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scacchidi Salvo Vitale - 11 marzo 2013
Stallo è il termine scacchistico con cui si indica la situazione in cui il Re non ha più la possibilità di muoversi, pur non trovandosi sotto scacco. Lo stallo determina la fine immediata della partita col risultato di patta. La partita delle elezioni è finita in stallo. Il PD ha vinto per pochi voti alla Camera e, grazie all’osceno Porcellum ideato da Calderoli per fare stravincere la destra, si è beccato il premio di maggioranza, assicurandosi i numeri per governare alla Camera, ma non al Senato, dove i premi di maggioranza regionali hanno consentito al PdL di “pattare”, con la conseguenza che, senza i voti degli “stellini”, Bersani non potrà governare, o, più esattamente, non potrà disporre di una maggioranza precostituita. Quindi stallo, non tra due, ma tra tre giocatori. In questo caso regola vuole che la partita si chiuda in parità e che se ne cominci un’altra. Ed è quello che il PD di Bersani si ostina a non capire, aspettando che Napolitano, che è uno del PD, tiri fuori dal sacco qualche coniglio per darlo in pasto agli Italiani.

Il PDL si è fatto sotto offrendo la propria disponibilità a un governissimo, come già nell’ultimo anno, ma il PD meno elle ha rifiutato un accordo con gente che ha deciso, con un voto parlamentare, che Ruby era nipote di Mubarak e adesso si affanna a far credere agli italiani che la congiuntivite, magari associata a qualche ipertensione momentanea, è una malattia così grave da impedire a un imputato di testimoniare. Anzi, c’è di più: “c’è da ridere”, ha detto Ghedini, ed è vero, da tempo sappiamo di avere davanti dei buffoni: una buffonata che ripropone giornalmente le ingiurie contro i giudici di Milano, definiti nazisti, stalinisti, barbari, per avere chiesto una visita fiscale e, prima ancora, definiti dal Berlusca peggio della mafia. Ce ne sarebbe a iosa per denunce per diffamazione, ma pazientemente i magistrati lasciano perdere e vanno avanti fin che possono. E’ stato annullato all’ultimo minuto il corteo di protesta verso il Palazzo di Giustizia di Milano, che doveva svolgersi oggi, e si è cercato di cambiare motivazione alla manifestazione di piazza contro di loro che andrà in onda credo il 22.3. Come già nel finale profetico del “Caimano”. Non c’è dubbio che, come successo qualche altra volta, verranno noleggiati pullman di poveracci disposti a far casino per 50 euro e che i pochi partecipanti diventeranno molti nelle stime dei giornalisti leccapiedi del pornoduce, il quale se ne sta tranquillo al San Raffaele, con tutti i confort e a una decina di metri di distanza da quelle “olgettine” che egli paga mensilmente e che servono per ristorare i suoi poveri occhi malati.
In tutto questo il gioco prosegue con sequenze inutili, con false mosse, con diversioni, per far credere che la colpa del mancato futuro governo è sempre dell’altro. Per Bersani i colpevoli sono gli stellini, che hanno rifiutato e continuano a rifiutare la mano da lui offerta, per Alfano- Pdl il responsabile è Bersani, che non vuole fare l’inciucio con il suo partito, per gli stellini il responsabile è sempre il dinosauro Bersani, il quale non ha capito che essi non si assoceranno con nessun partito.
