Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per migliorare la navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’uso del sito stesso. Per i dettagli o per disattivare i cookie consulta la nostra cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque link del sito acconsenti all’uso dei cookie.

Tantissimi giovani attivisti (GPI, Our Voice e GazaFreestyle) uniti per i diritti del popolo palestinese

Nascere in Palestina significa fare un atto di resistenza. Vivere a Gaza significa diventare rivoluzionari e poi martiri della propria liberazione: vuol dire nascere e vedere un cielo buio senza stelle, mangiare cenere e pane affumicato, respirare e subito dopo soffocare, vuol dire dormire piangendo e morire senza speranza.
Non dimenticheremo mai la nostra causa”, ha detto Maya Issa, una giovane ragazza palestinese del GPI (Giovani Palestinesi d’Italia), intervenuta durante il dibattito che si è tenuto tra diversi attivisti giovedì scorso, nella prima giornata del "Falastin Festival" in Piazzale Verano a Roma. Una serata piena di emozioni, colori, lacrime e speranza, in cui si è respirata la disperazione di un popolo stanco e oppresso e in cui si è vissuta la totale follia e ingiustizia di un genocidio, quello palestinese, perpetrato ormai da tantissimi decenni da Israele. Le voci che hanno parlato, gridato, recitato e cantato hanno permesso a chi era presente di immaginarsi le vere forme e colori dell’inferno. Un posto da cui non si può scappare e in cui non ti è permesso difenderti, ma solo resistere o morire. Tale sofferenza però non si vive sottoterra, ma a cielo aperto. Questo è l’inferno di Gaza e dei campi profughi palestinesi che lo scorso giovedì è stato inciso come una ferita indelebile ed indimenticabile nel cuore di chi assisteva alla testimonianza e al racconto della vera storia della Palestina. Il Festival, iniziato giovedì 1 ottobre e che durerà fino a domenica 4, è stato organizzato dalla Comunità palestinese di Roma e del Lazio con il patrocinio della Presidenza del Municipio Roma II e dell'Ambasciata Palestinese ed è stato realizzato in collaborazione con il GPI, Assopace Palestina, Nazra Film Festival, BDS Roma e molte altre associazioni e gruppi che si battono a favore dei diritti del popolo palestinese. La prima giornata ha visto anche l’emozionante partecipazione del movimento culturale Our Voice, sia all’interno del dibattito, con i due attivisti e fratelli italo-palestinesi Jamil e Karim El Sadi, in vesti di moderatore e relatore dell’evento, sia con un breve spettacolo a dir poco commovente e di una potenza che ha travolto tutti i partecipanti.

