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giacalone-rino2di AMDuemila - 3 febbraio 2015
Si apre oggi il processo a carico di Rino Giacalone (in foto), giornalista e nostro collaboratore “reo” di aver descritto il defunto boss Mariano Agate con l’espressione “gran pezzo di m…” scrivendo l’espressione per intero, un riferimento alla frase di Peppino Impastato, divenuta ormai “famosa”, “la mafia è una montagna di merda”. Agate, capomafia di Mazara del Vallo, nel trapanese, è stato importante punto di riferimento per Totò Riina. Fin dagli anni Ottanta ha preso parte a molti episodi criminali di Cosa nostra e per alcuni di questi ha ricevuto l’ergastolo (come per la strage d Capaci e l’omicidio del giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto). L’articolo di Giacalone è uscito il 3 aprile 2013 sul blog Malitalia, poi ripreso anche da altri siti. Una frase, quella del giornalista, certamente non elegante, ma che nulla può aggiungere alla “reputazione” di Agate, boss di indiscussa caratura criminale, al 41bis fino a marzo 2013 e deceduto un mese dopo nella sua abitazione per le gravi condizioni di salute in cui versava. Immediata, invece, la denuncia della vedova, Rosa Pace, che ha sporto querela nei confronti del giornalista accusandolo di aver offeso la reputazione di Agate. Oggi la prima udienza del processo per Giacalone, assistito dagli avvocati Carmelo Miceli ed Enza Rando.
Appresa la notizia, molti tra i familiari delle vittime di mafia hanno firmato una lettera in cui esprimono “stupore e indignazione per l'ultima paradossale esibizione di persone legate al mondo di Cosa Nostra”, la denuncia di una frase “che non può essere considerata offensiva, poiché esprime una opinione fondata sui dati di fatto e di diritto. Come può danneggiare la reputazione di un criminale riconosciuto colpevole di omicidi truci e di vere e proprie barbarie?”.

Non è la prima volta che la signora Pace cerca di difendere la memoria del marito. Quando il vescovo Mogavero di Mazara del Vallo aveva rifiutato i funerali religiosi, la vedova Agate aveva commentato la scelta definendola “Una mera propaganda giustizialista che ha fatto di me e della mia famiglia carne da macello”. “Invece di offendersi – hanno replicato i familiari delle vittime di mafia – la signora Rosa Pace dovrebbe mettersi nei nostri panni, nei panni dei familiari delle vittime. Queste famiglie, non la sua, hanno il diritto di lamentare di essere state trasformate ingiustamente in carne da macello. Come carne da macello sono stati uomini, donne e bambini strappati alla vita per responsabilità di quel capomafia”.

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