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lupacchini otellodi Pietro Orsatti
«A volte basterebbe ristudiare la storia antica per capire quello che periodicamente si ripete nel nostro Paese. A partire dalla storia dell'antica Roma. Quando si sospendevano a seguito di un tumultum tutte le attività delle magistratura a partire dall'amministrazione della giustizia. Attraverso lo iustitium. Il vuoto del diritto. Basta guardare la storia degli ultimi decenni e di oggi ed è facile constatare che tutto si ripete. Le leggi emergenziali, le leggi speciali. I commissariamenti. Fanno parte della nostra storia, non si inventa nulla». Otello Lupacchini, magistrato di lunga esperienza che si occupò, fra l'altro, della strage della stazione di Bologna dell'80 , trasferitosi a Roma, fu il magistrato simbolo della lotta alla Banda della Magliana, l'uomo che riuscì a portare l'organizzazione criminale a processo e a condanna. «Quando ero a Bologna in qualche modo riuscii a far passare – anche in un'ordinanza - il concetto che le stragi, e in particolare quella della stazione, non erano atti di destabilizzazione, ma di stabilizzazione».

Collegando questo distinguo al fenomeno criminale romano, e quindi al ruolo che giocò Pippo Calò nella storia della Banda della Magliana e delle relazioni con l'eversione nera, anche la strage del Rapido 904, il treno di Natale, rientra nella tipologia di un'azione di stabilizzazione?
Esattamente. La strage era funzionale a spostare l'attenzione dal ruolo che, nella complessiva gestione del potere aveva via via assunto Cosa nostra in quegli anni. Quindi a stabilizzare lo scenario politico esistente.

Pippo Calò, la Banda della Magliana, i Nar. Carminati. È ancora la Banda della Magliana? Mafia Capitale è figlia di quella storia?
Non c'è dubbio. Basta guardare molti dei nomi che compaiono nell'inchiesta, la loro storia, da dove vengono. Non solo Carminati, ma molte delle persone coinvolte in quell'associazione criminale li ritroviamo oggi in questo nuovo sodalizio. Sono cambiate le modalità operative e si sono ribaltati  i rapporti di forza con  la  politica, l’imprenditoria e la finanza. La nuova criminalità:mafiosa non ha più bisogno di imporsi con la violenza sugli imprenditori e a gli uomini politici, che spesso essa stessa esprime. Siamo di fronte ad un'organizzazione il cui modello appare  l'evoluzione di quello dell’associazione che portammo a processo vent’nni or sono. Alle forza delle armi si è sostituita quella della corruzione, ma è sempre aperta la possibilità del ricorso alla violenza.

Come è stato possibile che nessuno si sia accorto in questi anni di quello che stava succedendo nella Capitale? E come è possibile, che davanti a quello che è emerso in questi undici mesi e nelle condizioni in cui versa la città, non sembri esserci , o quasi, adeguata reazione da parte della cittadinanza?
Vi è un problema d’informazione, che condiziona la percezione dei fenomeni. Oggi i media sono pressoché fungibili: stessi titoli, stesse veline, stessi lanci di agenzia, stesse persone intervistate. Non c'è più nessuno che faccia davvero inchiesta, che metta in relazione i fatti, che faccia collegamenti e analisi. Il cittadino medio ha una visione letteraria di quello che, ad esempio, era la Banda della Magliana. Ma la descrizione, soprattutto nella fiction, è contratta, semplificata. La realtà era ed è altra. E anche questo forse contribuisce a diluire la percezione di quello che avviene.

Come nel caso di Carminati, oggi uomo d'ordine, mediatore, broker di Mafia Capitale. Quasi un'icona, però, per chi fa informazione e chi legge. Il cecato, il samurai. Ma la realtà è altro.
Ricordiamoci che ogni volta che si arriva a un'inchiesta giudiziaria e a un processo si fotografa il passato. Ci sono già fatti che fanno capire che qualcosa già si sta muovendo in questi mesi. Mi viene in mente, per fare un esempio, a quel duplice omicidio a Ponte di Nona di pochi giorni fa. Un omicidio d'onore, hanno fatto circolare. Una storia che mi sembra di aver già visto. Ma tornando alla vecchia Banda della Magliana, questa operava nel periodo della Guerra Fredda, col suo movimentarsi di apparati securitari, fazioni e consorterie politiche, che la utilizzavano. Anche in questo caso oggi c'è un ribaltamento di fronte. È l'associazione mafiosa, che persegue gli obiettivi  dell'arricchimento e dell'impunità, a dettare le regole del gioco. E poi l’articolo  416 bis…  

Ecco, si, l'aggravante per associazione mafiosa. Secondo lei sarà possibile che a Roma si riesca nel processo che si aprirà il 5 novembre a ottenere condanne per 416 bis?
Le mafie sono profondamente cambiate. Ora ci sono i borker, non si spara o si spara poco, c'è la finanza, ci sono le imprese, i rapporti con la politica. Paradossalmente oggi il mafioso è un capitalista che investe denaro di cui dispone in gran quantità, sempre proveniente da traffici illeciti, ma attraverso una solida rete di imprese e rapporti puliti. L'articolo 416 bis è stato scritto negli anni '80, fotografava una realtà precisa e ben delimitata, quella di Cosa nostra siciliana, al cui modello si uniformavano le altre associazioni, comunque localmente denominate. Il problema è proprio l’archetipo, che di fronte alle nuove frontiere dell’associazionismo mafioso è sempre meno prensile. Bisognerebbe riscrivere la legge, per adeguarla maggiormente al presente. Ma chi mai la riscriverà?

RECENSIONI
ROMA BRUCIA
Mafia, corruzione e degrado. Il sistema di potere che stritola Roma. Prosegue l’inchiesta iniziata con “Grande Raccordo Criminale”
Autore: Pietro Orsatti
Editore: Imprimatur

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