IMG 8229

Gli attacchi al Festival: parlare contro Israele fa paura
Il dibattito è stato un “viaggio tra Italia e Palestina”, come l’ha spesso definito nel corso della serata Jamil El Sadi, ed è iniziato con Erika Silvestri, referente del BDS, un movimento nato nel 2004 in Italia che, ispirandosi a quanto successo in Sud Africa con l’apartheid, ha scelto tre strumenti di difesa contro Israele al fine di riaffermare i diritti del popolo palestinese: boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Una partecipazione, quella del BDS, che ha suscitato critiche e polemiche da parte della Federazione Italia Israele. Quest’ultima, in un articolo firmato dal suo presidente, Giuseppe Crimaldi, ha espresso “profonda disapprovazione e ferma contrarietà alla partecipazione delle istituzioni e dei rappresentanti comunali alla detta manifestazione”, condannando il BDS come movimento che “istiga all’odio” e che “utilizza da sempre lo strumento della demonizzazione e della criminalizzazione” ed elogiando la “democrazia legittimamente riconosciuta” dello Stato di Israele. Uno schiaffo in faccia, uno sputo su chi muore soffocato dal gas, bruciato dalle bombe, sterminato dai carri armati, distrutto dai missili, mutilato dalle granate lanciate proprio da quello Stato che si dichiara “pacifico” e “democratico”. Il conflitto italo-palestinese non è una guerra, è un assedio unilaterale condotto  da forze armate fra le più potenti al mondo contro una misera terra di a malapena 300 kmq, dove la popolazione si muove ancora sui muli e dove c’è una resistenza male armata la cui unica forza è quella di essere pronta al martirio. Chi si arma di pietre viene considerato “terrorista” e “mostro”, chi invece si arma delle peggiori armi sterminatrici mai inventate dall’uomo viene elogiato come “pacifista” e “democratico”.
La Presidente del Municipio II di Roma, Francesca Del Bello, con grande sforzo era riuscita a resistere e a concedere il patrocinio nonostante le richieste di ritiro da parte della giunta, una in particolare proveniente dall’assessore dem alla Cultura Lucrezia Colmayer, che ha addirittura rassegnato le dimissioni, poi respinte dalla presidente. La Del Bello ha posto le sue scuse alla comunità ebraica affermando di essere “pronta da subito ad incontrare la Comunità per proseguire nel miglior modo la nostra consolidata collaborazione volta a combattere e sradicare qualsiasi forma di antisemitismo”.
Tutto questo non deve sorprendere: le forze politiche e mediatiche del nostro Paese da sempre portano avanti con ogni mezzo una campagna di sistematica disinformazione rispetto alla questione palestinese cercando così di impedire che nelle università, nelle scuole e nelle piazze italiane quest’ultima trovi spazio e le attenzioni che merita.
Israele si deve raccontare bello e buono nel mondo”, ha affermato Erika Silvestri del BDS, “deve lavarsi dai suoi crimini e quindi far vedere che è un paese giovane che ha un’attenzione verso l’economia sostenibile, verso lo sport, verso i giovani”. Così “anche una cosa semplice come il boicottaggio fa paura, perché disturba la bella facciata che Israele vuol far credere al mondo”. “Il BDS - ha continuato la giovane attivista - nasce come movimento del tutto non violento, che parte dal basso e non mira a colpire cittadini israeliani in quanto tali ma entità che vengono riconosciute come complici dell’oppressione dei palestinesi. Quindi non c’è un boicottaggio verso Israele tu cur, ma solo quando è riconosciuta una sopraffazione e un’apartheid manifestata contro i diritti dei palestinesi”. “Una discriminazione e delegittimazione dello Stato di Israele” è stato scritto nel comunicato dalla Comunità ebraica. Quest’ultima, insieme ai rappresentanti del nostro Paese, difendono in modo spudorato e vergognoso un governo dittatoriale, genocida e assassino.


La resistenza della Palestina e il silenzio dell’Occidente: la voce dei giovani attivisti
Nel dibattito si è posto particolare accento sull’attivismo giovanile in Italia ma soprattutto in Palestina dove le giovani generazioni portano avanti una resistenza che è d’esempio per il mondo, praticando la non violenza, utilizzando come mezzi l’arte e la cultura, e mettendo in pratica i veri valori della pace. “Purtroppo negli ultimi anni una parte di gioventù palestinese si è un po' affrancata, quasi rassegnata, vedendo l’odio, la violenza, l’apartheid che dura ormai da 70 anni e l’azzeramento delle loro prospettive future”, ha spiegato Karim El Sadi, membro sia di Our Voice sia del GPI. “La parte che resiste deve vedere che dall’altra parte del mondo, in Italia, in Africa, in Europa, in Cile, in Paraguay, ci sono altri giovani e coetanei che combattono per gli stessi diritti, che si schierano con loro, che li difendono e che denunciano le stesse cose che denunciano loro. Solo in questo modo possono non sentirsi soli e solo in questo modo possono riprendere coraggio, vigore e continuare questa resistenza pacifica che prima o poi sono convinto vinceranno”. Ma in Occidente, dove non si vedono né povertà né genocidi, sono pochi i giovani attivisti formati e pronti a denunciare questo sistema. Questo avviene perché non c’è informazione. “Si parla poco di Palestina”, ha detto infatti Maya Issa del GPI, “e quando se ne parla si va sempre a favore dell’occupazione sionista e israeliana. Nei libri di scuola, dalle elementari alle scuole superiori, c’è una falsa narrativa, non viene raccontata la vera storia palestinese”. Ha continuato poi spiegando l’obiettivo dei Giovani Palestinesi d’Italia: “Far conoscere la vera storia del popolo palestinese, che l’esercito israeliano tante volte ci ha rubato. Quest’ultimo tenta di appropriarsi della Palestina e di cancellare per sempre il popolo palestinese”. Durante il dibattito si è parlato anche del ruolo della donna nel processo di liberazione di quella terra: “Tutte le donne palestinesi hanno un’incredibile forza politica quasi originaria”, ha affermato Francesca Nardi di GazaFreestyle, “in Italia è difficile conoscere la radicalità politica nei giovani, perché c’è sempre un certo timore, si tende ad imbellire per far sembrare tutto più moderato”. Raccontando da cosa è originata l’idea di inviare una delegazione femminile a Gaza, la giovane attivista ha spiegato che “un popolo che fa a meno delle sue donne è un popolo che rimane mutilato, dimezzato, delle sue forze delle sue intelligenze. Non si può fare a meno di nessun tassello per la liberazione del popolo palestinese, che deve partire da tutti e dalle donne per prime perché la madre di tutte le ingiustizie ha bisogno delle madri quelle vere per essere sconfitta e delle sue figlie”.

