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fallimento-webA Roma si svolge il congresso nazionale dell'Istituto Nazionale degli amministratori giudiziari
di Lara Borsoi - 21 ottobre 2011
«Nove aziende sequestrate su dieci finiscono in fallimento o liquidazione. Una su tre fallisce prima della confisca: il nostro obiettivo è salvare queste aziende».

E' questo l'allarme lanciato da Domenico Posca, presidente dell'Inag (Istituto nazionale degli amministratori giudiziari), aprendo la prima giornata di lavori del congresso nazionale degli amministratori giudiziari dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, che si è tenuta a Roma, presso la Sala capitolare del Chiostro del convento di S. Maria sopra Minerva.
Al congresso sono intervenuti il Procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso, il sottosegretario del ministero dell’Interno Alfredo Mantovano, il presidente Ocd dell’Alta Corte di Belgrado Wladimir Vucinic e Miljco Radisavljevic procuratore specializzato nel crimine.
Lo scopo è migliorare la gestione dei beni mobili e immobili sequestrati alla organizzazioni criminali. Durante il congresso è stato presentato un dossier redatto dall’Inag che dimostra proprio questo dato drammatico, ovvero la morte di un gran numero di imprese dopo il sequestro o la confisca. Ciò accade perché viene tolta loro la protezione dei clan e portate alla luce le irregolarità che incidono sui rapporti con fornitori e banche.
“Serve un confronto -ha spiegato Posca- sui problemi gestionali di queste aziende. E questo per diversi motivi. Anzitutto per la pluralità di settori in cui si opera in quanto si va dall'edilizia alle aziende agricole e alle industrie. Inoltre c'è da gestire la situazione dei dipendenti in fibrillazione, che temono per il prosieguo del loro rapporto di lavoro o il cui impiego va regolamentato. Altro ordine di problemi, sono i clienti che si allarmano e dirottano altrove le commesse per le aziende, o i fornitori che reclamano subito il saldo dei crediti”. Per far fronte a queste problematiche l'Inag propone un regime fiscale privilegiato per le aziende poste sotto amministrazione giudiziaria in quanto “solo in questo modo sarà possibile permettere a queste imprese di poter rimanere sul mercato, scongiurando la perdita del posto di lavoro per centinaia di unità lavorative”.
Per il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso “L'antimafia sta colpendo l'economia illegale sequestrando i beni, cliniche, hotel, resort: li esempi positivi di recupero di beni confiscati non mancano. Che poi nella maggior parte dei casi l'azienda che era un'impresa mafiosa non possa reggere il mercato, questa è una realtà sulla quale ci dobbiamo confrontare. In molti casi le imprese sequestrate falliscono subito perchè sono una 'lavanderi' di denaro sporco o perchè viene loro meno il flusso di denaro illegale, a costo zero. Perciò, appena viene calata in una realtà legale, l'azienda soffre a mantenere il mercato”. Di qui anche il ruolo giocato dagli amministratori giudiziari che “non sono solo 'custodi' ma dei manager dei beni sequestrati”. Grasso ha infine sottolineato la necessità di una “cooperazione internazionale” nell'aggressione ai patrimoni mafiosi. Altrimenti ha detto, “si corre il rischio di svuotare il mare con il cestello”.
Quello dei beni confiscati è da sempre stato un tema delicato. La prima legge a riguardo è la 646/82 Rognoni-La Torre (reato di associazione mafiosa e confisca di beni e ricchezze) in seguito, grazie a Libera di Don Ciotti, è stata approvata la legge 109/96 che stabilisce il “riutilizzo a fini sociali dei beni sequestrati”, alla quale tanto aspiravano il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e Giovanni Falcone. Ad oggi putroppo tutto l’iter per l’assegnazione ad associazioni, organizzazioni, scuole, ecc. può durare anche più di dieci anni. In tutto questo lasso di tempo il bene confiscato rimane in stato di abbandono con un alto rischio che lo stesso si deteriori o che finisca tra le mani dei vandali.
E ad aggravare la situazione c'è il pacchetto sicurezza inserito nella finanziaria 2010 per cui viene previsto il potenziamento dell’Agenzia per i beni confiscati alle mafie, la quale potrà autofinanziarsi mettendo a reddito una parte de beni confiscati grazie all'introduzione della possibilità di vendita degli stessi.  
Un'azione che, senza una corretta regolamentazione, presenta grandissimi rischi. Così come ricordato più volte dallo stesso Don Ciotti la “vendita dei beni non è la soluzione, anzi, è l’ennesimo aiuto dato ai boss mafiosi, perchè disponendo di molta liquidità provvedono a riacquistarli”.
Al fronte dei grandi successi ottenuti, considetato che dal 1° Settembre 2011 sono stati confiscati alla mafia 11.640 beni (10.182 immobili e 1.458 aziende) e sotto sequestro cira 14mila (11mila immobili e 3mila aziende), diventa quindi necessario che il Governo si impegni seriamente in entrambi i fronti, sia per evitare il fallimento delle aziende sottoposte sotto l'amministrazione giudiziaria che per assegnare i beni affinché, come ricorda il presidente di Libera, “da un bene esclusivo (loro) si ricavi un bene condiviso da tutti”.

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