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giaccone-paolodi AMDuemila - 11 agosto 2014
In ricordo dell’uccisione del medico ucciso dalla mafia 32 anni fa riproponiamo le parole della figlia, Milly Giaccone, e il dolore per non essere stata accanto al padre negli ultimi attimi della sua vita.

“Dovevo esserci anch'io quel mattino. Ogni giorno insieme da casa all'Ospedale, verso il nostro lavoro così diverso eppure uguale negli intenti: tu Professore con i tuoi studi, il tuo laboratorio, con le tue analisi, ed io studentessa in Medicina. Io non c'ero. Meno male? Per quello che ho passato in questi anni direi che sarebbe stato meglio finirla quel caldo giorno accanto a te, insieme come eravamo vissuti. Ma se guardo gli occhi profondi dei miei figli dico che, forse, è giusto che abbia passato la soglia del dolore, che l'ansia e l'angoscia mi abbiano rapita la vita per lungo tempo. Non esiste controprova, comunque. Ho sempre cercato di immaginare quello che era accaduto nel vialetto alberato, tra le auto posteggiate e sull'asfalto caldo che accolse il tuo corpo. Quei due che attendevano il tuo arrivo ... il "palo" fuori dall'Ospedale dentro una 126. Le otto e un quarto. Posteggi l'auto, ti avvii al tuo giorno ... ti avvicinano, forse ti chiamano, e sparano con due pistole ... due proiettili alla tua sinistra ... cadi su quel lato e ... dopo ... un altro colpo alla tua destra. Crolli sull'asfalto e con te cade il tuo mondo, il nostro mondo. E' tutto finito. Gli assassini fuggono, scavalcano il muro di cinta dell'Ospedale ... vengono visti su una potente moto, uno di loro ha una smorfia di riso sulle labbra. Al primo uomo che ti soccorre, qualcuno con un camice bianco dice: "E' il Professore Giaccone". Poi gli assassini vanno ancora ad ammazzare. 

E' tutto qui il tuo giorno di morte. Essere stata assente in quel momento... è stato il mio incubo. Quando ti hanno ricomposto nella bara, dicendomi (per pietà) che non avevi subito autopsia, ti ho guardato, gridando col pensiero: "Basta! Non scherzare più!" E il freddo mi avvolge...Mi chino per baciarti la fronte, ed il freddo mi avvolge le membra, il cuore, il cervello e la vita... La sensazione del dolore la provai in quel momento: è freddo, il dolore, avvolgente... Come un ragno che trattiene l'insetto nella ragnatela, così il dolore ha avvolto il mio animo. Da quel momento ho capito che non eri più accanto a me...”

Paolo Giaccone era un medico legale particolarmente scomodo per Cosa nostra. L’11 agosto 1982 venne barbaramente ucciso nei viali alberati del Policlinico di Palermo, dove prestava servizio. Ad attenderlo c’erano tre uomini, di cui uno faceva il ‘palo’ a bordo di una 126. Gli altri due, armati, lo freddarono con diversi colpi di pistola per poi fuggire a cavallo di una moto.
Giaccone era uno dei più grandi esperti di medicina legale, faceva il pendolare tra l’ospedale e il Palazzo di Giustizia. L’incarico che lo portò inevitabilmente a imboccare una strada senza ritorno riguardava l’esame di un’impronta digitale di alcuni killer che nel dicembre del 1981 avevano provocato una sparatoria nel quartiere di Bagheria, procurando la morte di quattro persone. L’impronta, l’unica prova che poteva chiudere il cerchio attorno agli assassini, apparteneva a Giuseppe Marchese, nipote del boss di Corso dei Mille Filippo Marcheseille.
Giaccone iniziò così a ricevere da parte dell’avvocato di Marchese una serie di pressioni, minacce e inviti per manomettere le conclusioni della perizia dattiloscopica, ai quali rifiutò sempre di piegarsi: “No avvocato, queste cose a me non deve chiederle” disse. La perizia determinò la condanna all’ergastolo per il killer, facendo scattare la vendetta di Cosa nostra.
Solo in seguito il collaboratore di giustizia Vincenzo Sinagra svelò i particolari dell’omicidio Giaccone incriminando Salvatore Rotolo, condannato all'ergastolo al primo maxiprocesso a Cosa nostra. Per le ripetute minacce indirizzate al medico specialista invece venne arrestato l’avvocato di Giuseppe Marchese per aver fatto pressioni a quel medico dalla schiena dritta di cui oggi porta il nome il Policlinico di Palermo.

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