IMG 8451

I semi di Vittorio Arrigoni: l’unione che si fa Rivoluzione
Condanniamo il dittatore assassino Nethanyau per la dittatura israeliana che in questo momento sta portando avanti sui nostri compagni e fratelli palestinesi”, ha detto con forza Sonia Bongiovanni, direttrice del movimento Our Voice, “condanniamo tutti i Paesi filo-israeliani, il Presidente americano Donald Trump che ci parla di un piano del secolo e di un piano di pace davanti a bambini, uomini e donne che vengono sterminati ed uccisi in questo momento. Denunciamo le Nazioni unite, perché stanno facendo poco o nulla: hanno preso come stato membro Israele e lasciato come osservatore la Palestina. Oggi condanniamo il nostro Stato italiano, uno Stato per parte mafioso e criminale: che cosa sta facendo il cosiddetto governo del cambiamento, il ministro degli esteri Di Maio, per quel popolo, per quei bambini? Noi oggi condanniamo tutti questi responsabili e l’indifferenza che dilaga nelle persone, perché io a scuola non voglio sentire parlare solo di olocausto ma anche del genocidio palestinese”. Questo sporco silenzio, che si tramuta in complicità, si vede oggi come si è visto qualche anno fa, quando neanche di fronte alla morte di un nostro connazionale il nostro Paese e le nostre istituzioni sono riusciti ad alzare la testa ed a riaffermare la propria dignità. “Vittorio è stato ucciso due volte”, ha affermato Anna Maria Selini, autrice del libro "Vittorio Arrigoni: ritratto di un utopista": una volta sul campo e una volta a livello politico, istituzionale e mediatico. Il giornalista, che amava farsi chiamare “Vic”, venne ucciso a Gaza il 15 aprile del 2011: le sue azioni e le sue parole oggi sono un punto di riferimento per tantissimi giovani attivisti di tutto il mondo che si battono per la causa palestinese. La scrittrice nel suo intervento al Festival ha raccontato i giorni successivi alla morte dell’attivista, leggendo la testimonianza di Osama, un carissimo amico di Vittorio che portò fuori da Gaza la sua salma. Le parole di Osama entrano come filo spinato nel petto: un viaggio lunghissimo ed esasperante, dove tutti, compresa l’ambasciata d’Italia in Egitto, negarono il proprio aiuto, Vittorio tornò a casa su un aereo cargo e poi “su un aereo di linea avvolto nei sacchi neri della spazzatura”, come ricorda la sua ultima compagna, Maria Elena d’Elia, nessun rappresentante delle istituzioni andò ad accoglierlo all’aeroporto e nemmeno si fece vivo durante il suo funerale.
Nella serata di giovedì la rivoluzione e lo spirito di Vittorio si sono riviste negli occhi dei giovani del GPI, di GazaFreestyle e di tutte le associazioni e gruppi che hanno partecipato all’evento. La storia della Palestina è stata vissuta attraverso lo spettacolo straziante di Our Voice, dove è sembrato per un momento di ritrovarsi a Gaza, in quella che viene chiamata “la più grande prigione a cielo aperto”. Forse i bambini che proprio in quell’istante erano terrorizzati dai fischi delle bombe hanno per un momento guardato il cielo e sentito un grido di giustizia, di amore e di forza che non li ha lasciati soli e che combatterà fino alla fine per salvarli. “Questo è un grande messaggio di speranza che arriverà in Palestina e a Gaza” ha detto alla fine dello spettacolo Maya Issa stringendo e alzando, insieme alla sua, la mano di Sonia Bongiovanni: un’unione che è la vera forza contro questo sistema criminale e la più grande rivoluzione, pacifica, giusta e vincente, mai iniziata su questa terra.
(03-10-2020)

Foto © Our Voice

ANTIMAFIADuemila
Associazione Culturale Falcone e Borsellino
Via Molino I°, 1824 - 63811 Sant'Elpidio a Mare (FM) - P. iva 01734340449
Testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Fermo n.032000 del 15/03/2000
Privacy e Cookie policy