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maniero-felicedi Nicola Biondo - 17 dicembre 2012
Di trattative e ricatti allo Stato Felice Maniero se ne intende. Ecco perché negli scorsi mesi la Procura nazionale antimafia ha deciso di ascoltare l’ex-capo della mafia del Brenta ormai in libertà. Il file investigativo è quello della trattativa Stato-mafia.

L’ufficio diretto da Pietro Grasso ha voluto tastare il polso di uno dei più feroci banditi degli ultimi vent’anni che nonostante la patente di collaboratore di giustizia non ha mai rivelato molto sui lati oscuri della sua banda nata e prosperata nel ricco Nord-est. Maniero avrebbe fatto riferimento ai contatti avuti con esponenti dei servizi e ad alcuni furti su commissione operati non solo in Veneto: ai banditi finivano i preziosi ai mandanti i documenti trovati nei caveau assaltati. Nella banda veneta – secondo le indagini – avrebbero trovato posto ex-estremisti di destra e confidenti di apparati dello stato.
Ma cosa c’entra l’ex-faccia d’angelo Maniero con la mafia, le bombe e le trattative del biennio ’92-’93? Di contatti con i siciliani di Cosa nostra Maniero ne ebbe fin dall’inizio della sua epopea criminale, rifornendo di droga i suoi depositi grazie attraverso uno dei re del narcotraffico mafioso, Gaetano Fidanzati. L’idea di una banda strutturata in modo verticistico il rapinatore veneto la mutò proprio da quei contatti. Ma ciò che sembra interessi i magistrati della Dna è la trattativa che Maniero mise in campo in parallelo a quelle di Cosa nostra, trattative che in questo caso non si svolsero nella solita cornice di sangue ma all’ombra di importantissime opere d’arte e reliquie trafugate. Non è un caso che nell’immenso database dell’Antimafia il termine trattativa compare solo in riferimento alla Mafia e alla banda del Brenta. Fu per una trattativa con lo Stato che Maniero fece trafugare dalla basilica di Padova le reliquie di Sant’Antonio il 10 ottobre del 1991 mentre mille e cinquecento chilometri più a sud la Cupola decideva l’attacco allo Stato. Nel gennaio 1992 un altro colpo, stavolta alla Galleria Estense del Museo civico di Modena, fruttò quattro preziose tele e uno antico stemma. L’obiettivo di Maniero era quello di utilizzarli come merce di scambio per liberare dal carcere un suo parente e avere da sorvegliato speciale più libertà. Ma gli investigatori hanno sempre avuto il sospetto che dietro quei furti clamorosi ci sia stato molto altro. Ed è quello che la Procura nazionale vuole verificare con nuove indagini. Che le trattative per recuperare la refurtiva intersecarono le strade della banda Maniero e di Cosa nostra è un dato acquisito: “Dall’interesse dello Stato a recuperare opere d’arte – recita la sentenza di primo grado sulle stragi del ‘93 si passa, infatti, a quello di non perdere le opere possedute; dalla possibilità di ottenere benefici facendo recuperare un’opera si passa a quella di ottenere una contropartita minacciando la distruzione di altre”. L’idea di utilizzare come merce di scambio il patrimonio artistico italiano passò, attraverso intermediari ancora senza volto, da Maniero a Riina. Al centro delle trattative ci furono 007 e personaggi di frontiera come Paolo Bellini utilizzato sia per ottenere informazioni sui furti di Maniero che per una delle tante trattative in quei mesi di fuoco. E fu proprio Bellini a comunicare per primo al nucleo dei Carabinieri che si occupa del patrimonio artistico l’intenzione dei boss di colpire importanti monumenti come la Torre di Pisa. Questo segmento d’indagine incrocia l’inchiesta palermitana sulla trattativa non solo quella riguardante 12 indagati ormai arrivata di fronte al Gip Piergiorgio Morosini ma anche il procedimento stralcio, quello sul ruolo giocato dai servizi segreti e da attori esterni a Cosa nostra. Forse gli stessi che hanno gestito la trattativa con Maniero ormai libero nonostante gli omicidi, le rapine, il traffico di droga.

Tratto da: L’Unità

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