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messina-denaro-matteo-web1Il procuratore antimafia Grasso sentito in Commissione Antimafia
di Aaron Pettinari - 23 ottobre 2012
Anche il superlatitante Matteo Messina Denaro sarà indagato dalla procura di Caltanissetta per il coinvolgimento nella strage di Capaci. Ad annunciarlo è stato il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso nel corso di un'audizione davanti alla commissione antimafia.

L'attività investigativa riguarda la partecipazione di Messina Denaro “alla fase antecedente alla strage, con la presenza a Roma, nel febbraio del '92, nel commando incaricato di uccidere Falcone”. Un commando composto proprio da Messina Denaro, considerato come l'attuale capo di Cosa Nostra, da Vincenzo Sinacori, della famiglia di Mazara del Vallo poi collaboratore di giustizia, e da Giuseppe Graviano, capo della Famiglia di Brancaccio. Grasso ha ripercorso quanto accaduto in quegli anni spiegando che “Per uccidere Falcone a Roma sarebbero bastate dieci pallottole invece di chili di esplosivo e questo non si spiega altrimenti se non con la necessità di far convergere altri interessi”. Il procuratore nazionale ha poi parlato anche del fallito attentato dell’Addaura: “Spesso Cosa Nostra è stata usata come braccio armato per difendere interessi di poteri occulti, economici, politici, finanziari. Le intuizioni sono laceranti, ti lasciano dentro una forte inquietudine quando non riesci a tradurle in prove processuali, ma vale la pena di essere ostinati” tanto che grazie alle dichiarazione del collaboratore di giustizia Fontana si è accertata la presenza a largo di uomini dei servizi segreti.

E proprio l'Ente dei servizi segreti potrebbe portare nuovi importanti elementi per raggiungere la verità su quegli anni bui. “Se fossi a capo dei servizi segreti, oggi, - ha proseguito il procuratore - e lo dico non perché io voglia fare una critica, ma cercherei, ovunque, tra le carte, negli archivi, per aiutare a trovare la verità, e farei di tutto per dare alla magistratura e alla politica quelle certezze che ancora non abbiamo”. Grasso ha poi aggiunto che “nell'inchiesta della Dda di Caltanissetta, i magistrati danno atto dell'ottima collaborazione avuta dai servizi. Ma si tratta di una collaborazione per tutto quello che ha richiesto la procura nissena, non è certo tutto quello che i servizi hanno trovato nei loro archivi”. Grasso, inoltre, ha riconosciuto con una certa amarezza che “finché non ci saranno pentiti dei Palazzi non potremo avere una verità completa. Eppure ci sono dei vivi che potrebbero parlare e anche delle carte che potrebbero resuscitare. È certo che c'è stata un'attività svolta dai rappresentanti delle istituzioni e che la finalità dichiarata di questa attività era mettere fine alle stragi, che per altro non sono finite in Sicilia, ma sono continuate nel continente”. Con riferimento, infine, a quanto finora appurato dalle inchieste che si sono occupate della trattativa - condotte da Palermo, Firenze e Caltanissetta – il procuratore nazionale ha sottolineato che l'attività di trattativa c'è stata ma che a suo parere è riduttivo ritenere che questa avesse come scopo solo l’eliminazione del carcere duro.
“L'ex ministro Conso ha detto di aver preso iniziative da solo per far cessare le stragi, le stragi invece sono continuate, la mafia ha ottenuto pochi risultati: la revoca di qualche 41 bis e, nel '98, la cancellazione delle carceri di Pianosa e dell'Asinara”. Ciò fa pensare che l'obiettivo dei boss sarebbe stato un altro, ovvero l'individuazione di un nuovo soggetto politico, tanto che con l’arresto degli stragisti dei Graviano nel ’94, ha detto il superprocuratore, si sono interrotte le stragi.
Infine, una volta per tutte, Grasso ha chiarito che tra le Procure di Firenze, Caltanissetta e Palermo, non vi è mai stata sovrapposizione di poteri, bensì massimo coordinamento allo scopo di “razionalizzare le indagini” che ha offerto un notevole contributo anche per chi come “la Dna deve tirare le fila di ciò che è stato accertato”.

In foto: Identikit di Matteo Messina Denaro

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