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penna-e-sangue“Tre giornalisti minacciati ogni due giorni”
di Aaron Pettinari - 5 agosto 2015
Non solo minacce, attentati ed omicidi per bloccare inchieste scomode. C'è un nuovo rapporto tra il mondo dell'informazione e le criminalità organizzate. A parlarne è la relazione (approvata stamattina all'unanimità) del Comitato della Commissione parlamentare antimafia dedicato a “Mafia, giornalisti e mondo dell'informazione”. Un documento di 80 pagine in cui si parla esplicitamente di “informazione contigua, compiacente o persino collusa con le mafie”. E' questa la novità più grave su cui si dovrebbe riflettere.

La Relazione, che ha avuto nel vice presidente Claudio Fava il suo relatore, si è basato su quanto emerso in 34 audizioni di giornalisti, direttori di quotidiani, presidenti regionali dell'Ordine dei giornalisti, del presidente nazionale dell'Ordine e del segretario della Fnsi e di magistrati. Inoltre sono stati utilizzati i dati e delle analisi di 'Ossigeno per l'informazione', l'osservatorio che monitora le minacce nei confronti dei giornalisti, ma anche centinaia di pagine di verbali giudiziari, articoli di quotidiani, pezzi di storia nera dell’informazione italiana raccontati dai protagonisti superstiti. E l'analisi finale è che “accanto a un numero crescente di giornalisti minacciati sopravvivono alcune sacche di informazione reticente. Di editori attenti a pretendere il silenzio delle loro redazioni su fatti o nomi 'innominabili'. E di direttori che si prestano a sorvegliare, condizionare o redarguire quelle redazioni. Casi poco numerosi, per fortuna, ma non del tutto isolati”.
Così vengono messi nero su bianco una serie di casi dove il bavaglio viene messo direttamente da editori o direttori, proprio per venire incontro ai desiderata delle famiglie mafiose. Dal caso del quotidiano La Sicilia di Mario Ciancio, dove chi è scomodo viene pagato per non scrivere (è quanto accade al giornalista Franco Castaldo).
Ciancio, che oltre a possedere La Sicilia ha partecipazioni azionarie nel Giornale di Sicilia e nella Gazzetta del Mezzogiorno, già presidente Fieg e vicepresidente di Ansa, è attualmente indagato dalla procura di Catania per concorso esterno a Cosa nostra. Nei mesi scorsi gli sono stati sequestrati 12 milioni di euro depositati su conti in Svizzera. Del caso Ciancio Fava parla analizza ogni passaggio, passando dalla lettera inviata dal boss Vincenzo Santapaola, rinchiuso al 41 bis, pubblicata integralmente e senza commenti, fino ai necrologi pubblicati dopo la morte del boss mafioso Giuseppe Ercolano, lo stesso che qualche tempo prima si era recato in redazione per rimproverare il giornalista Concetto Mannisi, reo di averlo definito un boss mafioso.
Poi ci sono le descrizioni delle epurazioni all'interno della tv catanese Telecolor, o della gestione di alcuni giornalisti “scomodi” all'interno del Giornale di Sicilia. Ma nel documento si parla, oltre che della Sicilia, anche dello stato dell'informazione in Campania o in Calabria. Esempi sono il caso della lettera inviata da Francesco Schiavone, capo dei Casalesi, alla Gazzetta di Caserta (pubblicata in prima pagina), dove lo stesso boss diceva agli “amici” che quel giornale gli piaceva più del Corriere di Caserta. “La Dda – ha raccontato la giornalista de Il Mattino Rosaria Capacchione - accertò che da un giorno all’altro ci fu un passaggio di 2.000 copie da una testata all’altra”.
Altro episodio è poi il licenziamento di Lucio Musolino, oggi collaboratore de ilfattoquotidiano.it, che lavorava per il giornale Calabria Ora ed era minacciato falla 'Ndrangheta. Quando vi fu il cambio di direttore da Paolo Policchieni a Piero Sansonetti venne proposto al giornalista il trasferimento da Reggio Calabria a Lamezia Terme, poi venne licenziato. Ma sotto la gestione Sansonetti il quotidiano si fece “apprezzare” per una serie di articoli sulla gestione dei pentiti contro i pm di Reggio.
Ma nel documento emergono anche altri dati. Dal 2006 al 31 ottobre 2014, “sono 2.060 i giornalisti minacciati dalle mafie, con un costante incremento che ha registrato il suo picco nei primi dieci mesi dell'anno scorso, 421 atti di violenza o di intimidazione, quasi tre ogni due giorni”. Nelle 80 pagine prodotte dal gruppo guidato da Claudio Fava vi sono anche testimonianze e vicende spesso poco conosciute, in cui si stigmatizza anche la sostanziale “impunità” di certi comportamenti: “pochissimi - si legge nella Relazione - gli episodi in cui gli autori di minacce o violenze siano stati identificati, giudicati e condannati”.

