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Un filo nero come il petrolio che collega in maniera inquietante la morte di tre personaggi: Enrico Mattei, Mauro De Mauro e Pier Paolo Pasolini

Una democrazia incompiuta. La storia alle origini delle stragi di Stato. Una Seconda Repubblica nata nel sangue di innocenti. Un filo nero come il petrolio che lega strettamente la morte di tre personaggi: l’imprenditore e presidente dell’Eni, Enrico Mattei, il cui aereo precipitò nei pressi di Bascapè il 29 ottobre del 1962, il giornalista de “l’Ora” Mauro De Mauro sequestrato davanti a casa sua a Palermo il 16 settembre 1970 e lo scrittore Pier Paolo Pasolini ucciso all’Idroscalo di Ostia il 2 novembre 1975. Nomi dei responsabili? Sconosciuti, o almeno non accertati in giudizio: misteri archiviati nel cassetto dei segreti inconfessabili della nostra Nazione. Quei segreti che, se realmente minacciati, sono in grado in ogni momento anche a distanza di moltissimi anni di riattivare il campanello di allarme e di mobilitare quel sistema di complicità e di intrecci oscuri che da sempre agisce indisturbato dietro le decisioni politiche, economiche e militari del nostro Paese.
Di tutto questo parla “Profondo Nero”, un libro scritto a quattro mani dai due giornalisti Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza pubblicato la prima volta nel 2009: un’opera che tenta di ricostruire, soprattutto a partire dalla terza inchiesta iniziata nel 1994 dal pm di Pavia Vincenzo Calia (chiusa nel 2003) sul caso Mattei, quello che accadde all’imprenditore negli ultimi giorni di vita, la storia delle diverse figure politiche ed istituzionali che hanno ruotato intorno a lui e il filo che ha connesso la sua morte a quella di De Mauro e di Pasolini. Una riproduzione di fatti, di immagini, di documenti e di dichiarazioni che riproponiamo oggi, alla luce anche delle motivazioni della sentenza di Cassazione del 2015 del processo per la scomparsa del giornalista de “l’Ora”, nel giorno in cui si commemorano 58 anni dalla morte del presidente dell’Eni.

Chi era Enrico Mattei per l’Italia?
Enrico Mattei era il secondo dei cinque figli di un brigadiere e la sua ascesa fu molto rapida: da operario a direttore di laboratorio, da industriale alla nomina di commissario straordinario dell’Agip nel 1945. Tutta la storia di Mattei ruotò intorno a ciò che, dopo la Seconda guerra mondiale, era diventato letteralmente uno dei beni di prima necessità delle grandi potenze mondiali: il petrolio. L’Agip fu la prima realtà attraverso la quale Mattei riuscì a farsi strada e anche quella che iniziò ad esporlo alle dinamiche internazionali dove i protagonisti erano già i grandi oligarchi petroliferi, in particolare quelli americani. Nel 1953 fondò l’Eni, l’Ente nazionale idrocarburi, del quale diventò presidente. A partire da quel momento Mattei iniziò a farsi conoscere nel mondo: costruì nuovi rapporti con l’Iran, ne avviò con la Libia, stabilì contatti con l’Egitto, trattò con il re della Giordania, viaggiò in Tunisia, in Libano, in Marocco, visitò l’Urss. Ovunque andasse l’imprenditore cercava di aprire porte che avrebbero potuto assicurare all’Italia una vera indipendenza economica, e conseguentemente politica, disturbando molto quelli che erano i piani americani per il nostro Paese nel dopo guerra. Mattei diventò in pochissimo tempo uno degli uomini più potenti e più influenti politicamente in Italia e la sua grande forza contrattuale faceva paura a molti.
Durante tutto quel periodo, a partire dall’esperienza all’Agip, Mattei fu sempre affiancato da Eugenio Cefis. Ex ufficiale del Sim (Servizi informazione militare), in rapporto con l’Oss durante la guerra e con la Cia successivamente, i due si incontrarono in una Chiesa di Milano e Cefis diventò il braccio destro del presidente e direttore dell’Agip: una figura misteriosa che secondo molti osservatori era destinata alle operazioni più sporche. “L’amico degli americani”, muovendosi dietro Mattei, passo dopo passo, diventò in Italia sempre più influente. Filoamericano, Cefis non condivideva la stessa strategia politica e la stessa modalità di gestione economica dell’Eni portata avanti dal suo capo. Infatti subito dopo la tragedia di Bascapè nel 1962 prese di fatto tutti poteri dell'ente e venne eletto ufficialmente nuovo presidente nel 1967. In quella sede cambiò radicalmente metodologia ristabilendo i rapporti con le oligarchie petrolifere (le c.d. Sette Sorelle).

