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fragala enzo c ansaIl pentito conferma le accuse ai killer
di AMDuemila
Arcuri mi disse che la decisione di uccidere fu di Gregorio Di Giovanni, boss di Porta Nuova, detto il Reuccio o Spitinu. Ma il pestaggio si doveva fare già nel 2009, quando Nicchi era latitante, perché diceva il boss, faceva fare ammissioni alle persone o - non mi ricordo - forse fece fare un patteggiamento. Mi è rimasta impressa solo la frase, curnutu e sbirru”. Con queste parole, il collaboratore di giustizia Francesco Chiarello ha confermato ieri in aula le accuse nei confronti degli imputati, ritenuti i mandanti e gli esecutori dell’omicidio dell’avvocato Enzo Fragalà, morto dopo un pestaggio il 23 febbraio 2010. La sua era una testimonianza molto attesa in quanto con le sue dichiarazioni aveva consentito la riapertura dell'inchiesta e l'incriminazione degli imputati ed un altro personaggio, Antonino Siragusa, imputato al processo che al momento non viene ritenuto un collaboratore di giustizia, ne ha messo in dubbio la attendibilità.
Il pentito, rispondendo alle domande dei legali e dei pm Francesca Mazzocco e Caterina Malagoli, ha raccontato i dettagli dell’omicidio, voluto dalla mafia per punire l’avvocato che spingeva i clienti a collaborare con i magistrati. Ed in aula ha fornito degli elementi in parte nuovi, indicando la volontà di Gianni Nicchi, boss di Pagliarelli, di uccidere l’avvocato.
Chiarello ha spiegato che a volere la morte di Fragalà sarebbe stato Francesco Arcuri, che si era mosso su ordine dell’ex boss di Porta Nuova, Gregorio Di Giovanni (contro il quale la Procura non ha raccolto sufficienti prove per rinviarlo a giudizio). Mentre a pestare materialmente l’avvocato sarebbero stati Antonio Siragusa e Salvatore Ingrassia, coperti da Francesco Castronovo, Antonino Abbate e Paolo Cocco.
Lui sarebbe stato invitato a partecipare alla spedizione contro Fragalà ma si sarebbe rifiutato. “Io sono coinvolto nel delitto ma non ho partecipato - ha dichiarato - Non potei invece tirarmi indietro rispetto ad un altro omicidio, quello di Davide Romano. Se non avessi accettato, nel caso di Davide, sarei morto anche io”.
Le dichiarazioni del pentito sono poi state messe in discussioni dalla difesa, che ha ricordato alla corte la sua tossicodipendenza, le dicerie sulla madre e sulla sorella, le relazioni sue e della moglie. Inoltre, per far emergere le contraddizioni di Chiarello, hanno chiesto ed ottenuto l’acquisizione dei primi verbali di interrogatorio laddove in un primo momento si dava un ruolo ad Antonino Abbate, Antonino Siraguda, Salvatore Ingrassia e, come esecutore a Francesco Arcuri. In un secondo momento Arcuri viene indicato come mandante ed esecutori diventano Castronovo e Cocco.
Chiarello ha spiegato di aver tenuto fuori Castronovo dalla vicenda perché voleva bene alla madre di quest’ultimo: “Temevo che se avessi coinvolto il figlio lei sarebbe stata male”. E sulle droghe ha ammesso di aver fatto uso di sostanze stupefacenti per poi accusare a sua volta dello stesso fatto Arcuri, assistito dagli avvocati Filippo Gallina e Michele Giovinco. Dopo il collaboratore di giustizia ha deposto la moglie, Rosalia Luisi, che ha confermato gli spostamenti del marito nel giorno del delitto. Al termine dell'udienza, che è stata rinviata all'8 febbraio, ha fatto dichiarazioni spontanee Castronovo che ha affermato di essere stato accusato dal pentito solo per vendetta. Castronovo avrebbe avuto una relazione extraconiugale con la moglie di Chiarello.

Foto © Ansa

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