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ingroia-antonio-c-giannini-bigdi Antonio Cambria - 23 dicembre 2012
“La condizione di sapere, pur non avendo le prove a supporto di alcune tesi, ha una evidente origine pasoliniana e mi accompagna, del resto, dall’inizio della mia avventura da Pubblico Ministero a Palermo, una sorta di felice sovrapposizione rispetto al mio ruolo di magistrato con cui sono abituato a convivere. Lo specifico con vigore perché sono ancora un magistrato, seppur in aspettativa”.

Questa ultima sottolineatura, accompagnata da un eloquente sorriso, racchiude in sé tutte le emozioni vissute nelle ultime ore, giorni, settimane da Antonio Ingroia che sembra quasi voler raccogliere dentro sé un’altra verità, di cui magari non ha ancora raggiunto in cuor suo un apparato probatorio definitivo, che però ben presto potrà essere rivelata con i canoni della certezza. “Una settimana al massimo, entro il 28 o 29 dicembre scioglierò la riserva, previo confronto con i co-promotori di questo nativo polo politico alternativo al berlusconismo e al montismo e realizzazione di tutte le condizioni che ho illustrato ieri a Roma. Ma sono ottimista, credo possa realizzarsi un momento di sintesi tra la società civile, chiamata ad assumere un ruolo finalmente di responsabilità nel Paese e non più di mera critica esterna, e quella parte politica virtuosa, che esiste e che ha combattuto con caparbietà, dentro e fuori dal Parlamento, il berlusconismo e il montismo, preludio alla creazione di una lista unitaria, una lista civica, in cui questa politica faccia dei passi incontro a favore della società civile, che dovrà invece fare dei passi avanti e stare in prima fila, così da gettare le basi per una nuova stagione di rinnovamento”.
Così, dunque, la presentazione del libro di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza “Antonio Ingroia. Io so” appare quasi più un pretesto per ascoltare le riflessioni dell’ex Procuratore Aggiunto di Palermo circa un suo possibile ingresso sulla scena politica che una effettiva disanima di un testo che ripercorre, con estrema chiarezza e lucidità, la vera trama di quel film dell’orrore che è stata la c.d. trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra, la cui scoperta segnò ed accelerò il destino di Paolo Borsellino. Una sensazione palpabile di attesa verso quello che potrà essere, ma che ancora non è dato sapere, che pervade le numerose presenze della Sala Perriera, presso i Cantieri Culturali di Palermo, affascinate dal racconto di una inquietante verità storica, prima che giudiziaria, che attraversa l’ultimo ventennio e fa da ponte verso il futuro, da costruire sulle macerie ereditate dal fresco passato.
“Ormai da quel maledetto 19 luglio 1992 mi ritrovo a ricoprire la duplice veste di testimone di giorni terribili nonché di investigatore. Come tanti altri cittadini, palermitani e non, ebbi da subito la sensazione, giacchè non avallata da nessun indizio o prova avente valenza giudiziaria, che quanto accaduto in via D’Amelio non fosse ascrivibile solo alla mano mafiosa ma vi era dell’altro. La complicità dello Stato e la convergenza di diversi moventi si è tramutata, negli anni, da mera convinzione a certezza giudiziaria, attraverso la scoperta dei numerosi e terribili depistaggi istituzionali, volti a celare una verità troppo scomoda. Tuttavia, la verità su quella strage è ancora coperta da una cappa, che la magistratura ha solo scalfito. Ecco perché è ancora più importante un impegno globale e collettivo, invocando la politica a fare la sua parte, magari attraverso l’introduzione di una specifica Commissione d’inchiesta che faccia luce su quella drammatica stagione”.
Un auspicio, quello rivolto da Ingroia, che sembra in realtà essere in antitesi con l’attuale pensiero politico italiano, alieno rispetto al panorama internazionale, volto alla costante negazione di un principio di responsabilità politica, oltre che penale, verso quegli esponenti istituzionali autori di comportamenti anche solo eticamente inaccettabili, tali per cui dovrebbero automaticamente essere espunti dal quadro politico, prima ancora dell’intervento della magistratura. Un limite tutto italiano che, sottolinea l’ex procuratore aggiunto, impedisce al nostro Paese di “essere una democrazia matura. Peraltro, le indagini condotte dalla Procura di Caltanissetta sulla stagione dei depistaggi denotano gravi e reiterate violazioni da  parte di alti funzionari statali. Ebbene, mi chiedo cosa abbia finora fatto, nei loro confronti, il Ministero dell’Interno su un piano disciplinare. E il Parlamento come si è posto su quella stagione stragista? Occorrono, perciò, dei consistenti passi in avanti se la politica vuole davvero rielegittimarsi, riacquistare credito agli occhi dei cittadini”.
Ma per farlo davvero, insiste Ingroia, non basta la repressione del fenomeno mafioso bensì occorre rinnovare la classe dirigente attuale, che è sempre la medesima, improntandola ad una vera lotta contro la mafia che, come la storia insegna, è connotata proprio da stabili trattative con lo Stato.
