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giacalone-rino0di Francesca Mondin - 3 febbraio 2015
“Il mafioso è un pezzo di merda”. Il 9 luglio si saprà se questa frase si può scrivere e dire oppure no. Per quella data infatti è stata fissata l’ultima udienza, (nella quale verrà emessa sentenza, ndr) del processo a carico del giornalista Rino Giacalone (in foto), nostro collaboratore. Giacalone è stato querelato dalla vedova del boss mafioso Mariano Agate per aver scritto, in seguito alla morte del capomafia, che lo stesso “era un pezzo di merda”. Una frase “pesante” come lo stesso giornalista ha ammesso ma nella quale, come ha sottolineato oggi a processo l’avvocato Carmelo Miceli, difensore assieme a Enza Rando del giornalista, “è assente ogni volontà di colpire e diffamare una singola persona, come essere umano e come individuo”. In quanto l’affermazione, nata da un indignazione morale che vuole interpretare e sollecitare quella collettiva “è conseguenza solo e soltanto del curriculum criminale del soggetto – ha detto Giacalone a sua volta - e della considerazione che Peppino Impastato ha insegnato a tutti Noi siciliani onesti e cioè che ‘la mafia è una gran montagna di merda’ ”.

Mariano Agate infatti è stato capomafia di Mazara del Vallo, pluripregiudicato e condannato all’ergastolo per numerosi omicidi, tra cui quello del giudice Giovanni Falcone e della sua scorta e l’omicidio del giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto. Agate secondo alcuni pentiti, ha fatto notare Rino Giacalone oggi, sarebbe stato destinato ad essere il capo mafia della provincia di Trapani al posto di Matteo Messina Denaro se non fosse stato catturato.
“Sua abitudine, rispettando una regola dell’associazione mafiosa, era quella di uccidere le sue vittime più volte - ha aggiunto il giornalista all’udienza - prima ordinandone la morte ai propri sicari, poi producendo frasi che servivano a “mascariare”, sporcare, il ricordo della vittima. E’ accaduto con Gian Giacomo Ciaccio Montalto è accaduto con Mauro Rostagno”.
“Il ricordo di quel pluripregiudicato in quella maniera - ha quindi spiegato Giacalone - è voluto essere solo il riconoscimento del coraggio che hanno avuto le sue vittime nell’affrontarlo e combatterlo”. A sostegno del giornalista Giacalone erano presenti in aula il dott. Salvo Licastri per il consiglio regionale dell'ordine dei giornalisti, e i rappresentanti di Libera, Umberto Di maggio, coordinatore regionale, e salvatore Inguì, coordinatore provinciale oltre a scorta civica Trapani e l’amministrazione calcestruzzi Ericina Libera.
Nell’udienza di oggi l’avvocato Celestino Cardinale, difensore della vedova Agate, signora Rosa Pace costituitasi parte civile dopo aver querelato il giornalista, ha sostenuto le sue ragioni invocando il diritto al riconoscimento di una pur minima reputazione al soggetto defunto.
Se la reputazione, cosa ben differente dalla dignità (caratteristica umana da rispettare a priori, ndr), è un riconoscimento sociale, cioè la stima che ogni individuo si costruisce con le proprie azioni, sorge spontanea una domanda: Come si può offendere la reputazione di un uomo che le sue stesse atroci azioni hanno già abbondantemente distrutto? Cosa può esserci di più offensivo per il genere umano, l’aver commesso azioni che vanno contro ogni principio e valore, senza essersi oltretutto mai pentiti?
Solo in un mondo rovesciato dove regna lo schema di disvalori mafiosi si può riconoscere in un uomo macchiatosi di delitti atroci una reputazione integra da difendere.
E’ quindi più che condivisibile la perplessità espressa oggi a fine udienza dal giornalista Giacalone sull’iniziativa del magistrato titolare delle indagini che ha riconosciuto l’esistenza di un’offesa alla reputazione di un uomo che è morto da pluriergastolano.
Una situazione a dir poco paradossale che dimostra come a livello culturale non siamo tanti distanti da quando Peppino Impastato urlava: “la mafia è una montagna di merda” e la gente si scandalizzava indignata. Ora grazie a Peppino chiunque può dire quella frase tanto ri-utilizzata in ogni ambito da chiunque, ma vieni querelato se da giornalista scrivi che un mafioso (condannato con sentenze definitive, ndr) è un rappresentante, quindi un pezzo, di quella montagna di merda che è la mafia. Alla faccia della libertà di stampa!

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