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linares-giuseppe-web2di Rino Giacalone - 4 febbraio 2014
Un paio di interrogazioni parlamentari rimaste nel cassetto da mesi, infine il ministro dell’Interno Alfano è stato di parola. Quando qualche settimana addietro il capogruppo al Senato di 5 Stelle, sen. Santangelo, lo aveva accusato di fuggire via dai suoi obblighi parlamentari, non rispondendo in aula alla interrogazione - calendata - sul trasferimento a Napoli dell’ex capo della divisione anticrimine della Questura di Trapani, Giuseppe Linares (in foto), il capo del Viminale aveva risposto affermando che avrebbe parlato del caso in commissione antimafia. E ieri così è stato. Linares, ex capo della Mobile di Trapani, promosso primo dirigente alcuni anni addietro e posto alla guida della divisione anticrimine (dove ha fatto lievitare notevolmente il numero delle proposte di sequestro di beni a mafiosi e favoreggiatori), dall’autunno scorso ha lasciato la Sicilia e posto a capo della direzione Dia di Napoli.

“Promoveatur ut amoveatur” per tanti, un esperto “cacciatore” di mafiosi, Matteo Messina Denaro in testa, portato ad occuparsi di altra mafia, la camorra. Il ministro Alfano  ha parlato del trasferimento in termini di emergenza. Parlando della latitanza (ventennale) di Matteo Messina Denaro, boss del Belice e non solo, il latitante numero uno di Cosa Nostra, ha detto in commissione: «Il nostro sforzo è massimo per  assicurare alla giustizia il boss latitante Matteo Messina  Denaro, abbiamo dato ai magistrati i nostri migliori uomini e mezzi». A quel punto però qualche commissario ha chiesto come mai invece “qualche uomo è stato rimosso”. Il ministro si è così dovuto soffermarsi sulla  vicenda del recente trasferimento di Linares: «Questa decisione, ha puntualizzato Alfano, è stata il frutto  di un'attenta valutazione ed è avvenuta nell'ambito di un ampio  giro di trasferimenti, ben 45. La guida della Dia di Napoli - ha  osservato - è un posto di assoluto prestigio e di importanza  strategica; abbiamo poi evitato di disperdere il patrimonio di conoscenze acquisito destinando a Trapani un funzionario (il neo capo della mobile vice questore dott. Giovanni Leuci ndr) che per  14 anni ha lavorato con Linares». Insomma a leggere le parole di Alfano la cattura del boss Messina Denaro è tutta nelle mani della magistratura palermitana, che, come ha affermato il ministro, ha “uomini e mezzi”, anche se a leggere qualche dichiarazione di magistrati non sembra che tutto sia proprio così. Su una cosa il ministro ha ragione ed è quando fa riferimento al “gruppo” investigativo rimasto a Trapani a “dar la caccia al boss”. Indubbiamente si tratta di donne e uomini specializzati, specializzati anche a mettere a servizio della legge un grande impegno personale, al di là di indennità, missioni, straordinari, un gruppo che si porta dentro, come un Dna, il dovere della cattura del super boss Matteo Messina Denaro accusato di stragi, delitti e scorribande mafiose di ogni genere. Le ultime indagini hanno fatto emergere come “la latitanza del capo mafia di Castelvetrano” risulti coperta da “poteri forti” non ultima la “massoneria” che nel trapanese pare sia tornata a esercitare gli inquinamenti che la resero forte negli anni ’80 (vicenda Iside 2), circostanza denunciata dal vice presidente della commissione antimafia Claudio Fava (Sel). Di recente la commissione nazionale antimafia ha sentito magistrati e giudici trapanesi. Tra questi il giudice Piero Grillo, presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Trapani che ha rilevato ai commissari che da quando il dott. Linares ha lasciato la direzione dell’anticrimine della Questura di Trapani, si è ridotto notevolmente il numero delle proposte di sequestro avanzate dalla Polizia.

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