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orlando-provenzanodi Miriam Cuccu - 28 marzo 2014
Più volte era stata fatta richiesta dai familiari e dagli avvocati difensori, ma sull’abolizione del carcere duro a Bernardo Provenzano la risposta è stata sempre picche. Anche questa volta, nonostante le procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze fossero favorevoli alla revoca del 41 bis per il padrino corleonese ormai in gravi condizioni di salute, il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha firmato per la proroga in quanto “Risulta conclamata oggettivamente la pericolosità di Provenzano quale capo ancora indiscusso di Cosa nostra”. Anche il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti si era pronunciato a favore della proroga, ritenendo sussistenti i rischi di comunicazione con l’esterno per il capomafia.

Immediata la reazione dei figli, Angelo e Francesco Paolo Provenzano: “Su quali ragioni si fonda un trattamento differenziato solo per nostro padre? Perizie mediche e relazioni del reparto ospedaliero di Parma riconoscono l’incapacità di nostro padre. Ci chiediamo: esiste altra perizia medica che smentisce e dichiara false le precedenti? Pensiamo di no”. I due chiedono dunque al ministro Orlando “che sia resa pubblica l’immagine attuale di questo ‘detenuto speciale’ con gli occhi al soffitto, chiuso in una stanza blindata con tre guardie del Gom e un sondino al naso per nutrirsi” condizioni sulle quali si sono basate le tre procure che ancora indagano sul padrino corleonese, le quali sono del parere che Provenzano non abbia più la possibilità di comunicare con l’esterno e dunque non vi è ragione per il detenuto di stare in completo isolamento. Il provvedimento che sanciva l’imposizione del carcere duro sarebbe scaduto domani, ma la firma del ministro Orlando ha decretato una nuova proroga per i prossimi due anni.
“Se Provenzano ha bisogno di cure gli siano date, ma ciò nulla ha a che fare con quello che si vuole per Provenzano, ovvero consentirgli di essere il mezzo per far abolire il 41 bis” è la contestazione avanzata da Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili. Proprio le bombe del ’93, tra cui la strage di Firenze, avvenuta il 27 maggio e seguita dagli eccidi a Milano e Roma – a dirlo è una nota della Dia spedita all’allora ministro Mancino già il 10 agosto 1993 – sono state orchestrate per mirare all’indebolimento del 41 bis (su cui la nota invitava a non cedere) oltre che al raggiungimento di nuovi equilibri tra Stato e mafia. Ma dopo pochi mesi il ministro della Giustizia Giovanni Conso lasciò scadere il regime di 41 bis per 373 detenuti mafiosi.
Le condizioni del carcere duro sono state dunque sempre materia di trattativa. “Noi, i familiari delle vittime di Provenzano – ha proseguito Giovanna Chelli – chiediamo che il 41 bis sia applicato senza condizioni, perché è per questo che sono stati uccisi i nostri figli, per far abolire il carcere duro alla mafia”. E ancora: “Se è pur vero che il 41 bis prevede che quando non ci sono più le relazioni con l’esterno da parte del mafioso il carcere duro sarebbe inutile, è altrettanto vero che le vie della mafia sono infinite”.
Non è la prima volta che la questione del carcere duro applicato alla detenzione di Provenzano rimbalzi da una parte all’altra: lo scorso anno una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo aveva escluso che il regime carcerario di Provenzano ne violasse i diritti umani, e anche in quell’occasione la Dna aveva ottenuto la proroga del 41 bis. Ad ottobre scorso, invece, si era pronunciato il tribunale di sorveglianza di Roma dichiarando inammissibile il ricorso presentato dai legali difensori, i quali si erano ugualmente appellati alle gravi condizioni di salute del loro assistito, la cui posizione al processo per la trattativa Stato-mafia, in corso a Palermo, era stata precedentemente stralciata. Provenzano infatti, secondo la perizia dei medici, “è affetto da condizioni di grave disabilità motoria e cognitiva tali da non consentirgli alcuna partecipazione al dibattimento”.
La decisione di Roma rappresenterebbe dunque un nuovo giro di vite nei confronti del regime di detenzione per i capomafia. Ma c’è 41 bis e 41 bis. Risulta sconcertante, ad esempio, il fatto che la revoca del carcere duro per il boss Aldo Ercolano, ritenuto attuale reggente della famiglia mafiosa di Catania e con ottime capacità di intendere, di volere e soprattutto di assumere un ruolo organizzativo e decisionale anche dall’interno del carcere, sia passata sotto il più completo silenzio.

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