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di Davide de Bari - Video
Nel primo volume di ‘Chiedi chi erano gli eroi’ si parla di Giovanni Falcone

Chi erano Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Pippo Fava e tanti altri uomini che hanno sacrificato la propria vita per la lotta alla mafia? Qual è stato lo spirito che ha mosso il loro agire? Mantenere viva la memoria, col passare degli anni, non è affatto scontato. Un'azione fondamentale se si vuole che le giovani generazioni, che purtroppo non hanno potuto conoscere queste figure in vita, possano continuare a far "camminare" le loro idee. E’ proprio per questo che la casa editrice “PaperFirst” ha voluto editare una collana di fumetti, dal titolo “Chiedi chi erano gli eroi”, dedicata agli uomini che hanno fatto la differenza nella lotta alla mafia e all’illegalità. La prima uscita, che sarà in edicola insieme al giornale “Il Fatto Quotidiano”, è dedicata a Giovanni Falcone mentre la seconda, prevista il prossimo 4 maggio, sarà incentrata sulla storia del magistrato Paolo Borsellino. Entrambe sono disegnate da Giacomo Bendotti. Ieri, per presentare l'iniziativa, si è tenuta una conferenza in diretta streaming, in cui si è raccontata la storia del giudice Falcone. Ad intervenire Marco Lillo, vicedirettore del Fatto Quotidiano e responsabile della casa editrice Paper First, Gaetano Curreri cantautore, voce e leader degli Stadio, Giovanni Paparcuri, sopravvissuto alla strage di via Pipitone ed ex collaboratore di Falcone e Borsellino e Vittorio Teresi magistrato oggi in pensione e presidente del Centro Studi “Paolo e Rita Borsellino”. “E’ importante che i ragazzi che sono nati subito dopo le stragi, e che conoscono il nome di Giovanni solo sui libri di storia, di quei pochi che ne parlano, capiscano qual’è stata l’importanza dell’intervento giudiziario per l’assetto democratico del nostro Paese - ha detto Teresi - Falcone è un personaggio centrale nella storia di quest’ultimi 30 anni, per il fatto che ha reso finalmente seria, oltre che celebre, una attività giudiziaria. Prima dell’avvento di Giovanni e del pool antimafia, non era nemmeno conosciuto il fenomeno della mafia”. Secondo il magistrato, Giovanni Falcone “ebbe il merito di capire la seria e l’estrema pericolosità della mafia e addirittura si potrò anche fin troppo avanti, perché già nei primi anni ’80 aveva capito, che la diffusione e pervasività della mafia era un rischio concreto per la democrazia. Per quell’epoca sembrava un’induzione eccessiva, era un’idea che non veniva accettata: da chi era in malafede perché scopriva altarini, mentre chi era in buonafede non veniva accettata perché non ci si voleva accostare all’idea di un contro Stato all’interno dello Stato stesso”.

Non eroi, ma persone normali
Secondo Teresi “c’è bisogno di osteggiare l’idea dell’eroe, perché comunque lo si può vedere così distante, che è irraggiungibile e inimitabile. E’ così distante da noi che quello che lui ha fatto, può farlo solo un superuomo. E quindi io uomo normale, non posso pretendere da me stesso di fare le stesse cose fatte da Falcone, perché erano eroi. - ha spiegato Teresi - L’attività di Giovanni e Paolo, fatto si con estrema professionalità, era fatta da uomini che si applicavano in maniera eccezionale, che ci credevano, ma era un’attività di uomini assolutamente normali”. Il magistrato, che rappresentò l’accusa nel processo sulla Trattativa Stato-Mafia, insieme a Nino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia, ha poi ricordato i momenti in cui Falcone entrò in contatto con “l’alta” mafia quando era giudice fallimentare a Trapani. “Lui parte da magistrato che si occupava di fallimenti, perché il presidente del tribunale aveva visto in Giovanni delle capacità nel sapere leggere i numeri in quanto non era facile, in quegli anni, per un magistrato farlo. - ha detto - Questo è stato un grande bagaglio di conoscenza in quanto Giovanni entrava a contatto con il mondo della finanza e banche, soprattutto a Trapani con la parte patologica di questo mondo. Trapani è una provincia incredibile in quanto aveva un alto tasso di miseria, ma aveva un numero di sportelli bancari, in proporzione alla popolazione, più alto, addirittura più della Lombardia. Fare il magistrato nella provincia di Trapani, negli anni ’70, significava entrare in contatto con quella mafia, non rurale, ma quella che utilizzava le finanze e le banche per accrescere il proprio potere economico”. E poi ha aggiunto: “Quando ero uditore, mi ricordo che con Falcone passavamo tantissimo tempo sugli assegni, che lui sequestrava nelle banche e a interrogare tutte le persone che entravano in contatto con quel titolo di credito”.



