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di-matteo-teresi-del-bene-liceo-280114di Lorenzo Baldo - 28 gennaio 2014
Incontro con gli studenti del liceo scientifico “Galilei” insieme a Vittorio Teresi e Francesco Del Bene
Palermo. E’ indubbiamente grazie alla sensibilità e alla determinazione della prof.ssa Rosa Maria Rizzo, dirigente del liceo “Galilei”, che si deve un incontro come quello odierno. Così come grazie all’impegno delle professoresse Claudia Stassi e Giuseppa Lococo, instancabili promotori di questo progetto di legalità, e alla ferma volontà dello studente Manfredi Cavallaro. E sono proprio loro: gli studenti, i principali protagonisti. Che ascoltano attentamente gli interventi dei magistrati della procura di Palermo Vittorio Teresi, Nino Di Matteo e Francesco Del Bene. E’ quest’ultimo a rompere il ghiaccio ringraziando per la solidarietà ricevuta in queste settimane a fronte delle recenti condanne a morte di Cosa Nostra che, comunque, “non fermeranno l’impegno e la forza morale per andare avanti”.

Del Bene rimarca con forza l’importanza di un esercito di insegnanti che formino una società civile “in grado di contrastare il fenomeno mafioso” che è anche “cultura mafiosa”. Ed è nei confronti di quella sub-cultura che per il magistrato campano, da tanti anni trapiantato a Palermo, è fondamentale porre in essere una battaglia di civiltà. “Vi esorto a non essere indifferenti”, prosegue poi Nino Di Matteo. “Se in passato non ci fossero stati tanti indifferenti – continua –, Cosa Nostra non avrebbe potuto raggiungere quel livello di potenza. Ciascuno di noi ha il dovere morale di schierarsi!”. Di Matteo affronta poi il significato profondo di fare determinate scelte nella vita. Scelte che sono sicuramente più scomode, come quella di non accettare raccomandazioni o favoritismi, ma del tutto liberatorie e soprattutto rivoluzionarie. “Se ripudierete la sub-cultura del privilegio – sottolinea il magistrato – avrete cominciato a fare un passo decisivo, e questa sarà una rivoluzione della mentalità che porterà alla sconfitta di Cosa Nostra”. I ragazzi applaudono vigorosamente. Il pm sottolinea come la fine della mafia - identificata in quel fenomeno umano che lo stesso Falcone aveva sapientemente descritto - non può passare solo dalla via giudiziaria, bensì attraverso “la coscienza di ciascuno di noi”. Ecco allora l’importanza di informarsi su quanto accade, così da formarsi uno spirito critico attraverso la conoscenza dei processi che si stanno celebrando. Affrontando la questione della giustizia “che riguarda tutti i cittadini” Di Matteo spiega quindi un principio cardine: “Se non si ristabilisce la verità la nostra è una democrazia finta”. Nell’aula magna non vola una mosca. Ed è Vittorio Teresi a prendere successivamente la parola. Il procuratore aggiunto di Palermo ricorda il progetto scolastico di un po’ di tempo addietro (intrapreso dagli stessi alunni del “Galilei” insieme a lui), che vedeva alcuni allievi del liceo recitare le parti di accusa e difesa all’interno di un processo, con tanto di sentenza finale. Quella rappresentazione teatrale era stata per altro realizzata all’Aula Bunker dell’Ucciardone, con grande partecipazione da parte dei giovani studenti che avevano respirato la tensione morale di quell’aula di giustizia così particolare. Anche Teresi focalizza il suo primo intervento sull’importanza di “superare la mentalità mafiosa” per voltare pagina. Il magistrato spiega quindi la complessità del fenomeno mafioso racchiuso all’interno di un “sistema criminale” molto più vasto “che al concetto di potere sostituisce il concetto di dominio”. Il “metodo mafioso” della compravendita dei voti mafiosi viene quindi affrontato dal procuratore aggiunto che sottolinea poi l’assoluta importanza di un voto consapevole e soprattutto libero. Inizia il dibattito. Uno dopo l’altro, con l’emozione e la passione giovanile che contraddistingue quell’età, prendono il microfono e si rivolgono ai relatori. Sono domande acute, spontanee, frutto di studio e di preparazione. I ragazzi sono a conoscenza della condanna a morte di Totò Riina nei confronti di Di Matteo, così come del processo sulla trattativa e sono lì perché vogliono capirci di più. Ma sono anche testimonianze vibranti di studenti preoccupati per il proprio futuro. Consapevoli che in un mondo corrotto, ereditato dagli adulti, non è facile essere giovani. Al di là di un evidente sconforto sono lì a manifestare solidarietà e sostegno ai magistrati nel mirino di Cosa Nostra. Alla domanda sulle ragioni della diffusione all’esterno delle indicazioni di morte di Totò Riina è lo stesso Di Matteo a rispondere spiegando l’importanza di focalizzare piuttosto l’attenzione sul segnale rappresentato dagli ordini del capo di Cosa Nostra. Resta il fatto che la borghesia di Palermo è la stessa che nel 1989 metteva in dubbio il fallito attentato all’Addaura facendo circolare la voce che quella bomba