Chi era Cefis realmente?
Il 1° gennaio del 1962 Eugenio Cefis lasciò l’ente petrolifero italiano. Perché? Nel verbale del 25 gennaio 1995 di Angelo Mattei al pm Calia, il nipote di Enrico raccontò che suo zio si era “accorto che qualcuno metteva le mani nella sua cassaforte personale” e che un giorno aveva trovato con le mani nel sacco proprio il suo “presunto” braccio destro mentre stava leggendo i documenti riservati del presidente che riguardavano finanziamenti ai partiti o personaggi politici. Inoltre nel fascicolo Ucigos (Ufficio centrale per le investigazioni generali e per le operazioni speciali) intestato a Eugenio Cefis era contenuto un “appunto” all’interno del quale era scritto che “la prova dell’allontanamento di Cefis dall’Eni, alcuni mesi prima del disastro di Bascapè, non fu un gesto spontaneo, ma fu imposto dal defunto Enrico Mattei in quanto questi avrebbe scoperto che il Cefis faceva il doppio gioco ed era collegato con i servizi segreti americani”. Ecco spiegato, probabilmente e in parte, il motivo di quell’allontanamento improvviso.
Dal momento in cui Cefis non fu più al fianco di Mattei iniziarono le prime lettere di minaccia firmate inizialmente dall’Oas (Organisatión de l’armée secrète, gruppo terroristico clandestino che militava in Algeria per il mantenimento della presenza coloniale francese sul territorio) e poi in forma anonima. Mentre il timore e l’inquietudine del presidente dell’Eni aumentavano si sviluppò attorno a lui lo stesso clima che sarà vissuto trent’anni dopo dal giudice Giovanni Falcone, successivamente al fallito attentato all’Addaura: l’indifferenza del governo e dei servizi segreti e la derisione da parte delle testate giornalistiche e dei principali mezzi di informazione che non credevano affatto alle minacce che Mattei riceveva.

Quegli ultimi giorni in Sicilia: un vero e proprio giallo
Pochi giorni prima dell’attentato Enrico Mattei si recò due volte in Sicilia per consolidare gli interessi dell’Eni sul territorio. Si impegnò addirittura a realizzare nel Paese ennese di Gagliano una fabbrica in cambio della concessione offerta dalla Regione all’ente per l’estrazione del petrolio. Dopo essere tornato a Milano, durante una notte ricevette una telefonata dal segretario della Dc siciliana, futuro senatore, alto funzionario dell’Agip e soprattutto capo dell’ufficio pubbliche relazioni dell’Eni nell’isola e poi presidente dell’Ems (Ente minerario siciliano), Graziano Verzotto, che gli chiese inaspettatamente di fare ritorno urgente nell’isola a causa delle pressioni provenienti dalla popolazione del Gagliano. Il pm Calia disse che quella telefonata aveva l’aria di essere un vero e proprio “pretesto” per attirare Mattei in Sicilia. A prescindere da ciò, prima del suo arrivo sull’isola le attrezzature dell’aeroporto di Gela, dove il presidente dell’Eni doveva atterrare, subirono un attentato e in generale il suo ultimo periodo passato sull’isola fu un vero e proprio giallo. Dopo l’atterraggio l’imprenditore scomparve per 3 ore senza che nessuno sapesse dove si trovasse e l’aereo dove Mattei doveva volare si mosse tra gli aeroporti della Sicilia senza che fossero sempre conosciuti i passeggeri a bordo. Verzotto, l’ultimo a salire su quel velivolo la sera prima, il principale organizzatore del viaggio del presidente e colui che gli aveva telefonato urgentemente per chiedergli di scendere in Sicilia, decise alla fine di non accompagnarlo a Gagliano la mattina del 29 ottobre del 1962. Infine Mattei, dopo essere stato inaspettatamente trattenuto ad un pranzo che durò fino al pomeriggio e dopo aver manifestato a diversi durante la giornata un certo timore e una particolare inquietudine per qualcosa, quella stessa notte, con pessime previsioni metereologiche, salì insieme a Irniero Bertuzzi, suo pilota, sull’aereo diretto a Milano.

