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ilardo-luigi1di Lorenzo Baldo - 27 settembre 2014
“Molti attentati che sono stati addebitati esclusivamente a Cosa Nostra, sono stati commissionati dallo Stato e voi lo sapete….”. E’ il 2 maggio del 1996 quando Luigi Ilardo si rivolge così al colonnello dei Carabinieri Mario Mori. In attesa del suo primo ed unico incontro con i magistrati di Palermo e di Caltanissetta (venuti appositamente a Roma, alla sede del Ros, per poter ascoltare il confidente), è lo stesso colonnello Riccio a presentarlo al suo superiore. “Per un attimo rimanevamo tutti e tre fermi e in silenzio – ricorda Riccio –, poi vedevo il col. Mori, senza dire una parola, veloce come il lampo, senza alzare gli occhi da terra, voltarsi improvvisamente ed altrettanto velocemente lasciare la stanza”.

Riccio rimane profondamente turbato dal verificarsi di quella situazione, ma non ha il tempo di replicare. “Frastornato dall’avvenimento – spiega ancora il colonnello – con un freddo sudore che sentivo scendere lungo la schiena quando stavo per articolare una domanda, l’entrare di un carabiniere con la richiesta di trasferirci immediatamente nella stanza attigua dove ci attendevano i magistrati siciliani rimandava ogni mia parola”. Partendo da questo aneddoto si arriva ad un altro capitolo della memoria depositata ieri dalla Procura Generale di Palermo al processo di Appello per la mancata cattura di Provenzano. Secondo Scarpinato e Patronaggio, a fronte di ulteriore attività integrativa “si è rafforzata l’ipotesi, già evidenziatasi nel processo di primo grado, che l’omicidio dell’Ilardo, ancorché già deliberato per le voci sulla sua attività di confidente già nell’aprile del ’96, sia stato accelerato nella esecuzione a seguito di fughe di notizie provenienti da apparati istituzionali circa la formalizzazione della sua collaborazione con l’Autorità Giudiziaria”. A tal proposito vengono citate quindi le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Giovanni Brusca e Antonino Giuffrè. In particolare quella di  Giuffrè, che ha riferito di aver ricevuto direttamente da Provenzano l’incarico di uccidere il confidente. L’ex boss ha sottolineato di ritenere che la notizia della collaborazione di Ilardo con le Forze di Polizia “fosse pervenuta al Provenzano da fonte istituzionale in particolare da ambienti giudiziari di Caltanissetta”. A titolo di cronaca va evidenziato che a quel tempo la Procura nissena era diretta da Giovanni Tinebra, oggi più che mai nell’occhio del ciclone per il suo coinvolgimento nell’affaire del “protocollo farfalla”, così come per la “gestione” del falso pentito Vincenzo Scarantino. Nel documento della Procura Generale viene dato ampio risalto alle “zone d’ombra” citate nell’ordinanza di custodia cautelare (emessa dal Gip di Catania nel 2013) per l’uccisione di Luigi Ilardo. “Un primo aspetto inquietante – si legge nell’ordinanza – è infatti costituito dalla tempistica dell’omicidio: l’Ilardo è stato infatti ucciso non appena rientrato da Roma, con una sollecitudine tale da precedere addirittura il consenso definitivo all’operazione da parte di Provenzano e con un dispiego di risorse del tutto insolito, tenuto conto che il relativo ordine aveva raggiunto contestualmente quantomeno tre esponenti di rilievo, ovvero il La Causa, lo Zuccaro ed il Quattroluni (come concordemente affermato dai collaboranti); ciò in quanto il delitto medesimo doveva necessariamente avvenire prima che l’Ilardo ritornasse a Roma per formalizzare definitivamente ed ufficialmente la sua collaborazione con l’Autorità Giudiziaria allontanandosi definitivamente da Catania, ovvero nel brevissimo lasso di tempo in cui costui si sarebbe trattenuto nella città”. Per il giudice Rizza è evidente che l’omicidio Ilardo “è stato commesso non solo e non tanto per l’attività di ‘confidente’ dallo stesso sino a quel momento svolta, ma anche (e soprattutto) per evitare che costui iniziasse a collaborare con la giustizia, con l’ulteriore conseguenza, logicamente ineludibile, che proprio di tale intenzione della vittima, concretizzatasi appena otto giorni prima dell’omicidio, erano stati informati i mandanti dello stesso, e che in tale ristrettissimo arco temporale (dal 2 al 10 maggio) il delitto era stato progettato, organizzato ed eseguito…”. Dalla ricostruzione della tempistica dell’omicidio Ilardo i pm giungono alla conclusione che “all’epoca dell’incontro fra il Provenzano e l’Ilardo (31/10/95) questi non era soggetto sospettato di ‘doppio gioco’ da parte dell’organizzazione criminale”. Il suo omicidio, quindi, “venne ideato non prima della primavera 1996 ed eseguito in tutta urgenza il 10/5/96 per evitare la sua formale collaborazione con l’Autorità Giudiziaria”. Che, molto probabilmente, avrebbe consentito di fare luce sul cuore nero del nostro Stato.

In foto: Luigi Ilardo in una foto d'archivio

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