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di Aaron Pettinari
Oggi la deposizione anche del carabiniere Liberti, che effettuava la tutela del giornalista
Prossimamente saranno sentiti Silvana Saguto, Cappellano Seminara e Rosolino Nasca

"L'emittente Telejato è sempre stata coerente nella sua attività di denuncia. Se avessi avuto sospetti di cambi di linea o di acquiescenza credo che avrei cambiato emittente, a me risulta che Pino Maniaci e Telejato siano stati sempre coerenti". A parlare è il professore Salvo Vitale, docente di storia e filosofia in pensione ma prima ancora storico amico e collaboratore di Peppino Impastato ai tempi di Radio Aut e delle attività politiche, dal 2000 coinvolto nella redazione di Telejato, sentito oggi all'udienza del processo contro Pino Maniaci. Vitale, dopo aver ripercorso alcuni momenti della propria storia, con un impegno anche nel disvelamento della falsa "pista terroristica" sulla morte di Impastato ("Con i compagni ci impegnammo a smontare questa ipotesi andando a cercare le prove sul posto anche raccogliendo parti di Peppino, aprendo una contro inchiesta che fu poi portata avanti, come referente, dal giudice Rocco Chinnici"), interrogato dall'avvocato Antonio Ingroia ha raccontato della sua attività di giornalista presso la redazione diretta da Maniaci. "A Telejato vi era una impostazione antimafia che veniva portata avanti anche con il mio contributo. Un'attività costante di denuncia delle irregolarità del territorio - ha ricordato il teste -. Io nello specifico mi sono occupato delle misure di prevenzione analizzando questa legge nel suo insieme. Approfondimmo l'applicazione che è stata fatta e lo studio che nella zona vi erano tanti beni confiscati e sequestrati. Quindi ci occupammo dell'utilizzo che era stato fatto dagli amministratori giudiziari. Per certi versi possiamo dire che il caso Saguto fu da noi anticipato nel 2013". Il tutto veniva condotto portando avanti le denunce di una serie di “preposti” penalmente assolti, ma condannati dalle misure di prevenzione. Vitale ha poi raccontato come, dopo lo scoppio dell’operazione Kelevra, quello che era stato costruito con l'emittente si fosse "squagliato": "Dopo l'operazione Kelevra, si è creato una sorta di vuoto attorno a Telejato, un momento che inizia proprio in quelle giornate. Prima la televisione era un punto di incontro per le scolaresche dei territori vicini, i ragazzi venivano a fare degli stage di giornalismo, Maniaci metteva loro in mano la telecamera e gli insegnava cosa fosse il mestiere sul campo. Ma dopo è sparito tutto, è rimasta solo la conduzione familiare e qualche sporadico collaboratore. Io, iniziai ad andare giornalmente all'emittente dopo che è scoppiato il suo caso processuale e dopo aver visto come si fosse squagliato tutto quello che era stato costruito in tanti anni da questa emittente, è stato il mio modo di non lasciarlo solo".