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Lo scrittore, Pier Paolo Pasolini © Letizia Battaglia


La figura di Graziano Verzotto
I fatti e i movimenti che hanno riguardato la figura di Graziano Verzotto, nonostante quest’ultimo non sia mai stato imputato in un processo, nella vicenda Mattei fanno sorgere ancora alcuni dubbi. Una vicenda interessante fu quella che riguardò il pilota dell’aereo dell’imprenditore, Irniero Bertuzzi, il quale nell’ultimo periodo era stato avvicinato dal segretario democristiano, per una nuova prospettiva di lavoro come manager della compagnia aerea siciliana Alis, avviata da Gualtiero Nicotra, cugino acquisito del Verzotto. L’Alis in realtà era in liquidazione già da un anno: perché quest’offerta illusoria paventata al pilota dal Verzotto e dal cugino e perché proprio Bertuzzi? Cosa sapeva il pilota che poteva tornare utile? Bertuzzi era il solo che conosceva su quale aereo sarebbe salito il presidente dell’Eni (che viaggiava sempre con due aerei e decideva all’ultimo su quale salire) ed era quindi il solo da cui poter avere informazioni sul velivolo da manomettere per l’attentato. Un’altra vicenda alquanto misteriosa fu quella che riguardò una telefonata fatta da Verzotto subito dopo la caduta dell’aereo di Mattei alla moglie di Bertuzzi, Lina Poli, alla quale chiese se “il comandante fosse atterrato a Roma”. Verzotto ha sempre negato ed escluso di aver fatto questa telefonata ma la donna è assolutamente certa in quanto ha dichiarato di aver “più volte parlato con lui al telefono per la questione dell’Alis”.

29 ottobre 1962: testimonianze e presenze rivelano misteri dietro la tragedia
Il 27 ottobre del 1962 l’aereo di Mattei precipitò nei pressi di Bascapè in provincia di Pavia. Le prime dichiarazioni raccolte furono quelle dell’agricoltore Mario Ronchi il quale subito dopo la tragedia disse a Fabio Mantica, reporter del “Corriere della Sera” di aver visto il “cielo rosso, che bruciava come un grande falò e le fiammelle che scendevano tutte attorno”. Disse di aver capito che si trattava di un aeroplano. Disse ancora: “Si era incendiato e i pezzi stavano cadendo sui prati”. Dopo circa un mese Ronchi venne interrogato dal maresciallo Augusto Pelosi a cui fornì una versione completamente diversa, dichiarando che quella che lui aveva descritto prima come una esplosione in cielo era in realtà un incendio verificatosi a terra dopo l’impatto dell’aereo. Ma cosa era successo in quel lasso di tempo, dalle prime dichiarazioni del Ronchi all’interrogatorio davanti al comandante della stazione dei carabinieri? Nel verbale del 1997 del pm Calia si legge che durante quel periodo l’agricoltore venne accompagnato da alcuni dipendenti della Snam (Società nazionale metanodotti) a San Donato Milanese dove, a detta di Ronchi, venne interrogato.
La Snam era a quel tempo un’azienda consociata all’Eni ed era guidata operativamente da uomini vicini a Eugenio Cefis. Al contadino venne per caso promesso qualcosa in cambio del silenzio? Ronchi in effetti ammise di aver ricevuto benefici dalla Snam.
Ancora, Carlo Mantovani, il primo fotografo a giungere sullo scenario, vendette le sue foto al suo migliore acquirente, ossia all’investigatore Tom Ponzi, uomo vicino a Cefis. In un verbale di Raffaello Romano, cronista del "Corriere della Sera”, il giornalista dichiarò di essere stato testimone della presenza di “un signore che sale in una lussuosa auto nera con autista, vestito di scuro”: uomo che si allontanò di fretta dirigendosi verso l’Eni a San Donato Milanese e che dopo 10 minuti uscì dal palazzo portando con sé una borsa molto gonfia. Al cronista, nel pezzo che doveva redigere, venne detto di non riportare l’episodio appena raccontato. Non conosciamo ancora il nome e il cognome di quest’uomo. Sulla presunta presenza di Eugenio Cefis sul luogo del delitto, l’ex partigiano e militante della Dc, Felice Fortunato Ziliani, dichiarò al pm Calia di essere a conoscenza, così come molti all’interno dell’Eni e della Snam, della preoccupazione di Cefis di trovare sul luogo della tragedia la borsa contenente i documenti che Mattei aveva con sé sull’aereo. E ancora: “Si diceva che Cefis fosse andato sul posto diverse volte e della ricerca della borsa erano stati incaricati i suoi uomini più fidati all’interno dell’Eni”.

