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cutro-Ignazio-webSi riaccende la polemica dopo le assunzioni a Roma nei giorni scorsi
di AMDuemila - 19 giugno 2015
Neanche il tempo di esultare per il primo giorno di lavoro per dieci testimoni di giustizia che sono andati a Roma per firmare il contratto di assunzione presso la sede della Regione siciliana nella capitale, che una nuova polemica esplode contro le decisioni del Viminale che non avrebbe permesso agli stessi testimoni di giustizia, di tornare a lavorare nella propria terra dopo anni vissuti lontano, sotto falsa identità, per aver denunciato i loro estorsori o per aver parlato dopo aver assistito a omicidi eccellenti.

A dare notizia di ciò è Ignazio Cutrò, presidente dell'Associazione nazionale testimoni di giustizia che in un post sul social network di Facebook fa sapere: “In tanti mi stanno scrivendo perché i testimoni non sono stati impiegati in Sicilia. Il perché lo dovete chiedere al vice ministro Bubbico. Vi dico inoltre che c’era il pieno assenso da parte della Regione Sicilia nella qualità del Presidente Rosario Crocetta di farli ritornare.
La vera vittoria della Sicilia era sicuramente far tornare i testimoni nella propria terra, come o sempre sostenuto io, naturalmente chi voleva ritornare in Sicilia”. Ad impedirlo, prosegue Cutrò, “un divieto messo dal Ministero dell’Interno ai testimoni che sono in località protetta. Ancora una volta, calpestando il diritto alla vita di quei testimoni che hanno già sofferto tanto fuori dalla loro terra e hanno donato la loro libertà e quella dei loro cari per tutti gli italiani onesti denunciando e facendo condannare i mafiosi e poi sono stati estirpati ai loro affetti e alla loro terra, non c’è diritto per le persone oneste”. Ed infine conclude: “Noi di sicuro non abbiamo guardato i nostri interessi personali lo abbiamo fatto è lo rifaremo per dignità, ma il Viminale non la pensa così. Sarebbero una spesa e non una risorsa ed un segnale devastante contro i mafiosi. In culo alla mafia”.


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