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messina denaro matteo web5Il procuratore di Caltanissetta mette in guardia sul rischio attentati contro i magistrati
di Francesca Mondin
Le ultime indagini sulla strage di Capaci portano proprio a lui, all'inarrestabile Matteo Messina Denaro. C'è una intercettazione recente che svela come il boss della cupola Totò Riina vedeva in Matteo Messina Denaro un suo pupillo, “lo considerava una sua creatura”, tanto che “gli affidò sin dal ‘91 il compito di inaugurare la campagna stragista ponendolo a capo di una sorta di task force alle sue dirette dipendenze” ha spiegato il procuratore di Caltanissetta Amedeo Bertone intervistato da La Repubblica. Una task force “la cui esistenza venne celata persino alle più alte gerarchie di Cosa nostra”.
Messina Denaro è l'ultimo latitante che fu protagonista della stagione delle stragi ma Bertone ha messo in guardia, evidenziando l'importanza di “Non sottovalutare i segnali circa la possibile ripresa di una strategia di attacco alle istituzioni attraverso il compimento di attentati nei confronti di magistrati”. Le minacce e gli allarmi attorno ai magistrati siciliani, infatti, non mancano negli ultimi anni. Dal recente giallo dell'incursione anonima negli uffici dell'aggiunto di Caltanissetta Lia Sava alle minacce dell'anno scorso nei confronti dell'allora procuratore aggiunto di Palermo Teresa Principato, che indagava proprio sulla cattura del boss di Castelvetrano e del dottore Marcello Viola, all'epoca procuratore di Trapani che indagava sui collegamenti mafia e massoneria. Tra il 2013 e il 2014 la tensione a Palermo è salita a livelli altissimi, dopo la condanna lanciata dal boss Riina contro il pm Nino Di Matteo, sono arrivate le intimidazioni e le minacce nei confronti del magistrato Roberto Scarpinato. C'è poi il recente pentito di Cosa nostra, Vito Galatolo, che ha dichiarato come, proprio Matteo Messina Denaro avrebbe dato l'ordine di uccidere il magistrato Nino Di Matteo, pubblica accusa nel processo Trattativa Stato-mafia assieme a Vittorio Teresi, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene.
A distanza di venticinque anni sono stati fatti due processi e il primo grado del Capaci bis si è concluso un anno fa con la condanna all'ergastolo di Salvo Madonia, Lorenzo Tinnirello, Cosimo Lo Nigro e Giorgio Pizzo. Bertone ha ricordato “le difficoltà enormi” incontrate nel corso delle indagini evidenziando l'importanza delle rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza, sia nella strage di Capaci come in quella di via D'Amelio, dove morirono Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
“Per quanto riguarda la strage di via D’Amelio (il quarto processo sta ora giungendo al termine del primo grado di giudizio, ndr) - ha detto Bertone - si è completamente ribaltato il precedente impianto accusatorio vagliato nel corso dei primi due processi” che “erano fondati su dichiarazioni di collaboratori di giustizia che un certosino lavoro svolto da questo ufficio ha dimostrato essere false”.
“Le false verità raccontate - ha quindi specificato il magistrato - furono certamente frutto di pressioni ed abusi commessi nei confronti di Scarantino, pressioni alle quali cedette per ragioni di pura opportunità”.
“Mai, sottolineo mai, questo ufficio ha sostenuto che il collaboratore abbia elaborato autonomamente il canovaccio delle dichiarazioni a fondamento delle precedenti sentenze" ha detto ancora Bertone. Ora non resta che attendere i risultati delle nuove indagini augurandoci, che “gli elementi sin qui raccolti possano assurgere a dignità di prova per accertare ulteriori responsabilità in merito a quanto accaduto”.

In foto: uno scatto d'archivio del boss Matteo Messina Denaro

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