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brescello effdi Sara Donatelli
“Su proposta del Ministro dell’interno, Angelino Alfano, il Consiglio dei ministri ha deliberato lo scioglimento del Consiglio comunale di Brescello (RE), a norma dell'articolo 143 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, nel quale sono state accertate forme di condizionamento della vita amministrativa da parte della criminalità organizzata”. Recita così il comunicato stampa di ieri del Consiglio dei Ministri. Cosa accadrà adesso? In seguito a tale delibera, dovremo attendere il decreto del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Questo sarà poi trasmesso immediatamente alle Camere. Infine, subito dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, il comune sarà retto per un periodo variabile (dai 12 ai 18 mesi, prorogabili fino ad un massimo di 24 mesi in casi eccezionali) da tre commissari. Inutile dire che sono state annullate le elezioni comunali previste per il 5 giugno. Nella proposta di scioglimento, non solo vengono evidenziate tutte quelle anomalie che furono riscontrate dalla commissione d’accesso (formata dal vice prefetto Adriana Cogode, dal capitano dell’Arma di Castelnovo Monti Dario Campanella e da Giuseppe Zarcone) durante i sei mesi di lavoro all'interno del comune emiliano, ma vengono indicati anche i nomi degli amministratori ritenuti responsabili delle condotte che hanno portato allo scioglimento.
Per molti è un cerchio che si chiude. Per altri, questa vicenda ha rappresentato numerose porte che si sono aperte. Per altri ancora, l’ennesimo motivo di orgoglio egocentrico. L’ennesima occasione per screditare l’avversario politico. Per pochi, pochissimi, il giusto riconoscimento dopo anni di lotte silenziose ed isolamenti assordanti. La vicenda di Brescello, gli affari loschi che si sono consumati su quel territorio, non riguardano soltanto la più recente giunta comunale. O l’ex sindaco Marcello Coffrini. Qui siamo di fronte ad un sistema in cui entrano in gioco numerose pedine, facilmente spostabili, collocabili e (all’occorrenza nascondibili) da chi ha scelto non oggi, ma anni e anni fa, di prestare il fianco alle organizzazioni criminali. U ciauru ri picciuli, direbbero in Sicilia. Quel profumo appetibile dei soldi facili ha reso tanti uomini schiavi di compromessi e artefici di una delle più grandi macchie che, ad oggi, cambiano il volto dell’Emilia Romagna. Non è sicuramente lo scioglimento di un comune che ci rende consapevoli della presenza delle mafie in regione. E non è nemmeno questo il primo campanello d’allarme. Di campanelli, volutamente inascoltati, in questi anni ne sono stati suonati davvero tanti. Tantissimi. E troppe sono state le persone che si sono voltate dall’altra parte, che hanno scelto di non sentire o vedere. Tantomeno parlare. Figuriamoci denunciare. La parola contraria sottaciuta, camuffata, insabbiata, denigrata, allontanata. Ma, cosa ancora più grave e meschina, strumentalizzata. Da chi ha fatto una toccata e fuga, in quei luoghi. Da chi ha ascoltato le parole di chi denunciava, ed è andato via. Da chi ha visto e dimenticato. Da chi ha scritto e distorto. Da chi ha letto ed ignorato. Da chi ha alzato al cielo un crocifisso urlando che la mafia non c’era, a Brescello. E così si è lasciato spazio ad ogni tipo di malefatta. Si parla, ad esempio, di dipendenti comunali assunti con contratti a tempo determinato riconducibili alla famiglia del boss Nicolino Grande Aracri. Appalti e subappalti, affidati con iter e sistemi non del tutto chiari. Improvvisi e sospetti cambi di destinazione d’uso di terreni (vedi Cutrello). Una dinastia, quella dei Coffrini, che per trent’anni ha gestito Brescello. Prima Ermes (eletto nel 1985 con la tessera del Partito Comunista Italiano), poi Giuseppe Vezzani (2004), affiancato dal figlio di Ermes Coffrini, Marcello, che per dieci anni ha ricoperto la carica di Assessore all’Urbanistica, salvo poi essere eletto sindaco nel 2014. La storia delle dichiarazioni di Marcello Coffrini la conosciamo tutti. Tale padre tale figlio, si direbbe. Risalgono infatti al lontano 2003 le parole di Ermes Coffrini che, parlando di Francesco Grande Aracri (allora arrestato ma non ancora condannato per mafia), disse: “A noi non risulta nulla, qui si è sempre comportato bene, ha fatto anche dei lavori in casa mia e si è visto assegnare dei lavori dal Comune”. Proprio in quegli anni (dal 2002 al 2006), Coffrini difendeva davanti al TAR di Catanzaro Francesco Grande Aracri e altri suoi fratelli. “Se viene un signore e ha bisogno non gli chiedo un certificato penale o attinenze con la sua moralità. Io tutelo un diritto particolare. Altrimenti qui un avvocato non deve più tutelare un eventuale mafioso o un medico curarlo?”, Coffrini senior dixit.
Coffrini non ha mai compreso la gravità di tali dichiarazioni. È evidente. Così come è evidente l’incapacità e l’arroganza con cui tale situazione è stata gestita dalle diverse forze politiche. “Bene ha fatto il Consiglio dei ministri a sciogliere il Comune di Brescello, la lotta contro le mafie e per la legalità, che questa Regione sta portando avanti con forza e convinzione, non deve guardare in faccia a nessuno", commenta l'assessore regionale alla Legalità Massimo Mezzetti. Per Matteo Salvini, lo scioglimento del Comune di Brescello è addirittura una vittoria della Lega. Conclude il m5s con un  lapidario “te l’avevo detto io”. Non è una vittoria, non è un traguardo, non è nulla di tutto ciò. La vicenda di Brescello rappresenta, in primo luogo, una sconfitta della politica. Una politica assente e distante. Incapace di riconoscere un problema ed affrontarlo. Troppo legata alle fazioni e allo scontro. Una politica artefatta ed ignorante. Forze politiche che si contendono la poltrona, che lottano per un voto, pronti a sbranarsi per la conquista del territorio. Come in guerra, come le bestie. E se in trincea, isolati, vi sono pochi, pochissimi combattenti, poco importa. Un PD che per mesi ha spalleggiato Coffrini, salvo poi ritenere le sue dimissioni “urgenti”. Urgenti, dopo 15 mesi. La Lega pronta ad assumersi meriti non suoi. Catia Silva è stata in prima linea, per anni, da sola, a denunciare e a lottare contro chi è arrivato addirittura a puntarle una rivoltella in bocca. Così come solo, per tanto tempo, è rimasto Donato Ungaro, ex vigile urbano licenziato dal comune di Brescello ed ancora in attesa del giusto risarcimento.
Erasmo da Rotterdam, ne “L’elogio della follia” scriveva: “Il folle affronta da vicino le situazioni con i relativi rischi. Omero, infatti diceva che il folle capisce i fatti. Sono due i principali ostacoli alla conoscenza delle cose: la vergogna che offusca l’animo e la paura che, alla vista del pericolo, distoglie dalle imprese. La follia libera e meraviglia da entrambe. Non vergognarsi mai e osare tutto”.
La vera storia di Brescello inizia adesso.

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