La testimonianza di Liberti
Prima di Vitale ad essere audito dagli avvocati Ingroia e Parrino, è stato il brigadiere Nicola Liberti, che dal 2008 si occupava della tutela di Maniaci e della sua famiglia. In particolare il teste ha riferito rispetto agli undici anni vissuti svolgendo quel compito. Un periodo in cui non ha mai notato azioni da cui poter ricavare "ipotesi di reato". "Il signor Maniaci veniva avvicinato da tantissime persone che vedevano in lui un riferimento. Mancava la luce a Partinico? Mancava l'acqua? Si rivolgevano a lui. Ma tutto avveniva alla luce del sole. Io non mi sono mai accorto di questa situazione di cui oggi lo accusano".
Sul punto, rispondendo alle domande dell'avvocato Parrino, ha proprio evidenziato di "non aver mai visto Maniaci prendere soldi di nascosto o sotto forma di mazzette, io queste cose non le ho mai viste altrimenti le avrei subito dichiarate al mio superiore".
Durante il suo lavoro di tutela Liberti non si era mai trovato a dover affrontare momenti di minacce o intimidazioni fisiche ma gli era stato raccontato quanto era avvenuto qualche tempo prima quando il figlio dei Vitale "Fardazza" lo aggredì in strada tentando di stringergli la cravatta. Tra il 2008 ed il 2014, però, c'erano stati anche altri episodi inquietanti. Già anni prima erano state bruciate due macchine ed una terza fu bruciata quando lui non ero in servizio: "Si trattava di una Bmw parcheggiata in contrada Turrisi, sotto la redazione, ma io quel giorno non era di turno. Il comandante, però, ci disse solo di prestare più attenzione".
Qualche tempo dopo, invece, fu presente quando vennero trovati uccisi ed appesi ad un palo i cani di Maniaci. "Il 3 dicembre 2014 ha trovato i suoi due cani impiccati - ha raccontato Liberti - la femmina era attaccata nella parte superiore del palo con del filo zincato, il maschio era attaccato un poco più su dal collo sempre al palo con lo stesso filo, e poi con un filo di antenna erano tenuti sollevati, non c'era un vero e proprio cappio, erano stati appesi dopo essere stati uccisi. A terra c'erano un rastrello, una scopa e un bastone di gomma lungo un paio di metri, e la ciotola piena di pasta. Mi disse la figlia, Letizia, che l'aveva portata il giorno prima".
Immediatamente Liberti avvisò la centrale ma nessuno si recò sul posto. "Maniaci si arrabbiò moltissimo - ha proseguito il teste - Piangeva ed urlava per i cani. Anche le figlie. Non lo sentii accusare nessuno in quel momento. Poi andò in centrale a fare la denuncia".
Sul posto arrivarono i vigili urbani e gli addetti del Comune dell'ufficio Ambiente. Alla domanda del Pm Amelia Luise se fosse al corrente delle modalità di smaltimento dei resti dei due animali, il militare ha risposto di non sapere nulla.

Post Kelevra
Infine Liberti ha raccontato le vicissitudini che si verificarono dopo il 4 maggio 2016, ovvero il giorno dell'operazione Kelevra che vide coinvolto lo stesso Maniaci assieme ad alcuni presunti esponenti mafiosi di Partinico: "Quando in caserma mi dissero quello di cui Maniaci era accusato io rimasi stupefatto. Giorni dopo si cominciava a vociferare che io ero stato intercettato, che io facevo parte di questa operazione. A giugno l'allora capitano De Chirico mi ha notificato un inizio di procedimento disciplinare perché ero stato intercettato mentre parlavo con Maniaci mentre gli riferivo delle notizie. Ma non erano vere e proprie informazioni, per dire: succedeva magari un incidente stradale e lui subito mi chiamava e mi chiedeva se c'erano feriti e altro, e io magari gli dicevo 'sì, tre feriti' oppure sì, uno gravissimo in prognosi riservata, ma non era vero, era solo per zittirlo. Per liberarmi di lui che era assillante. Lo stesso provvedimento è stato notificato a tanti altri colleghi del nucleo radiomobile. Tutto concluso con un richiamo e un rimprovero".
Il processo è stato così rinviato al prossimo 28 gennaio quando dovrebbero essere chiamati a deporre altri militari. La difesa di Maniaci, che ha rinunciato alla testimonianza del tenente colonnello Cucchini, ha poi annunciato di essere pronta a citare anche i testi Silvana Saguto, già presidente delle misure di prevenzione, Cappellano Seminara, pluriamministratore giudiziario e il tenente colonnello della Dia Rosolino Nasca. Proprio nei giorni scorsi, un servizio de Le Iene, aveva riproposto le intercettazioni in cui l'ex giudice Saguto faceva riferimento proprio alle notizie sull'inchiesta che coinvolgeva lo stesso Maniaci.
Inoltre, su richiesta della difesa, è ufficialmente entrato nel processo il filmato che fu diffuso agli organi di stampa e "predisposto" dalla stessa Arma dei carabinieri. Un perito avrà il compito di visionare il cortometraggio e di rilevarne le anomalie.

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