Le querele temerarie
Accanto ai metodi più diretti e, spesso, brutali, la Relazione sottolinea “il ricorso sempre più frequente ad un uso spregiudicato e intimidatorio di alcuni strumenti del diritto”, in primis le querele e le azioni civili per danni “dove la temerarietà” è solo apparente, visto che in questi casi l'obiettivo dell'azione giudiziaria contro il giornalista è quello di indurre quel giornalista a comportamenti e scritture più 'rispettosi'”.
Tra i racconti vi è anche quello di Milena Gabanelli, che al Comitato ha detto di aver ricevuto citazioni in giudizio per oltre 250 milioni di euro (137 da una sola multinazionale della telefonia) a fronte di una sola causa persa per 30 mila euro.

La precarietà
Inoltre non va sottovalutata la “violenza più subdola, ma non meno dolente, che si manifesta attraverso le condizioni di estrema precarietà contrattuale e economica di quasi tutti i giornalisti minacciati”. Molti di loro, “a fronte di un devastante repertorio di intimidazioni (pallottole per posta, auto bruciate, minacce verbali) hanno ammesso di lavorare per pochi euro ad articolo, spesso senza contratto e con editori raramente disponibili ad andare oltre a una solidarietà di penna e di facciata”. Proprio Claudio Fava, durante la presentazione della Relazione ha sottolineato il ruolo dei freelance, “professionisti che in altri Paesi sono figura centrale dell'informazione e che da noi lavorano senza alcuna tutela professionale, magari per 3 o 4 euro a pezzo, lontano dai riflettori e alla periferia dell'impero, vittime di intimidazioni di ogni tipo. Non aver ancora normato contrattualmente la loro figura e' una lacuna grave, cui deve essere posto rimedio al più presto”.

Etica del lavoro
“Il dato positivo - conclude la Relazione - è la determinazione con cui una nuova generazione di giornalisti ritiene che la funzione etica del loro mestiere non possa essere svilita da condizioni di lavoro a volte umilianti né dai rischi, dalle minacce, dall'isolamento. Giornalisti poco conosciuti, schivi, generosi, determinati”.
Sono loro gli eredi di chi ha avuto il coraggio di fare vera informazione. In Italia sono stati uccisi in undici (Giuseppe Alfano, Carlo Casalegno, Cosimo Cristina, Mauro De Mauro, Giuseppe Fava, Mario Francese, Peppino Impastato, Mauro Rostagno, Giancarlo Siani, Giovanni Spampinato, Walter Tobagi), nove dei quali direttamente dalla criminalità organizzata. Non si possono poi dimenticare quei colleghi uccisi all'estero in circostanze diverse, come Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, per citarne alcuni. E' a tutte queste persone che ci si ispira per andare avanti in questo mestiere. Raccontando fatti e storie che altrimenti resterebbero nell'oblio.

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