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cassara antiochiaLe commemorazioni 32 anni dopo
di AMDuemila

Duecento colpi di mitra e kalashnikov. E’ questo il volume di fuoco che Cosa nostra ha messo in campo per uccidere il vicequestore Antonio “Ninni” Cassarà e l’agente di scorta Roberto Antiochia. Era il 6 agosto 1985 e la mafia aveva già colpito duramente le forze dell’ordine uccidendo Beppe Montana (assassinato il 28 luglio). Tutti uomini che con il proprio impegno stavano mettendo all’angolo l’organizzazione criminale, con il loro essere in prima linea in quelle inchieste che la Procura di Palermo stava conducendo. Cassarà, vicedirigente della Squadra mobile di Palermo, era riconosciuto come uno dei migliori investigatori della Polizia del capoluogo siciliano. Aveva guidato insieme ai colleghi americani l’operazione denominata “Pizza Connection” che aveva portato all’arresto di decine di mafiosi tra Italia e Stati Uniti e guidato molte operazioni contro la mafia proprio assieme a Montana sotto il coordinamento del pool antimafia della procura di Palermo.
In quel giorno, erano circa le 14.30, Cassarà stava tornando a casa, in viale Croce Rossa atteso dalla moglie e la figlia che dal balcone hanno visto quella pioggia di proiettili abbattersi sul proprio caro. Una scena terribile e drammatica. Immediatamente la donna scese in strada cercando aiuto tra i vicini ma quasi nessuno trovò il coraggio di aprire la porta di casa. In quell’agguato rimasero feriti anche altri due agenti, Giovanni Salvatore Lercara e Natale Mondo. Trentadue anni dopo quell’omicidio, seppur sono stati condannati gli esecutori e mandanti, ci sono tanti quesiti che restano aperti.
Dopo la morte di Montana, Cassarà non era mai uscito dagli uffici della Squadra Mobile e per una settimana di fila non si era mai recato a casa. Dunque come potevano sapere i boss che proprio quel giorno sarebbe tornato dalla sua famiglia? Poteva esserci una talpa che ha avvisato i mafiosi? Quel che è certo è che l’azione del commando, appostato dal palazzo di fronte non era improvvisato. Cassarà riuscì ad entrare nel palazzo ma morì a causa delle ferite subite mentre Antiochia morì sul colpo. Il giovane agente di scorta era prossimo al trasferimento per Roma, nonostante ciò, dopo l’omicidio del commissario, aveva deciso di rimanere accanto al proprio dirigente.

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