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di Karim El Sadi
"Ustica andava dimenticata". Le parole, ora agli atti, dell'ex leader di Ordine Nuovo captate nel '96
E il pm Mancuso sottolinea: "Attuali contributi convergono nell’affermare la fondatezza delle mie conclusioni accusatorie"

18 gennaio 1996, a tavola cenano Carlo Maria Maggi, ex leader di Ordine Nuovo, la moglie e il figlio Marco. In sottofondo vengono trasmesse in tv notizie sulla strage di Ustica. Il discorso di padre e figlio si incentra su quell'attentato e poi si sposta su quello alla stazione di Bologna. "Il giudice ha da giorni... ha tracciato che la Mambro e Fioravanti...". "Hanno fatto la Strage di Bologna?", chiede Marco Maggi. Il padre risponde: "Sì sicuramente... sono stati loro". Con "loro" Carlo Maria Maggi intendeva Francesca Mambro e Giusva Fioravanti, i terroristi Nar (Nuclei Armati Rivoluzionari) esecutori della strage di Bologna, sempre dichiaratisi innocenti. E ancora, aggiunge l'ex leader di Ordine Nuovo, "eh, intanto lui (Fioravanti, ndr) ha i soldi". Probabilmente in riferimento ai milioni di dollari che il capo della P2 Licio Gelli avrebbe destinato ai terroristi per l'attentato, come emerso dagli ultimi sviluppi della procura generale di Bologna. Nel mezzo della conversazione interviene la moglie Imelda che intima il marito di tacere. Maggi, deceduto nel dicembre di 2018, non sapeva che la sua confessione familiare era stata captata dalle cimici degli investigatori. E oggi, a distanza di 24 anni, quelle parole inequivocabili trascritte e visionate dall'ANSA, sono finite agli atti della nuova inchiesta della Procura generale che a febbraio ha concluso le indagini sui mandanti della strage del 2 agosto 1980. Ma il discorso di Maggi a cena non finisce qui. "Ustica - aveva commentato il terrorista condannato per la Strage di Brescia - è stato... un episodio di guerra fredda, come ha detto questo qua; perché la Strage di Bologna è stato un tentativo di confondere le acque, capisci?! Per far dimenticare Ustica". La moglie allora: "Sì..? Dove c'è scritto che...". E Maggi: "Su tutti i giornali ben pensanti...". "E i tuoi cosa dicono? E tu quello che sai?", gli domanda il figlio. Maggi: "Lo so perché è così". E ancora. "Ma in pratica già qua nei nostri ambienti... erano in contatto con il padre di 'sto aviere... e dicono che portava una bomba, ecco! Io pensavo che... in cui 100 era... era alla stazione, c'era perfino...". Seguono parole incomprensibili. Secondo la Procura generale di Bologna, che ne ha chiesto di recente il rinvio a giudizio per concorso nell'attentato del 2 agosto 1980, quest'intercettazione di Maggi rappresenta una delle prove a carico di Paolo Bellini, ex Avanguardia Nazionale e soldato di 'ndrangheta, che aveva conseguito il brevetto da aviere. La notizia delle trascrizioni delle intercettazioni di Maggi arriva a pochi giorni dal quarantesimo anniversario della strage che quest'anno, per la prima volta, non prevederà il consueto corteo commemorativo. I famigliari delle vittime della strage di Bologna però, se da un lato non potranno ricordare i loro caduti come sempre fatto negli ultimi decenni, dall'altro possono rasserenarsi del fatto che finalmente i magistrati stanno battendo la pista giusta: quella dei milioni partiti dai conti svizzeri per finanziare i terroristi neri. E quindi allontanare ancor di più la pista palestinese tanto sbandierata dagli avvocati di questi ultimi. L'ultimo anno, infatti, si è rivelato determinante per l'accertamento della verità sull'attentato. E ora che, grazie a carte e documenti inediti (su tutti il documento "Bologna", sottratto dalle tasche di Gelli nell''81), sono stati individuati i nomi dei presunti mandanti (il capo della P2 e il banchiere Umberto Ortolani) e degli organizzatori dell’eccidio (l’ex capo dell’ufficio Affari riservati del Viminale Federico Umberto D’Amato e l'ex senatore Msi Mario Tedeschi) la tanto ricercata verità sta finalmente vedendo la luce.