Nella miope testardaggine dei piddini, spunta ogni giorno una ridda di ipotesi: quella di un nome che non sia Bersani, il quale avrebbe tutti i motivi per incazzarsi, visto che le primarie a premier le ha vinte lui. Il favorito sarebbe Renzi, il rottamatore, che è ben visto a destra e vede bene un’alleanza con la destra, chiamiamolo “governo di larghe intese”.  Qualche altro parla di “governo di scopo”, che non si sa cosa voglia dire. Altra ipotesi è quella di un “governo del presidente”, nel senso che Napolitano  tiri fuori dal cappello un altro Monti e non gli dia l’incarico, rinviando in Parlamento il compito di bocciarlo o di promuoverlo, magari con una serie di provvedimenti a breve termine, come la legge elettorale, l’abolizione del finanziamento ai partiti, l’eliminazione dei privilegi dei parlamentari, un piano di rilancio per il lavoro e altre cose fattibili senza grandi impegni di spesa o dirottando i soldi di alcune spese (tipo quelle militari), verso altri settori. Stamane è spuntato il nome della Puppato, già candidata alle primarie, adesso neosenatrice, la quale, con la sua aria da monaca spogliata, sembra la prossima vittima sacrificale. Il governo così fatto potrebbe assumere come esempio quanto sta accadendo in Sicilia, dove gli stellini stanno appoggiando alcune scelte concordate col governatore Crocetta. In tutto questo continua a non essere presa sul serio la scelta grillina di spostarsi in una nuova fase dove a decidere non siano più le segreterie dei partiti, dove ai partiti tradizionali è tempo di fare il funerale. Quello che potrebbe avvenire dopo è nebuloso, se non rischioso: Grillo parla di maggioranza del 100% e qui cominciano a suonare campanelli d’allarme: le maggioranze “bulgare” appartengono ai regimi filosovietici, ormai defunti, o a quelli dittatoriali, in cui il voto di ogni elettore è minuziosamente controllato. Oppure a collegi elettorali controllati dalla mafia, come quello in cui Vittorio Emanuele Orlando, per 25 anni ottenne la maggioranza totale. L’opposizione è il sale della democrazia, è d’obbligo di essere liberi di dire “io non sono d’accordo”, “io voto contrario”. Di consentire a Renzi di non essere d’accordo con Bersani e di rimanere nel suo partito. Quindi attenzione a certe sparate che  sembrano più dettate dalla sovraeccitazione di avere conseguito un risultato insperato e di  essere convinto che l’onda del dissenso possa continuare a ingrossarsi, e, pertanto, di chiedere nuove elezioni, come fa anche il PDL. La tautologia dell’”uno vale uno” si ribalta così nello slogan dei “tre moschettieri”: “uno per tutti, tutti per uno”, in cui tutti si riconoscono nella luce del duce che ci guida e ci conduce. Ed è forse per questo che a Grillo non piace l’art. 67 della Costituzione, il quale dice che “” ogni membro del Parlamento rappresenta la nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Cioè, chi è eletto e un rappresentante di chi lo ha eletto, indipendentemente dal partito nel quale è stato eletto. E’ vero che, sull’onda di questo articolo, sono giustificate e giustificabili le transumanze da un partito all’altro, magari pilotate da denaro e corruzione, ma nessuno può essere obbligato a rimanere in un posto, se non vuole starci. Eppure il Movimento nasce proprio dalla ribellione allo strapotere monarchico della casta, dal ritorno all’originaria democrazia gestita dai cittadini: nella risoluzione difficile  di questa antinomia è la risposta sia del suo successo, sia della sua possibilità di essere una meteora. L’altro campanello d’allarme è dato dal rapporto tra il movimentismo e la struttura organizzata, tra lo spontaneismo e il rapporto con le istituzioni che, è vero, sono spesso imbalsamate nella loro immutabilità o nell’illusione di volere incanalare la valanga del dissenso popolare in contenitori e in regole che possono nascere o esser valide in determinati momenti storici, ma superate in altri. Quindi non è tutto liscio. Alla base di buona parte della politica italiana, (ma non solo), c’è la vecchia malattia del “leaderismo”, la cronica tendenza a riconoscersi in un capo, in un profeta, in un pastore e accodarsi misticamente alle scelte, alle frasi, alle “sparate” da costui suggerite, senza vagliarle criticamente. Nel caso italiano ci sono due profeti di cui sarebbe necessario cominciare a fare a meno: uno vecchio, che dura politicamente da  vent’anni, e che continua a sfuggire come un’anguilla ai tentativi della giustizia d’intrappolarlo, cioè  il decrepito buffone di Arcore con i suoi eterni problemi, sia psicologici che giudiziari  e uno nuovo, ma sulla breccia politica almeno da tre anni, il Grillo urlante, con tutte le sciocchezze che, accanto ad altre cose molto più serie, gli escono di bocca. Il primo si serve di strategie da “Grande Fratello”, imponendo la sua dittatura mediatica, ultimamente rafforzata dall’acquisto, da parte di un suo amico de “La 7”.L’altro, tra un’esibizione natatoria di mussoliniana memoria e un discorso con strane similitudini hitleriane, preferisce il web, attraverso il suo frequentatissimo sito, o le piazze, dove può dre sfoggio delle sue doti di comico e di comunicatore. Sembra azzardato definire il terzo uomo, Bersani, un profeta o un leader:  pare solo un onesto funzionario chiuso nel suo ruolo di difensore e addetto al rispetto delle tradizionali regole democratiche, ma privo di doti carismatiche: forse andrebbe scelto proprio come tale, ma si corre il rischio di continuare ad essere imprigionati da quelle pastoie di cui ci si vorrebbe liberare. E allora? Per fortuna noi abbiamo già deciso con il voto. Adesso tocca a loro. E se non ce la fanno, toccherà di nuovo a noi.

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