Cefis: strada spianata dopo la morte di Mattei
Sicuramente, colui che tra tutti i personaggi in gioco, trasse i più importanti benefici dalla morte di Mattei fu proprio Eugenio Cefis. Quest’ultimo, dopo quella tragedia, non solo prese la presidenza dell’Agip e di molte altre società del gruppo, ma nel 1967, grazie ad un fortissimo sodalizio con l’allora presidente del consiglio Amintore Fanfani, riuscì a diventare il nuovo presidente dell’Eni. Allo stesso tempo conquistò il vertice della Montedison e il ruolo di finanziatore occulto della grande stampa italiana, diventando di fatto l’uomo più potente d’Italia.
Ma per quale motivo Mattei poteva essere considerato un personaggio così scomodo e pericoloso per la politica italiana e internazionale, tanto da spingere uomini ed apparati ad organizzare la sua eliminazione? Il presidente dell’Eni rappresentava sicuramente un rischio per gli interessi internazionali delle grandi aziende petrolifere mondiali e degli Stati Uniti d’America, che sentivano minacciato il loro potere d’influenza sul nostro Paese, ma Mattei era un pericolo soprattutto per la stabilità politica italiana, a causa del suo fortissimo potere d’influenza e di contrattazione. Mattei era il solo uomo capace di sfuggire a qualsiasi tipo di controllo e questo faceva paura a quei sistemi di potere che con continuità dirigono da sempre la Nazione.

Le inchieste sul caso Mattei
L’inchiesta avviata dal pm di Pavia Edgardo Santachiara sul caso Mattei si chiuse molto rapidamente con una sentenza di archiviazione il 31 marzo del 1966 “perché il fatto non sussisteva”. Ma l’errore attribuito a Bertuzzi come causa della caduta dell’aereo non convinceva affatto e la voce riguardo il coinvolgimento di Cefis nella tragedia appariva sia in un fascicolo Ucigos sia in un rapporto del Sisde. Ma comunque i fatti, le dichiarazioni e le testimonianze non erano stati sufficienti per aprire un processo. Nel 1994 il pm di Pavia Vincenzo Calia decise di aprire la terza inchiesta sul caso Mattei. Quest’ultima racchiudeva migliaia di verbali, testimonianze, rapporti, perizie e dichiarazioni di pentiti: il magistrato svelò le menzogne del contadino Ronchi, scoprì negli archivi le prove degli interventi dei servizi segreti, ricostruì in maniera molto precisa le ultime ore di Mattei e gli spostamenti di tutti i personaggi che ruotarono attorno al presidente dell’Eni. Dal 1996 al 1998 il pm interrogò anche Graziano Verzotto rientrato in Italia dopo quasi venti anni di latitanza ma le sue dichiarazioni furono abbastanza contraddittorie. Certamente anche il senatore parlò di “sabotaggio” e non di “incidente” e fece due nomi importanti: Eugenio Cefis e Vito Guarrasi (luogotenente di Cefis in Sicilia, già consulente dell’Eni allontanato da Mattei dal consiglio di amministrazione dell’Anic Gela per gli interessi contrastanti che coltivava, e poi tornato in sella dopo la tragedia di Bascapè). Guarrasi, l’avvocato palermitano, era il più fidato collaboratore di Cefis: partecipò alle trattative dell’armistizio del 1943, diventò amministratore di numerose società industriali ed estrattive e consulente di molte delle più importanti società nazionali operanti in Sicilia, tra cui Eni, Agip, Snam e Montedison. Dall’esame del fascicolo personale tenuto dall’Eni “si evince che era stato Eugenio Cefis a fare avere l’incarico di consulente dell’ente all’avvocato Vito Guarrasi”. Ancora non è stato chiarito invece il rapporto tra il Verzotto e il Guarrasi.
Per il pm il delitto Mattei fu “un complotto tutto italiano” in cui depistaggi, manipolazioni, soppressione di prove e di documenti, pressioni e minacce la fecero da protagonisti. Per non parlare delle complicità emerse dai fatti o dalle dichiarazioni di testimoni e dei collaboratori di giustizia, riguardanti il ruolo dell’Oas, della Cia, delle Sette sorelle e anche della mafia.