Le parole del pm Mancuso
Nel frattempo questa mattina Libero Mancuso, pm della prima inchiesta sulla strage di Bologna che portò alla condanna di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, nonché, per depistaggio, di Licio Gelli e di alcuni uomini dei servizi segreti, ha rilasciato un'importante intervista al quotidiano Avvenire. L'ex magistrato ha parlato dell'attentato alla stazione toccando anche il tema del depistaggio e dei tentativi di delegittimazione che lo hanno riguardato. "La vicenda della bomba alla stazione di Bologna è stata la copertura degli autori della più grave, sanguinosa strage nel nostro Paese. Che porta impressa nella propria carne un'offensiva durata decenni che ha insidiato la qualità degli equilibri democratici e ha bloccato l'affermarsi dei valori enunciati nella Costituzione repubblicana, avversata da agguerrite espressioni reazionarie sopravvissute al fascismo", ha detto Mancuso. "La vicenda del depistaggio - ha spiegato -, per cui vennero condannati Licio Gelli e i vertici del Sismi, tutti iscritti alla P2, fu solo uno, anche se il più eclatante, dei numerosi avvelenamenti delle indagini che hanno accompagnato l'intero percorso processuale, portati a segno con la predisposizione di documenti e testimoni falsi, l'uso smodato di offensive giornalistiche contro chi indagava i reali autori della strage. Un'offensiva contro la verità e i giudici di inusitata potenza". Per il magistrato con i depistaggi "si voleva impedire a ogni costo che si pervenisse all'individuazione degli autori della strage. Occorreva salvare gli esecutori materiali, anche perché non si individuassero i mandanti, i soli in grado di scatenare, dalle sedi occulte del loro straordinario potere e servendosi di numerosi organi di stampa più o meno asserviti e di tutti i vertici di Polizia, nessuno escluso, un'offensiva contro la verità con una forza intossicante mai prima conosciuta". Sul punto per l'ex magistrato i terroristi dei Nar non erano né estranei all'eccidio, come si dichiarano di essere, né semplici "ragazzini sprovveduti", come da certi sostenuto. "E' sufficiente leggere la requisitoria del pm o la sentenza di condanna di primo grado, o quella della Cassazione, per smentire nel modo più netto e risoluto tale affermazione, fatta circolare ad arte a difesa degli imputati ma sonoramente smentita da quanto accertato in atti". Durante l'intervista Mancuso ha parlato anche della figura di Gelli. "A suo carico è stato di recente acquisito agli atti il documento "Bologna", dove figurano trasferimenti di ingenti somme di denaro a personaggi istituzionali iscritti alla loggia P2. Versamenti tutti avvenuti a cavallo del 2 agosto 1980. Ma a carico di Gelli, non si dimentichi, figurano il suo dominio sui servizi segreti risalenti al Sifar, la collocazione al vertice di una potente loggia dotata di un potere ricattatorio smisurato in grado di condizionare le decisioni dei vertici politici, la sua vocazione golpista e stragista", ha detto. L'ex pm si è quindi soffermato in ultima battuta sui tentativi di delegittimazione posti in essere da vertici istituzionali nei suoi confronti. "Ho fatto a meno di riconoscimenti, mai cercati e mai ricevuti - ha affermato - ricordo solo gli innumerevoli procedimenti disciplinari che il ministro della Giustizia proponeva contro di me e dai quali sono stato sempre assolto. Ma tuttora non riesco ad accettare quanto mi capitò in occasione della più velenosa delle offensive portate al processo nel tentativo di inquinarlo, nel corso del dibattimento di secondo grado concluso con alleggerimento di pene e assoluzione degli esecutori della Strage". In quella fase processuale, ha aggiunto Libero Mancuso, "i difensori degli imputati consegnarono a ciascun giurato popolare un dossier di accuse nei miei confronti: sarei stato indotto a sostenere l'accusa di innocenti a causa della mia supposta militanza, inesistente, nel Partito comunista. I giornali inondarono per giorni le loro pagine di quelle accuse. Il procuratore della Repubblica pensò bene di affidare le indagini contro di me a un collega che aveva la sua stanza accanto alla mia e che arrivò a raccogliere le accuse nei miei confronti in più verbali che divenivano, già il giorno successivo, di comune dominio. Il nome di quel collega era nella medesima lista di massoni coperti in cui figuravano anche i nominativi degli imputati Musumeci, Belmonte e Pazienza, gestiti direttamente da Licio Gelli". "L'inchiesta finì nel nulla ma quel dossier, consegnato a ciascuno dei giurati popolari del primo processo di appello, ne condizionò l'esito. Chi lo redasse - ha concluso - in puro spirito intossicante fu il mensile neofascista "Il Borghese", diretto da Mario Tedeschi, iscritto alla P2 e oggi, da morto, indicato dalla procura generale di Bologna quale uno dei mandanti del delitto di Strage, affidata per l'esecuzione ai "ragazzini" dei Nar".

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