di AMDuemila
Un'eroina, una giovane donna che ha avuto il coraggio e la tenacia di rinunciare a tutto, persino agli affetti più cari, per inseguire un’ideale di giustizia. E' questo l'insegnamento di Rita Atria che ad appena 17 anni decise di parlare denunciando quel male oscuro che è la mafia in un tempo difficile. Non è stata una pentita di mafia, poiché non aveva mai compiuto alcuna azione illecita, tuttavia era cresciuta nella casa del nemico, suo padre infatti era ufficialmente un pastore, ma nell’ombra della quotidianità siciliana era un boss della mafia. In poco tempo vennero uccisi lui e il fratello. E Rita non ha voluto sottostare al regime del silenzio e dell’omertà scegliendo di diventare testimone di Giustizia. Per ricordarla proponiamo un estratto del libro del nostro direttore Giorgio Bongiovanni e del vice, Lorenzo Baldo ("Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino").

«Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita». Mentre scrive quelle righe su una pagina del suo diario il battito del suo cuore aumenta. Il senso di solitudine ha raggiunto il suo apice. Insopportabile. Senza alcuna via d'uscita. Rita Atria è sola in via Amelia, in un minuscolo appartamento assegnatole dal Servizio Centrale di Protezione in un quartiere periferico della Capitale. E' domenica 26 luglio, appena una settimana dopo la strage di via d'Amelio. Da quel giorno è come se lei non si fosse mai mossa da lì, dalle macerie di quella strada. In casa c'è silenzio. Il rumore della strada arriva attenuato. Lontano. Rita scrive di avere paura di un Stato mafioso che possa vincere. Di temere per quei poveri illusi che combattono contro i mulini a vento e che saranno uccisi. Si avvicina alla finestra. La spalanca. E' un caldo pomeriggio di un'estate romana. Alza lo sguardo. Rivede se stessa nel momento della decisione più importante della sua vita. Lei, figlia di un boss mafioso di Partanna (TP), che decide di collaborare con la giustizia dopo l’uccisione del padre e del fratello da parte delle cosche mafiose della sua zona. Quel film lo conosce bene. Sullo schermo appare una ragazzina di 17 anni che otto mesi prima aveva deciso di parlare. Una giovane siciliana che aveva scelto di raccontare ai magistrati quello che sapeva sulla mafia del suo paese. E che per questo sarebbe diventata «un'infame», rinnegata perfino da sua madre. Mentre il vento le accarezza il viso ripensa all'abbraccio della cognata, Piera Aiello che per prima aveva iniziato a collaborare con la giustizia e che l'aveva sostenuta nella sua scelta di rompere il silenzio. Ripensa al giorno in cui Piera l'aveva accolta dopo essere diventata una «testimone di giustizia». Risente addosso quel calore umano che aveva ritrovato dopo mesi di disprezzo generale e di totale isolamento. Poi sullo schermo compare il suo giudice, Paolo Borsellino. Lo vede concentrato mentre prende appunti. Sente tutto il suo amore. Percepisce ancora tutta la protezione che emanava nei suoi confronti. Come un padre. Ma il film si interrompe bruscamente. Il frastuono di un'esplosione rimbomba nella sua testa. Il diario è rimasto sul tavolo. Un colpo di vento apre l'ultima pagina. «Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c'è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi». Rita si volta e osserva quel foglio sospinto dal vento quasi volesse staccarsi. «Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi ma io senza di te sono morta». Il vento si è calmato. La solitudine ha vinto. Sopra una mensola c'è un libro di poesie appoggiato al muro. Sono i versi di Salvatore Quasimodo. «Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera». Dal settimo piano Rita Atria spicca il suo volo con il cuore gonfio di dolore.

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