Sequestro Mauro De Mauro, un filo unico che conduce alla morte del cronista
Il 16 settembre del 1970 il giornalista de “L’Ora” Mauro De Mauro venne sequestrato davanti a casa sua a Palermo e non se ne seppe più nulla. L’inchiesta sull’uccisione del giornalista durò tre mesi e mezzo e poi 36 anni di silenzio. Nel 2001 la Questura di Palermo iniziò l’inchiesta e il processo si aprì finalmente nel 2006: finì con una sentenza di assoluzione della Cassazione del 2015 per il boss Totò Riina, unico imputato.
Ma qual’è il filo che collega l’eliminazione del giornalista alla morte di Mattei? Poco tempo prima il regista Francesco Rosi gli aveva chiesto aiuto per scrivere la sceneggiatura su un film che avrebbe girato sulla storia e sugli ultimi giorni del presidente dell’Eni. Il giornalista aveva così iniziato delle indagini molto approfondite: aveva ricostruito le giornate dell’imprenditore a Gela e a Gagliano e aveva incontrato tutti i personaggi che avevano girato intorno all’orbita di Mattei negli ultimi giorni, tra cui anche Verzotto e Guarrasi. De Mauro aveva poi fatto confidenze a colleghi, amici e ai familiari di avere tra le mani uno “scoop” clamoroso, “qualcosa di grosso”. Probabilmente era arrivato a scoprire qualche elemento di verità che poi ha fatto paura a qualcuno? Nell’ultimo periodo il cronista de "L’Ora" era anche stato trasferito nella sezione dello sport, un cambiamento che non aveva accettato volentieri. Inoltre dal diario di Junia e da un rapporto della Squadra mobile diretto alla magistratura emerse che il dott. Nisticò, direttore de "l’Ora”, il giorno dopo la sua scomparsa senza attendere la polizia e prima ancora di aver avuto la certezza dell’avvenuto sequestro, forzò il cassetto della scrivania di De Mauro. All’interno di quest’ultimo erano contenuti gli appunti del giornalista per la sceneggiatura di Rosi e tra quelli consegnati poi alla polizia manca la pagina n.7. Nelle pagine di questo documento il nome di Cefis era scritto sempre a lettere maiuscole.

La pista Mattei nel caso De Mauro
La pista Mattei emerse per la prima volta dalle dichiarazioni di un certo Nino Buttafuoco, un commercialista palermitano, il quale subito dopo il sequestro di De Mauro si recò più e più volte alla casa del giornalista per chiedere informazioni e facendo intendere di sapere molte cose. Buttafuoco venne arrestato e poi scarcerato tre mesi dopo. Il palermitano sembrò essere in stretti rapporti (confermati nella relazione della Commissione parlamentare antimafia legislatura VI) proprio con l’avvocato Vito Guarrasi (il collaboratore fedele di Cefis), il quale ad un certo punto rischiò di essere arrestato. La prova stava in una telefonata (definitivamente ritenuta provata della sentenza del 1981 del tribunale di Palermo, a conclusione del procedimento contro i giornalisti Vittorio Nisticò, Felice Chilanti ed altri, imputati di diffamazione in danno di Vito Guarrasi), la cui trascrizione è poi scomparsa e della cui esistenza avrebbe dovuto testimoniare il magistrato Pietro Scaglione, ucciso purtroppo il giorno prima della sua deposizione in tribunale.

