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ostia cartellodi Piero Innocenti
La testata di Roberto Spada, fratello del più noto boss di Ostia, al cronista della Rai alcuni giorni fa ha riproposto all’attenzione dell’opinione pubblica e degli organismi della sicurezza, politici e tecnici, la penosa situazione del Municipio romano, sciolto due anni fa per infiltrazioni mafiose. Il fermo di Spada, disposto dalla Procura della Repubblica di Roma, è stato poi tramutato in ordinanza di custodia cautelare in carcere dal gip, “aggrappatosi” all’aggravante del “metodo mafioso” come contesto della violenza che ha causato lesioni personali altrimenti perseguibili solo a querela (con una semplice denuncia che lo avrebbe lasciato a piede libero). Sono arrivati poi l’annunciata “stretta” del Ministro dell’interno Minniti di una “vigilanza fisica e investigativa” sul voto di ballottaggio previsto a Ostia domenica prossima 19 novembre, il corteo di protesta sfilato nel fine settimana e quello fissato per il 16 novembre da Libera e dalla Fnsi.

Vicende che ribadiscono tutto quello che si è detto sulla presenza di clan mafiosi e di gruppi criminali organizzati che, da anni, “controllano” il territorio di Ostia. A cominciare dallo scenario criminale articolato e preciso che, appena poco più di un anno fa, disegnava l’Osservatorio Tecnico-Scientifico per la Sicurezza e la Legalità della Regione Lazio nel rapporto “Mafie nel Lazio”, riepilogando uno status della penetrazione mafiosa nella Capitale e nel Lazio davvero allarmante e che avrebbe dovuto stimolare la politica (troppo spesso disattenta sul tema) e gli apparati della sicurezza ad adottare le opportune misure, sul piano strategico e tattico, per cercare – almeno – di contenere l’opera di insediamento e le violenze dei vari soggetti malavitosi che operavano sul litorale romano.

Profetiche appaiono, visti gli episodi criminali degli ultimi anni, le considerazioni espresse dalla Commissione parlamentare antimafia, che, sin dal 1991 parlava di una criminalità mafiosa insediatasi a Roma con “relativa tranquillità”. Ancor prima, nel 1980, una sentenza della Corte di Assise di Roma (n.28/1996 contro Angelotti ed altri, passata in giudicato) sulla banda della Magliana, aveva rilevato l’importanza di un gruppo criminale nel territorio di Ostia che faceva capo a Nicolino Seus (capo area della camorra), Edoardo Toscano e Paolo Frau. Anni dopo, nel 1998, nel contesto dell’inchiesta Zama coordinata dalla DDA di Roma erano emersi gli interessi criminali su Ostia della famiglia Triassi, proprietari di palestre e gioiellerie, imparentati con Santo Caldarella, condannato per associazione mafiosa con i più noti boss della mafia siciliana Cuntrera-Caruana. Altre inchieste faranno emergere il ruolo rilevante degli esponenti del clan Fasciani, la “…loro capacità di condizionare il tessuto socio-economico generando un diffuso clima di omertà e assoggettamento…” sufficientemente descritto nella sentenza del 30 gennaio 2015 del Tribunale di Roma, X Sezione contro Fasciani e altri, tanto da far considerare “…quello ostiense un caso emblematico della nascita, del radicamento e dello sviluppo di una organizzazione autoctona di stampo mafioso…”.

I Fasciani vanno a braccetto con la famiglia Spada, di origine nomade, imparentata con il clan Casamonica, con cui mantiene stretti rapporti criminali, ma in contatto con altri clan, tutti strettamente legati sulla base di rapporti tra capostipiti a loro volta sposati con appartenenti alle varie famiglie. Sta di fatto che la crescita del gruppo Spada ad Ostia – come rileva il rapporto sopraindicato- è collegata alla “…sua significativa disponibilità nel commettere reati cosiddetti di manovalanza” e ciò ha comportato la decisione di Carmine Fasciani di incorporare gli Spada nella sua organizzazione criminale. Tutto questo in un generale clima di omertà e di silenzio da parte di molti cittadini.

Certo è stato particolarmente difficile svolgere indagini ad Ostia sulla famiglia Spada, sugli accordi con i Fasciani, sui tentativi di sostituirli nel controllo delle varie attività criminali incluso lo spaccio di stupefacenti. Lo sanno bene i carabinieri del locale Comando Gruppo che avviarono l’inchiesta denominata “Sub Urbe” conclusa nell’aprile del 2016 con l’esecuzione di dieci misure di custodia cautelare, emesse dal Gip distrettuale nei confronti di altrettante persone, per lesioni personali, uso e detenzione di armi, estorsione. Probabilmente qualche risultato di più si sarebbe potuto conseguire se in quel periodo ci fosse stata una maggiore attenzione informativa e investigativa anche da parte del locale Commissariato di Pubblica Sicurezza il cui dirigente era impegnato in ben altre attività e per questo è stato arrestato nel luglio del 2016 e condannato a dicembre a quattro anni di reclusione, con rito abbreviato, per peculato, falso e truffa. Una pagina bruttissima per la Polizia di Stato che, oggi, sta cercando di recuperare la propria credibilità offuscata in una parte importante della Capitale.

Tratto da: liberainformazione.org

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