Infatti, analizzando compiutamente la storia di questo connubio, appare palese come “così come la mafia non ha mai dichiarato guerra allo Stato in modo continuativo, anche lo Stato ha risposto su un piano legislativo solo a singhiozzo. La prospettiva di continuativa e pacifica convivenza, cioè, mutava solo in caso di temporanea divergenza, sempre ricomposta in tempi rapidi attraverso l’intermediazione di appositi ambasciatori per entrambe le parti. Solo attraverso un nuovo modo di essere della classe dirigente, invero, la fine della mafia auspicata da Falcone potrà finalmente avverarsi. Certo, non siamo più al punto di partenza, sul campo della lotta alla mafia sono stati compiuti dei passi avanti, ma ancora il nodo è politico, come ripeteva Paolo Borsellino”.
Un vuoto politico che non può essere integralmente soppiantato dalla magistratura, specie in indagini delicatissime come quelle svolte dalla Procura di Caltanissetta sul depistaggio di via D’Amelio, dove troppe coincidenze lasciano quantomeno perplessi. Troppi elementi, emersi a posteriori, fonti di inganno per numerosi ed autorevoli magistrati, se letti secondo un criterio squisitamente logico, ma non giudiziario, appaiono spie di una ferma volontà di occultare la verità sulla trattativa e il ruolo in essa rivestito dai servizi segreti. Ma, sottolinea Antonio Ingroia, “una cosa è la logica ricostruzione di accadimenti attinenti il depistaggio, ben altra cosa è un processo penale, che si regge su prove e non su deduzioni”.
Un ruolo, in tal senso, notevole avrebbe potuto ricoprirlo addirittura Bernardo Provenzano, la cui ipotetica volontà di collaborare con la giustizia ha fatto recentemente molto discutere. “In realtà non ci sono mai stati segnali di effettiva volontà collaborativa da parte sua”, si affretta a precisare Ingroia, “solo un paio di frasi sono apparse allusive in tal senso ma in realtà egli altro non faceva che prendere tempo, riservandosi di entrare nel merito dell’argomento in seguito, ma non mi sembra il caso di fare illazioni”.
Illazioni, tanto quanto quelle che in questi giorni sono state riversate sul suo conto in vista di una ipotetica candidatura alle prossime politiche, in buona misura figlie di un modo di pensare drogato dall’esperienza del ventennio berlusconiano che, ad avviso dello stesso ex pubblico ministero, ha inciso finanche sulla cultura ed ha operato un significativo lavaggio dei cervelli, spingendo il cittadino a pensare solo ciò che Berlusconi stesso vuole si pensi.
In particolare, sollecitato in tal senso dalle domande degli autori, Ingroia sottolinea come le accuse rivoltegli dall’on. Orlando (Partito Democratico) appaiono pretestuose e al contempo pericolose, in quanto “implicitamente ed involontariamente conducono a sostenere la paradossale tesi che l’elettorato passivo spetti solo a quei magistrati che non indagano sui politici e, contestualmente, invitano la magistratura a non indagare personaggi politici in cambio di una assicurata carriera politica e di  benefit di ogni tipo. In altri termini, chiedo di essere giudicato da pubblico ministero fino a quando lo sono stato e non per eventuali scelte politiche, su cui dovrò eventualmente ed esclusivamente essere valutato. Ma ribadisco con forza, e sfido chiunque a sostenere il contrario, che mai ho svolto un’indagine su un uomo politico per fini meramente politici, non suffragata da elementi probatori netti. Il caso Dell’Utri è sintomatico, giacchè il processo era retto su prove evidenti e non su finalità politiche”.
“Rivendico, inoltre, il mio giudizio sulla recente sentenza della Corte Costituzionale sul conflitto di attribuzione sollevato dal Presidente Napolitano. Una sentenza che qualifico politica”, ribadisce Ingroia, “perché frutto di una interpretazione creativa della Corte, legittima ancorchè da me non condivisa, che smentisce la legge penale e ricostruisce il ruolo del Presidente della Repubblica secondo un modello ancor più sovraordinato, ampliandone i poteri. Cioè, è una scelta di politica del diritto, che nulla ha a  che vedere con le sentenze definite politiche da Berlusconi, che sarebbero quelle tese alla strumentalizzazione della magistratura al fine di eliminare avversari politici. Quelle, infatti, sono illeciti!”
Un rinnovamento morale ed etico, dunque, che per Antonio Ingroia deve necessariamente passare da un profondo cambiamento della classe dirigente del nostro Paese cui la magistratura non può e non deve sottrarsi come fosse un’entità astratta ed aliena, partecipando attivamente a questo processo di cambiamento. Un processo che passa anche dal superamento del dogma della sacralità della magistratura rispetto alla scarsa pulizia della politica intesa nel suo complesso. “Luoghi comuni”, assicura Ingroia. “L’idea che la magistratura possa essere infettata dalla sporcizia della politica, di tutta la politica, è un’idea profondamente sbagliata. Infatti, non tutta la politica è marcia, esiste anche una componente virtuosa, al contempo la magistratura è già intrinsecamente parte del tessuto sociale, è immersa nella società. Ed è proprio con questa politica virtuosa che vuole dialogare questo nuovo polo politico, che è già nato a prescindere dalla mia ipotetica candidatura. A condizione che queste forze politiche facciano un passo incontro verso la società civile, accompagnandola ad un ruolo di protagonismo tanto atteso”.
Per sapere se anche lui ne sarà protagonista assoluto, dall’Italia o dal Guatemala, ed in che veste, basterà attendere pochi giorni.

Foto © Castolo Giannini

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