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Il giornalista, Mauro De Mauro


La brusca interruzione delle indagini: intervengono i servizi segreti
Proprio quando era vicino l’accertamento della responsabilità per Vito Guarrasi, iniziarono i depistaggi: si voleva eliminare la pista Mattei e favorire la pista della droga, più facile, più rapida da archiviare e soprattutto non scomoda. I depistaggi iniziarono con le dichiarazioni di Verzotto, che “su suggerimento dei carabinieri” confessò anni dopo al pm Calia di “avere depistato”. Le indagini sia della polizia sia dei carabinieri (molto vicini alla verità) furono interrotte bruscamente un mese dopo la morte di De Mauro. Ma come è possibile che le indagini potessero venire così platealmente insabbiate? Perché arrivarono i servizi segreti, che misero uno stop. Il pm Ugo Saito rivelò al collega Calia una verità inquietante: incontrando Boris Giuliano, dell’Arma dei carabinieri, Saito gli chiese il motivo per cui le investigazioni su De Mauro si erano fermate e lui gli spiegò della circostanza per cui alla “Villa Boscogrande, un night club in località Cardillo, vi era stata una riunione alla quale avevano partecipato i vertici dei servizi segreti e i responsabili della polizia giudiziaria palermitana. In tale riunione fu impartito l’ordine di “annacquare” le indagini”. Il questore Li Donni recepì l’ordine e chiese di raccogliere tutte le prove e i documenti fino ad ora raccolti sulla vicenda.

Lo scoop da far tremare l’Italia
Ma cosa aveva scoperto nel suo “scoop” Mauro de Mauro? Secondo le dichiarazioni di Verzotto al pm Calia a partire dal 1996 il segretario Dc era in contatto con il giornalista e i due si erano incontrati più volte: “Mauro mi riferì di aver raggiunto un suo convincimento sulla morte di Mattei”, la pista era esclusivamente italiana e “secondo De Mauro, portava direttamente a Eugenio Cefis e Vito Guarrasi. Quest’ultimo in posizione subordinata rispetto a Cefis”, disse Verzotto. Come si evinceva anche dalla relazione della pg di Pavia sul caso De Mauro, la morte di quest’ultimo aveva visto “un coinvolgimento diretto di tutte le massime cariche politico-economiche dello Stato”: le indagini del giornalista cadevano nel periodo del rinnovo delle cariche di presidente della Repubblica e di presidente dell’Eni e quindi potevano destabilizzare quel sistema di rapporti di potere. La verità dietro l’omicidio Mattei quindi doveva restare sotterrata per sempre. Le varie inchieste e il processo iniziato nel 2006 davanti ai giudici di Palermo avevano ipotizzato il coinvolgimento di Verzotto in primo grado. Secondo questo primo giudizio la rivelazione di un attentato a Mattei, progettato con la complicità di apparati italiani (e forse con il supporto della Cia), avrebbe avuto “effetti devastanti per i precari equilibri politici generali, in un paese attanagliato da fermenti eversivi e tentato da svolte autoritarie”. Una valutazione quest’ultima stravolta dai giudici d’Appello che, con la sentenza del 27 giugno 2014, hanno affermato come a causa “del lasso di tempo trascorso” e dell’“opera di sistematico depistaggio” risulti particolarmente difficile se non impossibile distinguere con certezza i fatti come realmente accaduti”. Un giudizio confermato anche dalla Suprema Corte nel 2015. Ciò ha significato che a differenza di quanto ritenuto dai giudici di primo grado il ruolo di Verzotto nella vicenda non era affatto da ritenersi certo o “centrale”. Il processo si è concluso appunto con un’assoluzione dell’unico imputato, il boss Riina.
A prescindere da cosa è stato o non è stato accertato in giudizio restano però i fatti e moltissimi dubbi: la scomparsa delle bobine e della trascrizione della telefonata tra Guarrasi e Buttafuoco, la scomparsa degli atti che dovevano essere trasferiti dopo la prima inchiesta alla procura di Pavia, le impronte dei killer misteriosamente eliminate dallo schedario della polizia criminale. E anche su De Mauro un intreccio oscuro di apparati e di strutture non ha permesso di far emergere la verità.