se la fosse messa lo stesso Falcone. A distanza di tanti anni quella “dietrologia” strisciante infesta ancora i salotti “buoni” della città. I ragazzi ascoltano queste storie completamente assorti. Uno di loro chiede come si possa essere “giusti” in uno Stato “che ha fatto dell’ingiustizia il suo modo di agire”. Vittorio Teresi spiega l’enorme difficoltà di parlare di legalità “là dove lo Stato non garantisce i beni primari”. Partendo dalla riflessione se davvero la scelta di far parte della criminalità risulti essere la più “conveniente” Teresi si addentra in un ragionamento che accomuna tutti coloro che si trovano di fronte ad un bivio. La ribellione di quattro giovani che 10 anni fa crearono il movimento di “Addiopizzo” diviene così esempio concreto della “convenienza” di una scelta. Ecco che allora ha ancora un senso cercare di essere “giusti” in questo Paese. Una ragazza chiede ai tre magistrati cosa rappresenti per loro il coraggio. “Razionalizzare la paura”, risponde a caldo il procuratore aggiunto, che sottolinea l’anormalità di un Paese dove per fare il proprio dovere “bisogna parlare di paura e di coraggio”. Dal canto suo Francesco Del Bene evidenzia provocatoriamente che se a fare il proprio dovere si finisce per essere considerati “eroi” significa che nel nostro Paese “c’è una intera moltitudine” che non lo è. La speranza del magistrato di un futuro dove si possa lavorare senza dover essere scortati è figlia del pensiero più nobile di chi è convinto di fare solamente il proprio dovere. “Probabilmente il coraggio – spiega in seguito Di Matteo – è semplicemente un problema di ‘bilanciamento’ di sensazioni e di sentimenti contrastanti. Il coraggio, così come hanno sottolineato il dott. Teresi e il dott. Del Bene, non è non avere paura. Non si può non avere paura per sé e per i propri familiari. Forse il coraggio è far prevalere altri sentimenti e decidere comunque di andare avanti”. “Tante volte mi viene chiesto ‘chi te lo fa fare?’ – racconta ancora il pm –, ogni tanto rifletto: se noi fossimo soltanto ‘freddo  raziocinio’, forse dovremmo concludere che non ne vale la pena. E questo perché sono inevitabili degli svantaggi per la carriera, per la serenità, per il quieto vivere, che si propagano nei confronti delle persone che ci vogliono bene. Ma visto che, per fortuna, nella vita di ognuno di noi c’è anche un profilo in cui la passione, l’ideale, il sentimento deve pure trovare spazio, ecco che abbiamo la bellissima consapevolezza di tentare di fare, con tutti i nostri limiti ed errori, qualcosa di utile per la società. E quando tanti cittadini comuni manifestano semplicemente il loro interesse per il nostro lavoro ci arriva la conferma che stiamo cercando di farlo”. Di Matteo ricorda poi tutti quei carabinieri, poliziotti e finanzieri “che rischiano la vita come noi e lo fanno non certamente per lauti compensi, ma solamente per passione e per il senso del dovere” manifestano una infinita gratitudine nei loro confronti. “Noi non dobbiamo avere paura di scoprire nello Stato gli aspetti patologici che ci sono e che ci sono stati – ribadisce in seguito –. Ma attenzione a quel sentimento ‘antistatale’ che costituisce la base della mentalità mafiosa”. La strada è ancora lunga e tortuosa, ma il magistrato palermitano ci tiene a manifestare ottimismo ai ragazzi in sala. “Siamo a metà del guado, non ci possiamo fermare ora. Ciascuno di noi può trovare lo stimolo per continuare osservando che cosa è cambiato e cosa cambierà. In questo modo ci renderemo conto che le cose stanno effettivamente cambiando e cambieranno definitivamente. E’ un dovere che abbiamo nei confronti di noi stessi e dei nostri familiari. A meno che non accettiamo di vivere in una società in cui ancora deve comandare soltanto il più arrogante e debba valere la legge del denaro, del privilegio e della corruzione”. Un lunghissimo applauso conclude un incontro al quale, al di là delle centinaia di studenti presenti, ha aderito l’intero plesso scolastico con tutti i suoi 1500 allievi. Ed è uno di loro, Manfredi Cavallaro, a concludere leggendo il saluto della sua scuola. Il giovane studente, che tra l’altro fa parte della “Scorta civica”, ringrazia i magistrati per “l’operato svolto e per la speranza di rinascita che con il vostro duro lavoro date ogni giorno a noi nuove generazioni”. Manfredi spiega poi che troppo spesso i giovani vengono frettolosamente definiti fannulloni e indifferenti: “non è così, i giovani sono presenti, attivi ed hanno voglia di ridare voce ad una società oppressa e taciturna. Non vogliamo più essere schiacciati dallo strapotere mafioso, per questo vi ringraziamo e vi sosteniamo. Come diceva Paolo Borsellino: ‘se la gioventù le negherà il consenso, anche l'onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo’. Vi promettiamo che noi ce la metteremo tutta e che non vi lasceremo soli. Palermo è presente!”.

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