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morte dainottiSalvatore Borsellino sulla morte di Dainotti: "Segnale bruttissimo"
di Pietro Orsatti
La lancetta dell’orologio è stata portata indietro di decenni questa mattina a Palermo pochi minuti prima delle 8 in una strada del quartiere della Zisa. Ucciso da due killer il boss Giuseppe Dainotti di Porta Nuova, scarcerato nel 2014, e già braccio destro di Salvatore Cancemi, membro della commissione che decise e mise in atto le stragi di Capaci e di via d’Amelio nel Novantadue. Un omicidio eseguito alla vigilia della commemorazione a 25 anni dalla strage che aprì una delle stagioni più oscure della storia della Repubblica italiana.
E tutto avviene mentre si prepara la diretta televisiva condotta da Fazio e Saviano, la città è praticamente blindata, militarizzata e già invasa da miglia di studenti e militanti di associazioni e organizzazioni antimafia provenienti da tutto il Paese.
Stavo scrivendo un pezzo questa mattina quando mi è arrivata la notizia di questa “ammazzatina” che di “ina” non ha nulla. Un pezzo che riassumesse in qualche modo lo strano clima che si respira a Palermo in questi giorni, fra spaccature più o meno evidenti fra le reti sociali e politiche che si oppongono alle mafie da decenni, polemiche feroci, trionfalismi e sfilate di personaggi molti dei quali in cerca di visibilità pura e semplice, tanti e tanti ragazzi che hanno invaso i luoghi della memoria fra curiosità e “viaggio di studio”. Il tutto condito da una campagna elettorale per il Comune che aspettava solo di superare lo snodo della commemorazione di domani per trasformarsi, probabilmente, in uno scontro feroce.
Ho abbassato il telefono e ho cancellato tutto quello che avevo scritto fino a un momento prima. Perché tutti i ragionamenti, anche amari e dolorosi, che stavo mettendo nero su bianco da questa mattina poco prima delle 8 non hanno più senso.
Perché Dainotti non era un personaggio qualunque. Perché il mandamento di Porta Nuova è uno di quelli più importanti di Palermo da sempre. Perché da anni non c’erano omicidio di peso a Palermo. Perché si è deciso di chiudere i conti con il braccio destro di Cancemi – il collaboratore di giustizia più sottovalutato dai media negli ultimi anni nonostante il peso delle sue dichiarazioni sulle stragi e sulla trattativa stato-mafia – il giorno prima del 25esimo anniversario della strage di Capaci. Perché da troppo tempo si sottovaluta quello che sono diventate le mafie in questo quarto di secolo pur mantenendo, se necessario, inviare con un omicidio “di rango” al momento giusto un messaggio a tutti quelli che lo devono ricevere: “noi siamo ancora qua, comandiamo ancora e facciamo come ci pare”.
«E’ un segnale bruttissimo. È la dimostrazione che la mafia controlla ancora il territorio. Un messaggio diretto a tutti quelli che si sono illusi in questi anni che fosse sconfitta o in ritirata». Salvatore Borsellino, raggiunto telefonicamente, ha ben chiaro quello che ha voluto comunicare Cosa nostra non solo Palermo ma al Paese con l’omicidio di questa mattina. «E’ la dimostrazione del fallimento di una strategia suicida che invece di un sistema di potere che invece di combattere con tutte le sue forze la mafia ha deciso di scegliere di trattare. È un omicidio che ci riporta indietro a 100 anni fa… a 50 anni fa quando da ragazzino ogni giorno si ammazzava in strada. Hanno voluto abbandonare o marginalizzare quello che erano gli insegnamenti di Paolo e Giovanni e hanno preferito scendere a patti. E invece non è cambiato nulla».
Come dare torto a Borsellino quando la narrazione della mafia si è trasferita nelle fiction e nelle celebrazioni (che questo sono diventate ormai le commemorazioni sempre più stanche delle vittime)  o nei talk show generalisti con pacca sulla spalla, frasetta ad effetto costruita su aggettivi e poi si passi all’ospite musicale così talent da durare perfino più di due mesi. “Meraviglioso!”. Come dare torto al suo sconcerto davanti all’evidente crisi non di parole e slogan, ma di partecipazione e capacità politica del movimento antimafia nel suo insieme. Come possiamo negare che a 25 anni da Capaci le mafie (anche Cosa nostra che si ritiene militarmente sconfitta e che oggi ci ha dimostrato il contrario) non sono affatto in ritirata, ma sono diventate protagoniste del sistema criminale che integra finanza, economia, politica e aristocrazia mafiosa. Come ha raccontato solo alcuni giorni fa il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato in un convegno organizzato da Antimafia Duemila nella facoltà di Giurisprudenza del capoluogo siciliano.
Bentornati nella realtà. Speravate che le cose andassero come vi racconta la tv e invece l’oggi è un’esecuzione un lunedì mattina in un strada non certo dell’ultra periferia palermitana il giorno prima delle commemorazioni ufficiali in pompa magna e diretta televisiva. Eravate davvero convinti che bastasse fare aggrapparsi al termine “legalità” mentre vi dimenticavate il valore della parola “giustizia”? Ecco, quel corpo a terra è il telegramma di complimenti della mafia alla politica italiana e alla corte di benpensanti che continuano a pensare che indossare una maglietta con uno slogan politicamente corretto una volta l’anno per inneggiare agli eroi (rigorosamente morti) abbandonando gli altri 364 giorni chi continua da vivo a essere in prima linea possa bastare.

Foto © P. Longo 

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