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“E' una rinunzia alla mia dignità”
di Luca Grossi
“Perché non vuole pagare il pizzo? Lo fanno tutti!”
"Perché è una rinunzia alla mia dignità di imprenditore, se lo faccio io divido le mie scelte con il mafioso".
Questa è la frase simbolo che Libero Grassi, imprenditore palermitano ucciso da Cosa Nostra, pronunciò al programma televisivo Samarcanda, condotto da Michele Santoro, l'11 aprile 1991. Un intervento il suo, che faceva seguito alle sue prese di posizione pubbliche, contro la mafia ed il sistema delle estorsioni, in un tempo in cui pagare il “pizzo”, per tanti imprenditori, era l'unica via possibile per condurre il proprio lavoro.
Alla guida di uno stabilimento tessile a conduzione famigliare denominato Sigma, subì intimidazioni dal clan mafioso dei Madonia che pretendeva il pagamento della “tassa”. Libero Grassi, coraggiosamente, si espose pubblicamente il 10 gennaio del 1991 quando il quotidiano “Il Giornale di Sicilia” pubblicò in prima pagina una lettera indirizzata al “caro estorsore” in cui si chiedeva a quest'ultimo “di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia”.
A Libero venne offerta una scorta dopo la pubblicazione della lettera, ma lui la rifiutò. Decise, tuttavia, di far avere le chiavi della fabbrica alle Forze dell’Ordine poiché era l’unica protezione che desiderava avere.
Nei mesi successivi non fu facile la vita per l'imprenditore palermitano.
Basti pensare che mentre a Palermo si opponeva al pizzo, il 28 marzo del 1991 a Catania il giudice Luigi Russo emise una scandalosa sentenza in cui venivano assolti i cosiddetti “cavalieri del lavoro” Catanesi Francesco Finocchiaro, Gaetano Graci, Carmelo Costanzo e Mario Rendo (soprannominati “I cavalieri dell’apocalisse” da Pippo Fava in un suo articolo su “I Siciliani”, ndr) dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Il giudice giustificò i loro rapporti con il boss Santapaola, sostenendo che le tangenti girate al clan sarebbero state pagate per necessità, nonostante le dichiarazioni del pentito Antonino Calderone.
In quei mesi, davanti a una platea di persone, Libero Grassi espresse la sua rabbia: “La decisione scandalosa del Giudice istruttore di Catania, Luigi Russo, che ha stabilito che non è reato pagare la protezione ai boss mafiosi è sconvolgente… Stabilire che in Sicilia non è reato pagare la mafia è ancora più scandaloso della scarcerazione dei boss. Ormai nessuno è più colpevole di niente. Anzi, la sentenza del giudice Russo suggerisce agli imprenditori un vero e proprio modello di comportamento: pagate i mafiosi. E quelli che come me invece cercano di ribellarsi?”.
Ma le parole dette alla trasmissione Samarcanda non potevano passare inosservate; malgrado la visibilità ottenuta, Libero e la sua famiglia si sentirono abbandonati, isolati, quasi scherniti. E fu così che passarono i mesi, l’attenzione pian piano andò scemando e all'interno dell'organizzazione mafiosa si decise che era tempo di agire.
Era il 29 agosto 1991, 7.25 di mattina, dopo aver salutato la moglie Pina Libero uscì di casa per andare al lavoro a piedi, come sempre. Quella mattina però ad attenderlo c’erano Salvino Madonia e Marco Favaloro del clan dei Madonia, il primo dei due seguì Libero nascondendo la pistola dietro un giornale, per poi freddarlo con quattro colpi alle spalle. Dopo la sua morte la lotta venn portata avanti dalla moglie Pina Maisano assieme ad associazioni come Libero Futuro e AddioPizzo. Grazie alla legge 45/2001 venne ufficialmente riconosciuta la figura di testimone di giustizia che offre benefici anche in materia di tutela personale, le lacune nonostante il lavoro fatto sono ancora tante, infatti chi ha il riconoscimento di “testimone di giustizia” non è messo in condizione di restare nel luogo di origine o addirittura ricostruirsi una nuova vita che non assomigli ad un esilio forzato. E la poca chiarezza normativa, molto spesso, porta a confondere la figura di “testimone di giustizia” con quella del “collaboratore di giustizia”. In questo ultimo anno, in cui l’emergenza del coronavirus ha messo a dura prova il Paese, gli addetti ai lavori hanno lanciato un importante allarme per cui le mafie possono approfittare dello stato di crisi per conseguire un nuovo consenso “assistendo” cittadini in grave difficoltà economica; “assistenza” che ovviamente ha un prezzo. Di fronte al sacrificio di figure come Libero Grassi, che lottano per la propria dignità e indipendenza e che presentano dei valori che non si possono né cedere né comprare, lo Stato non può rimanere inerme e silente.
Il 29 Agosto 2019 Alice Grassi in via Alfieri ha spruzzato la vernice rossa a ricordo del padre, è stato affisso anche il manifesto scritto a mano in cui si ricorda: "Il 29 agosto 1991 è stato assassinato Libero Grassi, imprenditore, uomo coraggioso, ucciso dalla mafia, dall'omertà dell'associazione degli industriali, dall'indifferenza dei partiti, dall'assenza dello Stato".
La figlia in quell’occasione non ha riservato critiche al governo: "O sono io che non mi sono accorta di niente oppure il governo in questo anno non ha fatto nulla" sul fronte della lotta alla mafia "perché non mi risulta che abbia fatto proprio nulla - dice ai giornalisti - Siamo così intenti a respingere gente sfortunata che non ci occupiamo di ciò che succede a casa nostra, come la mafia o la 'Ndrangheta. Il ministro Salvini si sarebbe dovuto occupare della 'ndrangheta al Nord, che esiste, invece non mi sembra che abbia fatto niente".
E’ passato un anno da quelle parole e diversi sono gli aspetti che non vengono affrontati dall'esecutivo. Affinché ci sia un vero cambiamento è necessario che la lotta alla mafia diventi il primo punto dell’agenda politica del governo. Se non si fa questa scelta per sconfiggere questo cancro si dovrà attendere ancora per molto molto tempo.

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