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carceri-chiavi-cancAcquisite le dichiarazioni del pentito dai pm che indagano sulla trattativa "Stato-mafia”
di Aaron Pettinari - 4 marzo 2015
Ci sarebbero nuovi sviluppi sul fronte investigativo del “protocollo farfalla”, quell'accordo tra 007 e Dap per la gestione delle notizie fornite dai mafiosi in carcere in cambio di un compenso, siglato nel maggio 2004 tra Mario Mori (all'epoca direttore del Sisde) e Giovanni Tinebra (direttore del Dap). A parlare per primo di questo “scambio” di informazioni era stato il pentito di Camorra, Antonio Cutolo e lo stesso avrebbe rilasciato importanti dichiarazioni ai pm che indagano Nino di Matteo e Roberto Tartaglia, che lo hanno sentito proprio nei primi giorni del 2015, dopo che lo stesso collaboratore di giustizia aveva inviato una missiva alla procura palermitana. Secondo quanto riferito dal Fatto Quotidiano una parte sintetica di quel verbale, sul quale vige il massimo riserbo, è stato inviato alla Procura di Roma dove è in corso un processo nei confronti di di Salvatore Leopardi, capo dell’ufficio ispettivo del Dap, e Giacinto Siciliano, ex direttore del carcere di Sulmona, accusati di falso e omissione per non aver avvertito l’autorità giudiziaria competente (ovvero la Procura di Napoli) delle dichiarazioni del camorrista Antonio Cutolo, che aveva manifestato l’intenzione di voler collaborare.
Il “caso Cutolo” esplose nel 2005 quando il pm della Dda di Napoli, Simona Di Monte, ha registrato la presenza del boss campano fuori dal carcere di Sulmona, dove doveva essere detenuto, essendo condannato all’ergastolo. Del fatto venne informato Sebastiano Ardita, all’epoca direttore dell’Ufficio detenuti del Dap, che dopo una verifica si accorse che il detenuto era stato declassificato dal direttore del carcere.

E' da quel momento che la procura di Napoli aprì un primo fascicolo che poi fu “dirottato” alla procura di Roma che ha avviato un'indagine “parallela” nei confronti di Leopardi e Siciliano. Nello specifico, secondo l'accusa, Siciliano non avrebbe avvertito l’autorità giudiziaria, limitandosi a girare quei verbali a Leopardi. Quest'ultimo, a sua volta, oltre a non avvertire la Procura, avrebbe provveduto a riferire i contenuti di quei verbali al colonnello Pasquale Angelosanto, in forza al Sisde. Per anni sul “protocollo farfalla” venne posto il Segreto di Stato, tanto che al processo, che in primo grado si concluse con la prescrizione dei due imputati, non entrò mai il documento che pure fu acquisito dalla procura romana dopo una perquisizione nel 2006 al Dap.
Documento che la procura di Roma ha a sua volta girato alla procura di Palermo che indaga su questo. Nelle sei pagine del “Protocollo Farfalla”, venivano anche inseriti i nomi di otto boss detenuti al 41 bis, messi sotto osservazione dagli 007, analizzati e poi avvicinati con la proposta di diventare confidenti dei servizi in cambio di denaro.
E tra questi capomafia di primo piano vi erano soggetti come Cristoforo Cannella, uno degli stragisti di Paolo Borsellino, condannato all’ergastolo per la strage di via d’Amelio, ma anche il boss di Trabia Salvatore Rinella, quello di Porta Nuova Vincenzo Boccafusca, il catanese Giuseppe Maria Di Giacomo, lo ‘ndranghetista Angelo Antonio Pelle, i camorristi Massimo Clemente e Antonio Angelino. Su questo documento ora si concentra l'attenzione dei pm palermitani che hanno anche raccolto le rivelazioni di un altro pentito, Sergio Flamia, il quale ha ammesso di aver lavorato vent’anni per i servizi segreti, ricevendo in cambio ben 150 mila euro, e di aver incontrato gli 007 in carcere anche dopo aver avviato la propria collaborazione con la giustizia. Rapporti border-line tra pezzi dello Stato e uomini di Cosa Nostra, su cui va fatta chiarezza.

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