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di Francesca Mondin - 11 maggio 2014



Presentazione del libro "La mafia non lascia tempo"
“La mafia non lascia tempo” e nel momento in cui diventi un ostacolo ai suoi intenti ti elimina. E' questa una delle grandi verità di Cosa nostra. A volte invece di tempo ne passa troppo, come quello che è passato dalle stragi senza essere ancora arrivati ad una verità certa o come il tempo che in cui politici sono rimasti al potere continuando a trattare con la mafia, come dimostrano i vent'anni di impunità prima della condanna definitiva di venerdì sera a Marcello Dell'Utri, oppure come il troppo tempo passato prima di ottenere la desecretazione dei documenti sulla P2. Una corsa contro il tempo è quella frenetica di Paolo Borsellino per “ricercare i mandanti e le menti raffinatissime che stavano dietro la strage di Capaci prima che venisse ucciso dopo soli 57 giorni da quell'attentato. Borsellino aveva capito tante cose, per questo le connessioni mafia-politica-stato a Borsellino non hanno lasciato tempo” ha dichiarato l'ex senatore dell'Ulivo Michele Figurelli, durante la presentazione del libro “La mafia non lascia tempo”, tenutosi ieri pomeriggio presso l'Istituto Gramsci di Palermo.

Nel libro, edito da Rizzoli, la scrittrice Anna Vinci da voce alla storia personale di Gaspare Mutolo, ex-autista di Riina. 
Ed è proprio Mutolo che, avendo iniziato la collaborazione con Paolo Borsellino poco prima della strage di Capaci, fu testimone oculare di quella "corsa di Paolo", ultimo pentito ad essere interrogato dal pm palermitano. Durante uno di questi interrogatori Mutolo assistette ad un fatto grave per il quale è stato sentito nel processo in corso a Palermo sulla trattativa stato mafia. 
E' stato il direttore della rivista ANTIMAFIADuemila Giorgio Bongiovanni a spiegare il perché: “durante l'interrogatorio, Paolo Borsellino, riceve una telefonata dal Ministro dell'epoca, Nicola Mancino, e lascia Mutolo per andare dal ministro, il fatto importante è che quando Paolo torna il pentito nota che è visibilmente sconvolto perchè addirittura fuma due sigarette contemporaneamente”. Di questo incontro però Mancino per anni ha dichiarato di non ricordarsi nulla e addirittura di non conoscere all'epoca chi fosse Paolo Borsellino il giudice amico e collega strettissimo di Giovanni Falcone, magistrato conosciuto in tutta Italia anche per la strage appena avvenuta di Capaci.
 “Lo stesso giorno probabilmente - ha continuato Bongiovanni - Paolo incontra anche Bruno Contrada, capo dei servizi segreti siciliani e Parini, capo della polizia, in quell'occasione noi pensiamo che gli hanno raccontato della trattativa”. 
Salvatore Borsellino, fondatore del movimento agende rosse e fratello del magistrato, ha sottolineato l'importanza della collaborazione di Mutolo poichè spiegherebbe le “due cause concomitanti all'uccisione di Paolo, una è che Paolo si è opposto alla trattativa in maniera precisa e netta, e l'altro è che l'accelerazione del suo assassinio sta proprio nel fatto che l'ex boss abbia deciso di collaborare perchè fino a quel momento nessun collaboratore di giustizia aveva parlato della infiltrazione della mafia nello Stato e subito dopo che l'ex braccio destro di Riccobono inizia a parlare Falcone e Borsellino vengono uccisi.” 
Questo rapporto tra Stato e mafia come ha spiegato Mutolo, che per la prima volta, ieri sera in video collegamento, ha parlato al pubblico di Palermo, è un fenomeno presente un po' ovunque, cambia semplicemente volto: “La mafia per tenersi forte deve avere i suoi personaggi nello Stato, è un fattore economico, che poi in Sicilia si chiami mafia, a Milano P2 e in altri posti corruzione, evasione fiscale, sempre di questo stiamo parlando.” 
Ecco perchè ogni persona è chiamata ad una presa di responsabilità: “Lo Stato siamo tutti noi, ed ognuno con il suo ruolo è impegnato nella ricerca della verità - ha precisato la scrittrice Anna Vinci con fermezza - Siamo contenti che Dell'Utri è stato condannato ma è triste pensare che l'opposizione e la politica in questi 20 anni non ha fatto il suo ruolo, quanti servitori dello stato mandati a morire perchè abbandonati dallo stesso”. “La verità la ricercano solo coloro che hanno la forza per sopportarla" ha ancora ricordato Anna Vinci, ed è innegabile che sono ancora troppe le cose rimaste segrete o nascoste e che tanti sono i responsabili di questa omertà, in vari settori, istituzionali e non.
 Omertà tipica della mafia e che secondo il procuratore aggiunto della direzione nazionale antimafia, Ganfranco Donadio spesso è rimasta in molti collaboratori di giustizia che non sempre dicono tutto ma spiega anche che: “Esiste un sistema di linee che non sono state superate, perchè chi poteva parlare non ha parlato e chi poteva domandare non ha domandato ...non basta non opporre il segreto di Stato ma tutte le istituzioni hanno l'obbligo di collaborazione attiva, non bisogna attendere che qualcuno chieda, occorre mettere a disposizione ciò che si sa, i cassetti devono venire svuotati non per un intento di distruzione o insabbiamento ma per essere pubblicati”. 
Spesso la forza di sopportare la verità non l'hanno avuta nemmeno alcuni soggetti della magistratura che hanno permesso: “errori gravissimi, Paolo Borsellino diceva “Falcone è stato ucciso prima ancora che dalla mafia dal consigli superiore della magistratura” - ha sottolineato ancora Giorgio Bongiovanni - ci sono dei magistrati molto moderati che non indagano quando i collaboratori della giustizia nominano certe persone, ci sono altri gravissimi errori quando tolgono delle indagini ai magistrati che stanno lavorando su cose scottanti, è doveroso ricordarlo e denunciarlo come ad esempio la circolare del Csm che toglie ai magistrati non appartenenti alla Dda le indagini riguardo certi reati, tra cui quelle sulla trattativa stato-mafia. Vogliono togliere le indagini al titolare delle stesse Nino Di Matteo che è stato condannato a morte da Riina.”
Molte riflessioni e interrogativi sono stati sollevati nella serata di ieri, da più fronti è emerso il bisogno e il diritto di conoscere la verità sui tanti misteri della nostra Repubblica, dalle verità dichiarate dai collaboratori di giustizia e quelle trascurate da alcuni dei pentiti di mafia, a quelle ben più gravi insabbiate da organi deviati del nostro paese. E per raggiungere ciò diventa fondamentale unire le forze in questa ricerca "affinché la verità sia tale, oltre l'aula del tribunale, e che si ricostruisca il puzzle della nostra storia". “Da Portella della Ginestra l'Italia è uno paese che non conosce la verità - conclude Salvatore Nicosia, presidente dell'Istituto Gramsci - ogni sforzi possibile, in ogni ambito, fatto per alzare il limite delle verità indicibili sono atti di straordinaria importanza sociale e politica, decisivi per il futuro dei nostri figli”.

AUDIO INTEGRALE
Presentazione del libro di Anna Vinci e Gaspare Mutolo (Edizioni Rizzoli)

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