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de castris leonardo leonedi Antonio Nicola Pezzuto
Inizia una nuova era per la Procura di Lecce. Il 21 aprile 2017 si è insediato ufficialmente il Procuratore Leonardo Leone De Castris che ha preso il posto di Cataldo Motta. La cerimonia di insediamento si è tenuta nell’aula magna del Tribunale di Lecce gremita di autorità, rappresentanti delle Forze dell’Ordine, giornalisti e avvocati presenti per salutare l’arrivo del nuovo Capo della Procura.
De Castris non ha nascosto la sua emozione davanti ad una platea così affollata: «Grazie a tutti per questa incredibile presenza – ha esordito il Procuratore – per me è una grande emozione. Ritrovo colleghi con cui ho già collaborato in passato, nel periodo più difficile per questo Distretto, quello degli anni '90, in cui veramente l’aggressione della criminalità organizzata spaventava un po’ tutti e impegnava in una rincorsa che alla fine è risultata vincente visti i risultati  conseguiti nel tempo fino ai nostri giorni. Grazie all’impegno di chi mi ha preceduto vi è una situazione obiettivamente migliore rispetto agli anni passati».
De Castris ha sottolineato l’importanza del rapporto con l’Avvocatura e con il personale amministrativo: «Vedo tanti avvocati e di questo sono particolarmente contento. Con molti di loro ho incrociato il fioretto, talvolta anche la sciabola nei processi più importanti. Il rapporto con l’Avvocatura è essenziale e credo che il Foro di Lecce possa essere un modello da esportare per stile, rapporto con la Magistratura e livello deontologico raggiunto. Con il personale amministrativo avrò un particolare rapporto diretto e quotidiano sull’organizzazione degli uffici. Il personale amministrativo è, al pari dei magistrati, il centro della giurisdizione. Una struttura complessa di cui mai, in nessun momento, si può fare a meno. Questo sarà un mio obiettivo e spero di riuscire a centrarlo».
De Castris, quindi, spiega lucidamente la sua idea di Procura, parla della funzione del Magistrato, della giurisdizione e delle priorità della sua azione inquirente: «Vengo da due esperienze diverse: una alla direzione di un ufficio piccolo ma abbastanza di frontiera (Rossano Calabro N.d.A.) e una alla direzione di un ufficio grande (Foggia N.d.A.), più grande di quello di Lecce, con numeri diversi, pur non essendo una sede distrettuale. Voglio una Procura vicina al cittadino che dia alla collettività la percezione di essere un servizio e non un ufficio autoreferenziale. Una Procura che non ceda di un millimetro nel contrasto e nella lotta alla criminalità organizzata che è tradizione e caposaldo di questo Distretto e di questa città. Allo stesso tempo, voglio un ufficio che abbia lo stesso livello di attenzione per la tutela dell’ambiente e della salute perché nel Salento ci si ammala troppo e che dia grande importanza al contrasto alla corruzione e a tutti i reati contro la Pubblica Amministrazione. Nei prossimi anni, tutti noi dovremo fare certamente maggiore attenzione ai fenomeni terroristici. Questo è inevitabile e non dovremo mai dimenticarlo. Da un punto di vista interno, vorrei una Procura che si sentisse squadra, in cui ognuno avesse non solo la percezione ma l’intima convinzione di essere al pari degli altri, di avere le medesime possibilità, prerogative e opportunità. Un luogo in cui il capo, oltre ad essere il vertice gerarchico, venga vissuto come un’espressione apicale di un potere diffuso del pubblico ministero e che questo suo essere vertice si manifesti in un coordinamento, in un indirizzo e in un collante di una squadra al cui interno le decisioni di tipo organizzativo vengano prese nelle assemblee, collegialmente, possibilmente all’unanimità e quando non è possibile a maggioranza. Una sorta di ufficio orizzontale. Non so se sarà possibile. Mi sono sempre sforzato e nelle mie precedenti esperienze credo di esserci sempre riuscito. Conoscendo tutti o quasi tutti i colleghi, non ho dubbi che sarà così anche qui. Faccio un’ultimissima riflessione proprio sulla nostra funzione, sul nostro difficile compito di amministrare la giustizia. Io credo che tutti noi dovremmo cercare di frequentare di più il dubbio e meno le certezze, considerare che la nostra è una posizione sempre molto relativa. Non siamo noi il centro del mondo. La verità è sempre più complessa di quello che appare. In definitiva, quando ci troviamo a firmare un atto come la richiesta di un provvedimento cautelare, un rinvio a giudizio, qualsiasi atto decisivo, noi abbiamo veramente la vita e la morte delle persone in  mano, la loro sorte, il loro destino professionale, le loro aziende e i loro diritti. Questa è una cosa che dovremmo sempre considerare. E tutte le volte che staremo per firmare quell’atto, dovremo pensare di non essere il centro del mondo e, soprattutto, di essere soltanto dei vincitori di concorso. Noi siamo dei vincitori di concorso, ossia non abbiamo l’investitura popolare, non abbiamo un mandato di rappresentanza. Questo sembra fin troppo ovvio ma, in realtà, come ben sappiamo, spesso, tra di noi, non è così. Ovviamente parlo di colleghi in buona fede che, frequentemente, confondono la propria funzione e pensano di dover fare la storia, fare la notizia. Ecco, l’ultima cosa che io penso debba fare un magistrato è quella di cercare il consenso perché il consenso è pericoloso e non appartiene alla nostra professione. Noi dobbiamo cercare la legittimazione che è una cosa diversa in quanto serve alla credibilità dell’istituzione che rappresentiamo. Pensate cosa sarebbe stata, per esempio, la vicenda dell’ILVA se i Magistrati di Taranto, che a mio avviso si sono comportati in maniera egregia, avessero dovuto optare per la tesi ambientalista o per la tesi della tutela dei posti di lavoro. Un magistrato non deve occuparsi di queste cose e deve stare attentissimo a non confondere l’interpretazione della norma adattandola a quelli che sono i propri credo, le proprie convinzioni ideologiche, culturali, politiche e religiose. Queste sono cose che appartengono alla vita privata e non devono mai entrare nel lavoro e nell’interpretazione della norma. Ricordiamoci di tutelare sempre come maggior tesoro la nostra autonomia e indipendenza che non è un privilegio per un magistrato, ma una regola posta a tutela del cittadino e dell’utente della giustizia e, soprattutto, del cittadino e dell’utente della giustizia più debole, perché soltanto un magistrato indipendente e autonomo può tutelare il soggetto più debole. I soggetti forti non hanno bisogno di questa tutela perché cercano di evitare la regola o di farsela da soli, come avvenuto, in particolare, nella triste stagione delle leggi ad personam. Per fare questo, però, un magistrato deve avere anche due caratteristiche: da un lato deve essere professionale e aggiornato perché non deve sentirsi mai intimidito e dall’altro deve tenere sempre alta l’asticella dell’etica perché non si deve sentire ricattabile».    
Si chiude così l’intervento del Procuratore De Castris. Un intervento dal quale emergono subito le qualità umane dell’uomo e del magistrato. Spicca l’attenzione verso i soggetti più deboli da tutelare grazie alla propria indipendenza e autonomia, il rapporto con i colleghi della Procura con cui fare squadra. Una squadra nella quale ognuno abbia la possibilità di esprimersi al massimo delle proprie capacità. Criminalità organizzata, tutela dell’ambiente, lotta alla corruzione e a ogni reato che si annida nella Pubblica Amministrazione: tante sfide e tante battaglie da combattere e da vincere si profilano all’orizzonte.
In bocca al lupo, Procuratore!

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