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Ingroia-greco-c-webdi Lorenzo Baldo - 21 settembre 2012 - FOTOGALLERY
Palermo. “Le conquiste più importanti sul fronte della lotta alla mafia, ma anche le conquiste più importanti di cui la magistratura ha fruito a valle, vengono dalla spinta di grandi movimenti di massa dal basso”. Le parole di Antonio Ingroia alla festa di Liberazione riscuotono applausi a più riprese. Poco prima di iniziare il suo intervento al dibattito organizzato dalla federazione di Palermo di Rifondazione Comunista “La lotta contro la mafia oggi: crisi e poteri criminali” (insieme a Dino Greco, Armando Sorrentino e Mimmo Cosentino) il procuratore aggiunto di Palermo rivendica ai microfoni dei giornalisti il suo diritto a partecipare a dibattiti politici quando si parla di mafia e di giustizia.

“E’ un diritto che tocca a tutti i cittadini – ribadisce Ingroia –  e anche ai magistrati. Quando si parla di questo argomento, direi che questa possibilità debba essere data soprattutto ai magistrati che hanno non solo il diritto ma persino il dovere di partecipare a questo tipo di dibattito”. E’ del giorno prima la durissima nota di Md che, pur senza nominarlo, sottolinea “l’inopportunità della ricerca esasperata di esposizione mediatica, anche attraverso la sistematica partecipazione al dibattito, da parte di magistrati che approfittano dell’autorevolezza e delle competenze loro derivanti dallo svolgimento della attività giudiziaria e utilizzano nel confronto politico le conoscenze acquisite e le convinzioni maturate nel contesto di un’indagine”. Davanti alle telecamere il procuratore aggiunto di Palermo non si scompone e rimarca il fatto che chi ha scritto quel comunicato se ne assume la responsabilità. Poi però durante il suo intervento torna ad approfondire il suo pensiero evidenziando come il documento di Md renda “irriconoscibile” la corrente delle toghe al quale egli stesso appartiene. Ingroia parla delle “primavere giudiziarie palermitane”, a partire dal pool antimafia di Falcone e Borsellino fino al pool di Giancarlo Caselli, che “hanno avuto grandi risultati anche nei processi”. L’ex allievo di Paolo Borsellino ricorda quella magistratura “che non ha frenato i movimenti di massa, ma che ha cercato di ‘assecondare’ ed era in linea rispetto a questi movimenti”. Il magistrato palermitano sottolinea come “quei movimenti di massa, così come quelli sindacali che sono stati repressi nel sangue” abbiano dato un forte impulso accolto successivamente da quei soggetti politici “che hanno intercettato e trasformato in verità quella spinta” . Discorso analogo per il giornalismo che “ha svolto un ruolo preziosissimo in quella stagione”. Ingroia parla specificatamente di una stagione nella quale “dentro lo Stato c’era una magistratura nella migliore delle ipotesi pavida e timida se non collusa, con le forze di polizia controllate direttamente dal potere politico”. “Il ‘rimpianto’ giornalismo di inchiesta – ribadisce il pm – svolgeva questo ruolo assecondando quei movimenti di massa”. Ecco quindi che si ritorna alla questione spinosa delle accuse ai magistrati che partecipano a convegni politici. “Paradossalmente – sottolinea Ingroia – oggi la magistratura ha svolto un ruolo nella società che hanno svolto altri attori politici e sociali nel passato. Ma questa è una colpa della magistratura o un merito? Io penso che sia un merito. E in questo senso penso che la magistratura si debba muovere. Sono sbigottito che i vertici di Md oggi non lo capiscano…”. Lo spazio del giardino inglese adibito al dibattito è affollato oltre misura. Ingroia parla della politica antimafia “dello Stato italiano”, che “se avesse avuto l’obiettivo di sconfiggere Cosa Nostra sarebbe stata una politica fallimentare visto che con la mafia lo Stato italiano ha a che fare da 150 anni”. “A questo punto – evidenzia il pm – bisogna chiedersi se è fallita perchè è stata condotta da incapaci o se invece la ragione del fallimento è un altro. Il fenomeno mafioso non è solo un fenomeno criminale da ridurre a coppole e lupare dell’iconografia ufficiale. Quando parliamo di quello che è la mafia in senso più ampio ci riferiamo ad un sistema di potere criminale mafioso che non è un affare delle classi popolari, ma che è soprattutto un affare delle classi dirigenti della Sicilia e non solo. La verità è che la politica antimafia dello Stato italiano ha avuto momenti di emergenza, in cui ha delegato alla magistratura la lotta alla mafia, ma non ha mai avuto l'obbiettivo di sconfiggere Cosa Nostra”. Ingroia specifica che non intende riferirsi alla politica contro la mafia del governo Monti “che d'altra parte non ha una vera politica antimafia”. Il procuratore aggiunto ribadisce la gravità di una campagna di stampa “martellante” intrapresa negli anni contro quella magistratura invisa ai poteri forti. Una campagna strisciante che rinasce dalle proprie ceneri giorno dopo giorno. L’ennesimo “scoop” di Panorama (anticipato dai giornalisti poco prima dell’inizio del dibattito) è mirato questa volta a screditare un collaboratore di Ingroia. L’inconsistenza e la vacuità dei temi riportati a mo’ di accusa non scalfiscono minimamente il magistrato che preferisce focalizzare l’attenzione sul “berlusconismo imperante” che ha “egemonizzato il dibattito politico contaminando ambienti al di sopra di ogni sospetto”. “La mafia non è un anti-Stato” ricorda il pm per poi sottolineare come in certi momenti storici abbia svolto un ruolo di “stabilizzazione”. Più volte viene citata la necessità di un “salto di qualità” nella lotta alla mafia, a partire dalla politica fino ad arrivare ad una nuova legislazione antimafia. Per il pm resta tuttora da sciogliere “quel nodo tra criminalità e classi dirigenti”, là dove si annida “la ragione di tanti misteri, di tante stragi e di tanti depistaggi”. “Cambiano i volti (e non parlo dei leader politici di oggi) – sottolinea –, ma la classe dirigente ha fatto sempre la stessa politica di convivenza e di contiguità con i poteri criminali del nostro Paese”. Per poter cambiare lo Status quo bisogna quindi “cambiare il modo di essere della nostra classe dirigente”. Riprendendo l’appello lanciato alla festa del Fatto Quotidiano Ingroia rimarca infine il suo pensiero sottolineando di “non cercare consensi”. “Tocca a voi, tocca soprattutto ai cittadini e non tocca certo alla magistratura fare in modo tale che cambi la classe dirigente, il modo di essere della classe dirigente. Solo così potremo sperare di poterci liberare dalla mafia”.

In foto: Antonio Ingroia e Dino Greco

FOTOGALLERY DELLA FESTA DI LIBERAZIONE 2012 © Federazione Sinistra Palermo

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