L’uomo oltre al magistrato
A ricordare Giovanni Falcone è stato anche Giovanni Paparcuri, collaboratore del giudice ai tempi del pool antimafia e prima ancora autista giudiziario sopravvissuto alla strage di via Pipitone Federico, in cui fu assassinato il giudice Rocco Chinnici, assieme al maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, l'appuntato Salvatore Bartolotta, componenti della scorta del magistrato, e il portiere dello stabile di via Pipitone Federico, Stefano Li Sacchi.
Paparcuri oggi è la figura di riferimento per il bunkerino, museo all’interno del Palazzo di giustizia di Palermo, dove sono raccolti oggetti e ricordi del pool antimafia. “Io queste persone non vorrei chiamarle eroi, quando i ragazzi vengono a visitare il bunkerino, il quale io custodisco, e li chiamano eroi, io non sono d’accordo perché poi si fanno un alibi, che ciò che hanno fatto questi uomini, loro non lo possono fare. - ha raccontato - Da un lato erano eroi in quanto dovevano lottare contro Cosa nostra, ma dall’altra dovevano lottare contro le invide e le gelosie che c’erano dentro quegli uffici. Io gli chiamo eroi solo per il fatto che hanno saputo affrontare con il sorriso tutto ciò che accadeva nei loro uffici, non ci scordiamo il caso di Meli, il fallito attentato all’Addaura. Loro avevano sempre il sorriso sulle labbra, ecco perché è importante fare memoria, così come sono importanti gli interventi, le canzoni”. Secondo Paparcuri il ricordo non deve “servire solo ai ragazzi, ma anche a quelle persone che non conoscono bene la vita di Falcone, Borsellino, Chinnici, anche quelli ancora vivi come Guarnotta, Natoli, Teresi. La memoria di queste persone serve più a chi è in vita perché sembra che non lo ricordano più, loro devono ripassare questi momenti e non scordare quanto accaduto tanti anni fa. Per far si che tutto questo non venga ripetuto, come accaduto lo scorso anno con la bufera al Csm. Queste cose si ripetono spesso e volentieri. Noi abbiamo la coscienza”. Paparcuri ha tenuto a precisare che c’è bisogno di “conoscerli anche dal lato umano, perché dietro un magistrato c’è un uomo”. “L’uomo Falcone sorrideva sempre, ma era un po’ scontroso. - ha poi aggiunto - Da quel poco che l’ho conosciuto, secondo me, era un po’ scontroso, non solo perché doveva lottare contro Cosa nostra, e chiunque era nervoso, ma perché nascondeva la sua timidezza e a suo modo ti voleva bene e ti rispettava. Io l’ho conosciuto quando avevo 23 anni e si poteva approfittare per darmi del tu, ma mi ha sempre dato del lei”.

L’amore con Francesca Morvillo
Nel raccontare alcuni aneddoti di vita del giudice antimafia, Paparcuri ha anche ricordato l’amore che questi viveva assieme alla moglie, anch’essa magistrato, Francesca Morvillo. “Ricordo benissimo l’affetto che lo legava alla signora Francesca, lei lo amava tantissimo - ha detto - Lei collaborò tantissimo anche per il maxi-processo, aiutava Falcone anche nella stesura di discorsi nei convegni”.
Proprio Paparcuri, nel 2009 ritrovò, in un libro conservato all’interno del Palazzo di giustizia, un biglietto d’amore scritto da Francesca Morvillo a Falcone (“Giovanni, amore mio, sei la cosa più bella della mia vita. Sarai sempre dentro di me, come io spero di rimanere viva nel tuo cuore”). "Prima che Falcone partisse per l’ufficio degli affari penali, lasciò un sacco di oggetti, tra questi anche questo libro e il destino ha voluto che nel 2009, trovassi io questo biglietto d’amore - ha raccontato lo stesso Paparcuri - Siccome mi chiamo Giovanni, pensai che fosse una mia collega, ma poi tornai alla realtà e capì. Mi son detto perché noi dobbiamo solo conoscere i biglietti e i pizzini che scriveva Totò Riina? E’ giusto che la gente conosca quanto la signora Francesca amava Falcone, come dimostrazione che sono persone come noi”.

Per la bandiera
Altro intervento è stato quello di Gaetano Curreri, che nel parlare degli anni delle stragi mafiose, ha osservato come “Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e gli uomini delle scorte, sono stati dei grandi uomini e vittime di una guerra di liberazione alla quale hanno sacrificato la propria vita. E’ una guerra di liberazione che è ancora presente per essere combattuta, però, loro hanno dato un contributo davvero essenziale”. Il cantante ha poi ricordato il momento in cui decise di scrivere, insieme a Francesco Guccini, la canzone dedicata agli uomini della scorta “Per la bandiera”. “Dopo la morte di Falcone, sembrava davvero che il Paese si fosse svegliato, ma poi arrivò la mazzata di via d’Amelio. In quel momento arrivò dell’incazzatura, mi trovavo con Francesco Guccini, con il quale stavamo scrivendo un’altra canzone, che si chiamava Swatch, e mentre guardavamo i servizi speciali al telegiornale mi disse: ‘dobbiamo scrivere qualcosa, non si può tenere dentro di noi il dolore’. Ed ecco che venne l’idea della canzone “Per una bandiera”. - ha continuato - Proprio la stessa bandiera che era sulle bare e sembrava che noi italiani fossimo stati capaci di dargli solo quello a questi uomini da mettere sulle bare. Ma questi uomini hanno dato veramente quella spinta, quella sensazione di ribellione collettiva”. Infine, ha concluso: “Il loro sacrificio ha fatto davvero tanto, è un Paese triste quello che ha bisogno di eroi. Questo sacrificio della loro vita, i nostri grandi eroi di questa epoca”.

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