che gravitavano intorno alla neonascente Banda della Magliana. Non a caso abbiamo evidenziato un nome tra tutti quello del professor Aldo Semerari che ricorre nella memoria presentata dai pubblici ministeri in relazione al processo Mafia Capitale e che guarda caso era stato anche il consulente di Pino Pelosi nel primo processo innanzi al tribunale per i minorenni".

Fonte: askanews

Foto © Letizia Battaglia

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