Il delitto Pasolini, cosa c’entra con Mattei e De Mauro?
Il 2 novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia morì lo scrittore e poeta Pier Paolo Pasolini. Il caso venne rapidamente archiviato e posto in un cassetto come una banale “lite tra froci” e venne condannato come solo responsabile un “pischello” allora di soli diciassette anni, Pino Pelosi. Ma c’è solo questo dietro la morte dell’autore? Cosa c’entra Pasolini con Mattei e con De Mauro e come entrò a far parte di quel filo nero? Dalle diverse testimonianze che sono state raccolte emerse come all’Idroscalo erano presenti due macchine e come in realtà si fosse trattato di un vero e proprio massacro commesso da più persone. I primi nomi e cognomi uscirono grazie al rapporto investigativo di Renzo Sansone, infiltrato per mesi tra i balordi del Tiburtino. Emersero così i tre nomi dei presunti killer: i fratelli Franco e Giuseppe Borsellino, siciliani di Catania, Giuseppe Mastini, detto Jhonny lo Zingaro. Il 7 maggio del 2005 Pino Pelosi dichiarò per la prima volta di essere stato minacciato e di aver avuto paura fino a quel momento ad esporsi. Nel 2008 Pelosi tornò a parlare, questa volta indicando i nomi dei complici dell’omicidio, che coincidevano con quelli scoperti da Sansone, a differenza di Giuseppe Mastini, la cui partecipazione Pelosi negò categoricamente. Queste dichiarazioni non hanno provocato alcun effetto e l’unico responsabile in giudizio dell’omicidio è rimasto Pelosi.

Il libro di denuncia di Pasolini, “Petrolio”
Ma perché proprio Pasolini? Su che cosa stava investigando? L’autore stava scrivendo un romanzo di nome “Petrolio” in cui parlava dell’Eni, della morte di Mattei, della scalata al potere del suo successore Eugenio Cefis, della politica italiana fino alla metà degli anni Settanta. Pasolini era ossessionato proprio dalla figura di Cefis, che in quel momento era uno degli uomini più potenti d’Italia. Del libro sono rinvenute solo 522 di 600 pagine ed è scomparso l’”Appunto 21”, “Lampi sull’Eni”. Il cuore della denuncia di “Petrolio” stava proprio nella spiegazione dettagliata di quella ramificazione del potere economico italiano che teneva le redini del Paese e che veniva affiancato da uno sporco gioco manipolatorio svolto dagli organi di informazione. Nel romanzo, Pasolini individuava il progetto eversivo e autoritario di Cefis e gli elementi di continuità che avevano trasportato il potere dalle mani di quest’ultimo a quelle di Berlusconi, tramite la figura di Licio Gelli. Da una nota riservata del Sismi in effetti, con notizie acquisite nel 1983, emerse come la “La Loggia P2 fosse stata fondata da Eugenio Cefis, che l’ha gestita sino a quando è rimasto presidente della Montedison”. Cefis, nel suo progetto autoritario, era stato il primo a comprendere la necessità di controllare tutti i mezzi di comunicazione e infatti, come altri potentati, assalì i giornali: era il momento della ristrutturazione dei mass media e della sottoposizione della carta stampata ai gruppi finanziari tramite l’eliminazione dei cosiddetti “editori puri”.
I parallelismi e gli elementi di continuità tra Cefis e Gelli non stavano solamente nelle coincidenze di uomini che lavorarono prima per l’uno e poi per l’altro, ma anche e soprattutto nella funzione ormai permanente che le strutture volte all’organizzazione e alla gestione del potere in Italia dovevano esercitare nel panorama politico del Paese. Con l’ascesa di Berlusconi in campo infine il Piano venne quasi completato: il cosiddetto “golpe bianco”. Si doveva infatti sbloccare il sistema politico italiano e per farlo era necessario eliminare i partiti politici tradizionali aprendo la strada alla Seconda Repubblica, con la discesa in campo del premier di Forza Italia: per realizzare tutto questo si dovette versare sangue. È il periodo delle stragi di Stato del 1992 dove morirono i giudici Falcone e Borsellino e gli agenti delle loro scorte e delle stragi del Continente del 1993.
I misteri che si nascondono dietro quei decenni di storia italiana probabilmente, per il lungo periodo di tempo ormai trascorso e per gli infiniti depistaggi, manomissioni e manipolazioni di prove che ci sono stati, non verranno mai alla luce. Il presidente dell’Eni voleva attuare una “rivoluzione impossibile” che avrebbe cambiato per sempre le sorti del nostro Paese. Certamente dal delitto Mattei prende il via “un’altra storia d’Italia” che arriva fino ai giorni nostri e che si è lasciata alle spalle il sangue di uomini giusti e di quella sacrosanta democrazia sancita nella nostra Costituzione.

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