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processo aemilia poliziaL’analisi nel rapporto annuale 2015 della Dna
di Sara Donatelli
È inquietante il quadro che viene delineato all’interno del Rapporto Annuale del 2015 della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo. Il documento, infatti, analizza lo sviluppo del fenomeno mafioso anche all’interno dell’Emilia Romagna, mettendo in fila tutta una serie di eventi e considerazioni che dimostrano come la regione sia ormai una vera e propria terra di mafia. “L’Emilia Romagna ha subìto una profonda trasformazione e si presenta caratterizzata dai tratti tipici dei territori infestati dalla cultura mafiosa”. All’interno del documento viene anche descritto il ruolo della società civile il cui atteggiamento, caratterizzato da silenzio e omertà,“ha rallentato il formarsi di una piena consapevolezza della reale dimensione del fenomeno, compromettendo e rendendo più complessa una tempestiva ed efficace azione di contrasto. Il silenzio per troppo tempo serbato sul fenomeno e sul suo espandersi nel nord Italia non ha facilitato il diffondersi della cultura  dell’anti-‘ndrangheta, anche se negli ultimi anni la società civile si è mostrata più matura e grazie alla diffusione di informazioni sulla misura della insinuazione nel tessuto sociale ed economico raggiunto dalla ‘ndrangheta, ha mutato il suo atteggiamento resistente e diffidente creando le condizioni per un graduale recupero del controllo del territorio”. Il rapporto della DNA mette anche in luce quelli che sono stati gli importanti risultati investigativi e processuali, che hanno avuto il grande merito di aver disvelato il fenomeno criminale presente sul territorio da anni “con una 'ndrangheta insinuata in tutti i settori della vita economica e sociale, con una gestione del potere attraverso una fitta rete di relazioni con rappresentanti del mono istituzionale, delle professioni e dell’imprenditoria”. Il riferimento è naturalmente rivolto all’inchiesta Aemilia, esplosa nel gennaio 2015 e che porterà il 23 marzo all’inizio dell’omonimo processo a Reggio Emilia. La mafia ha dimostrato uno straordinario effetto persuasivo in un contesto ancora incapace di difendersi, minato alle sue radici e fortemente provato dalle difficoltà finanziarie. Nel territorio emiliano-romagnolo, peraltro, convivono più organizzazioni criminali in un rapporto di forza che vede quella calabrese in posizione di supremazia e di maggiore radicamento nel territorio. “L’immissione nel circuito legale di denaro di provenienza illecita, il radicamento nel territorio di rappresentanti del sodalizio in giacca e cravatta e dotati di competenze professionali e manageriali, il sostegno di una parte della stampa locale, il colpevole silenzio delle istituzioni, preoccupate dalle conseguenze derivanti dalla diffusione di notizie sulle presenze mafiose nei territori amministrati, la forza di intimidazione propria del gruppo operante in Emilia, hanno determinato una vera e propria trasformazione sociale e del tessuto economico ed imprenditoriale”. Secondo la DNA, dunque, l’inchiesta Aemilia ha dato conferma dell’invasività del potere criminale di matrice ‘ndranghetista in Emilia Romagna, “la cui espansione, al di là di ogni pessimistica previsione, si è spinta fino a coinvolgere apparati politici, economici ed istituzionali”. Viene inoltre approfondito il ruolo della cosca Grande Aracri, la cui caratura criminale era già stata ben definita in sentenze passate in giudicato, emesse dai Tribunali di Bologna, Piacenza e Catanzaro. Sentenze importantissime, in quanto veniva già dimostrata l’operatività delle famiglie cutresi nella provincia di Reggio Emilia. Infine, vengono citati anche i casi (ormai famosi) dei comuni di Brescello e Finale Emilia (quest’ultimo definito dalla DNA come “la vicenda più eclatante”). Nel comune di Finale Emilia, infatti, il livello di coinvolgimento ndranghetistico “era tale da imporre addirittura lo scioglimento, decretato dal comitato provinciale per l’ordine pubblico e la sicurezza di Modena nella riunione del 14.10.2015”.
Un bilancio durissimo, dunque, quello fatto dalla Direzione Nazionale Antimafia. Un bilancio che scopre tutti i punti deboli di una regione che fino a qualche anno fa veniva considerata come un vero e proprio modello contro qualsiasi tipo di infiltrazioni mafiose. Le domande, a questo punto, sorgono spontanee. I reati contestati dalla DDA di Bologna ed il quadro delineato dalla DNA mettono in luce fatti ed avvenimenti verificatisi negli ultimi trent’anni. Possibile che nessuno si sia accorto di nulla? Chi aveva il compito di vigilare, perché non l’ha fatto? Chi aveva il dovere di proteggere questa terra, perché non si è reso conto della gravità di ciò che stava accadendo? Perché molte associazioni antimafia presenti nel territorio hanno denunciato queste dinamiche già molti anni fa, ma tali denunce sono rimaste, per lungo tempo, inascoltate?

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