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montagna longa dall altoI familiari delle vittime: la procura generale avochi la riapertura delle indagini
di AMDuemila
Dopo dieci anni di processo e più di un'indagine chiusa, una perizia dice che sull'aereo esploso a Montagna Longa il 5 maggio 1972 c'era una bomba. È l'ultimo tassello di un massacro consumato 46 anni fa, quando il Dc 8 era prossimo ad atterrare all'aeroporto di Punta Raisi. La strage che fece 115 vittime - 108 i passeggeri sul volo AZ 112 per tornare a casa in prossimità delle elezioni - resta tuttora senza colpevoli né ragioni, ricondotta ad un errore umano che ha portato il velivolo allo schianto contro la montagna. Tesi non condivisa dai familiari delle vittime, che, scrive Repubblica, hanno affidato una perizia al professore Rosario Ardito Marretta. Oggi, grazie a tecnologie non esistenti nel passato, viene così documentato come quel 5 maggio a bordo ci sarebbe stato un ordigno, la cui esplosione l'ha reso ingovernabile. Ora l'avvocato Giovanni di Benedetto ha chiesto la riapertura delle indagini.
Secondo la commissione ministeriale, infatti, è stato un incidente a fare sì che il comandante Roberto Bartoli, insieme a Bruno Dini e al tecnico motorista Gioacchino Di Fiore, perdessero il controllo dell'aereo. La prima inchiesta, a meno di un mese dallo schianto, fu guidata dal generale Francesco Lino - nominato dal ministro dei Trasporti Oscar Luigi Scalfaro - che ricondusse frettolosamente l'eccidio all'errore di Bartoli ed alle infrastrutture non adeguate dell'aeroporto. Molte domande, però, sono rimaste senza risposta: perchè i corpi dei passeggeri furono trovati senza scarpe, probabile indizio di un eventuale ammaraggio? E come mai non furono eseguite le perizie sugli strumenti di bordo così da accertare l'ora della strage, o le analisi sui corpi per verificare l'eventuale presenza di esplosivo? Senza contare il racconto di alcuni testimoni, che dichiararono di aver visto l'aereo volare in fiamme, o che i bagagli dei passeggeri risultavano essere esplosi dall'interno, mentre sulla montagna, contrariamente a quanto si verificherebbe in caso di collisione, non tutto è stato bruciato. Circostanza, quest'ultima, su cui si è concentrata la nuova perizia, insieme al mistero della scatola nera, che già alla data del 30 aprile 1972 aveva il nastro strappato. In questo caso l'aereo avrebbe dovuto essere stoppato per le opportune riparazioni, ma così non è stato. E la sera del 5 maggio continuava a non essere funzionante. L'anomalia avrebbe dovuto essere segnalata dalle spie, e i piloti riportarla sui registri di bordo. Ma niente di tutto ciò è stato fatto, cosa che farebbe ipotizzare una manipolazione dello strumento atto a riportare il guasto.
L'inchiesta palermitana, all'epoca, fu poi trasmessa a Catania poichè tra le vittime c'era anche il sostituto procuratore generale di Palermo Ignazio Alcamo. Ma dopo dieci anni il processo nei confronti del direttore dell’aeroporto e di due tecnici dell’ente per l’aviazione si concluse con tre assoluzioni. Ci fu poi la “controinchiesta” del vicequestore di Trapani Giuseppe Peri: nel suo dossier, datato 1976, il funzionario di Stato ipotizzava che la strage di Montagna Longa fosse da ricondurre alla cosiddetta “strategia della tensione” e, in particolare, ad un attentato di matrice “neo-fascista”, inquadrato in un inquietante contesto di inconfessabili rapporti tra mafia, eversione nera, servizi segreti deviati e poteri occulti. Anche l'agenzia Reuters, a soli tre giorni dalla tragedia, attribuì l'esplosione ad una bomba.
Il rapporto Peri fu ignorato per anni, fino a quando Maria Eleonora Fais, deceduta nel 2016 e sorella di una delle vittime, Angela, riscoprì quel dossier e determinò la riapertura di nuove indagini nel 2006, che però furono chiuse poco dopo. Ora però, l'associazione dei familiari, insieme al medico legale Livio Milone, ha chiesto che sui corpi sia fatta una nuova autopsia capace di attestare le eventuali tracce di sostanze esplosive, salvo ricevere un nuovo “no” dai giudici. Un diniego ripetuto anche di fronte alla perizia Marretta in quanto, secondo i magistrati, il tempo trascorso sarebbe troppo. Così il legale Di Benedetto ha chiesto che la procura generale avochi la riapertura delle indagini. Un nuovo impulso che, alla luce degli ultimi spunti investigativi, potrebbe riscrivere la storia degli eventi e dare giustizia ai familiari delle 115 vittime, dopo oltre quarant'anni di attesa.

Info: montagna-longa.noblogs.org

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