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lombardo raffaeledi Monica Centofante - 30 marzo 2012
Polverone politico sul caso Lombardo, dopo il pronunciamento del Gip catanese Barone che ieri ha disposto l’imputazione coatta per concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio aggravato per il Presidente della Regione Siciliana e per il fratello Angelo, deputato nazionale dell’Mpa.

La cui posizione dovrà essere ora valutata da un altro giudice per le indagini preliminari, dopo che i pm avranno riformulato l’imputazione per i due politici.
Ci sono gli elementi di prova “circa i rapporti tra gli onorevoli Raffaele e Angelo Lombardo ed esponenti di Cosa Nostra finalizzati a ottenere il sostegno dell’organizzazione criminale in occasione di competizioni elettorali, anche mediante finanziamenti provenienti dall'organizzazione e che si ritiene essere stati effettivamente erogati”, aveva dichiarato l’ufficio inquirente guidato al procuratore capo di Catania Giovanni Salvi. Che tuttavia aveva avanzato richiesta di archiviazione per mancanza, alla luce della sentenza Mannino, di “elementi di prova sufficienti a ritenere che l’accordo suddetto si sia sostanziato in promesse concrete dei politici. O in fatti che abbiano avuto efficacia causale sulla vita dell'associazione criminale, e cioè che l'abbiano rafforzata in maniera rilevante, come richiesto dai principi affermati dalla Cassazione a Sezioni unite”. Dunque, secondo gli stessi pm,  la prova dei contatti c’è e tali elementi, ha sottolineato il giudice Barone, sono sufficienti per valutare l’apertura di un processo.
Così come per esprimere un giudizio politico prima che giudiziario. Ne sono convinti, tra gli altri, il leader dell’Idv Antonio Di Pietro e di Sel Nichi Vendola: il primo chiede le dimissioni immediate, il secondo si domanda “cosa farà adesso il Pd in Sicilia”. Poiché non si tratta di “incidenti di poco conto. Questo è un tema che torna perché il predecessore di Lombardo è in carcere per gli stessi motivi”. Sul punto erano già intervenuti gli onorevoli Giuseppe Lumia e Antonello Cracolici: ieri mattina avevano ribadito che il loro sostegno continuerà ad esserci solo se non vi sarà alcun provvedimento di rinvio a giudizio. Se ci dovesse essere, ha spiegato Lumia, “chiederemo a Lombardo di dimettersi. Non saremo secondi a nessuno per serietà e coerenza”. Sulla stessa linea l’assessore e magistrato Massimo Russo, che si dichiara “testimone della vera antimafia di Lombardo” e lo stesso Presidente della Regione che ha assicurato: “In caso di rinvio a giudizio mi dimetterò. Non sottoporrò la Regione alla guida di un presidente rinviato a giudizio”.
Risposte che non risolvono però il vero problema: la questione morale. Da sinistra è il catanese Orazio Licandro, del Pdci, ad attaccare: “La nuovelle vague antimafia dovrebbe perdere l’arroganza che l’ha contraddistinta negli ultimi tempi e ritornare a svolgere il proprio lavoro di prevenzione, senza attendere l’operato della magistratura”. Debole l’indiretta replica di Cracolici: “I miei amici a sinistra non sollevano questioni morali, ma solo questioni politiche strumentali”. Se i contatti con i boss ci sono stati “il problema è se quegli incontri siano stati finalizzati a prendere voti e comunque si tratta di personaggi politici che solo successivamente hanno stretto rapporti con Cosa Nostra. In Sicilia può capitare di frequentare gente così”.
All’opposto l’opinione di Claudio Fava, dal 2010 coordinatore della segreteria nazionale di Sel. “Ci sono comportamenti provati, a prescindere dalla loro collocazione politica” ha dichiarato. “La più alta carica della Regione ha incontrato boss mafiosi. E’ una questione di etica pubblica. Un’altra persona avrebbe compiuto non uno: dieci passi indietro”.

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