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borrometi bindi camusso c imagoeconomicadi Savino Percoco
Il giornalista intervenuto al congresso Cgil a Bari

L’ex Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, Rosy Bindi e il giornalista sotto scorta Paolo Borrometi, nei giorni scorsi sono intervenuti alla seconda giornata del XVIII Congresso della Cgil a Bari, nel corso di un dibattito condotto dal segretario generale della Cgil Puglia, Pino Gesmundo. Entrambi omaggiati della tessera onoraria dalla Segretaria uscente Susanna Camusso.
Nel suo intervento Borrometi ha parlato di diversi temi. Ad esempio ha descritto le difficoltà riscontrate dalle donne, che nel suo libro “Un morto ogni tanto” chiama le “invisibili”, “le vittime della schiavitù della mafia”, sfruttate nei campi dai “capurali” e talvolta costrette a prestazioni sessuali per tutelare i propri figli da eventuali ripercussioni.
Passando alla politica, ha criticato le disattenzioni dei Governi verso la lotta alla mafia ed ha evidenziato che da lungo tempo il problema viene dimenticato, riscontrando interventi solo in sporadiche occasioni di emergenza.
Della Regione siciliana, ha denunciato che molti hanno “costruito carriere sull’antimafia”, sottolineando che alcuni Presidenti di Regione, oggi condannati per reati mafiosi, “mentre facevano accordi coi boss, scrivevano la mafia mi fa schifo” e ha aggiunto che adesso “lo scatto in più è scrivere nomi e cognomi ed è quello che ho cercato di fare nel mio libro”.
Sul tema del lavoro, ha messo in chiaro che le attività offerte dalle mafie non rendono garanzie e mai sono delle prestazioni libere rispetto a quanto citato nella Costituzione, dove invece il lavoro viene rappresentato come una forma di libertà, “mentre quello delle mafie è schiavitù”.
Paolo Borrometti ha approfittato anche per rispondere a chi afferma che vivere sotto scorta sia un privilegio, dicendo, “che sia un ministro che indossi una felpa della polizia o che sia l’ultimo dei cittadini, vorrei semplicemente ricordare che vivere sotto scorta significa stravolgere la propria vita. E a chi dice questa cosa, gli farei fare 24 ore di vita sotto scorta, 24 ore in cui si torna a casa e non si esce con l’amante come fa qualcuno, ma si deve sottostare e organizzare la propria vita”.

borrometi paolo congresso cgil c imagoeconomica

Schierandosi contro la discriminante copertina di “libero” sugli omosessuali, il Presidente di “Articolo 21” ha ricordato che ”il giornalista dev’essere un puntello conficcato nel fianco di chi governa e di chi ha qualsiasi tipo di potere”.
Inoltre ha ribadito come non bisogna cercare eroi, ma impegnarsi in prima persona abbattendo i muri dell’omertà, e senza lasciarsi depistare dall’immagine delle mafie offerta nelle fiction, perché il crimine è nel quotidiano “come per esempio le agromafie che sono seconde per introiti e business”.
Durante l’incontro non sono mancati gli aneddoti. Borrometi ha infatti ricordato come durante un seminario presso una scuola, sollecitato da una ragazzina che in lacrime chiedeva supporto per suo padre, vittima dell’imprenditoria di un capomafia che aveva monopolizzato il consorzio del GP locale, iniziò a interessarsi del pomodoro di Pachino.
Dalla verifica delle visure camerali il giornalista ha preso conoscenza che i figli del boss e del suo braccio destro erano titolari della ditta fino a quel momento, più importante. E’ dalla denuncia giornalistica di questi dati, quindi, che è iniziato il calvario che lo espone oggi a gravi pericoli, rischiando di saltare in aria con un’autobomba.
Rosy Bindi, da parte sua, ha raccontato dell’incontro col padre di Borrometi, che preoccupato chiese all’allora Presidente della Commissione Antimafia, di interessarsi alle difficili vicende del figlio.
L’ex presidente della Commissione antimafia ha elogiato il giornalismo d’inchiesta, affermando che talvolta anticipa anche il lavoro della magistratura e sollecita i cittadini a non attendere il l’attività giudiziaria.
Inoltre, ha sottolineato che la sconfitta della mafia stragista non deve tranquillizzarci, perché in Sicilia vi sono famiglie con forte potere imprenditoriale come i Santapaola e gli Ercolano di Catania che controllano tutt’oggi il territorio. Infine ha concluso l’intervento invitando tutti ad una maggiore attenzione perché “quando la mafia non utilizza la violenza significa la società è disponibile a collaborare con essa”.

Foto © Imagoeconomica

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