Il cellulare del prestanome del clan Senese giace da oltre un mese sulla scrivania dei finanzieri del Nucleo di polizia valutaria di Roma. Il dispositivo non è ancora stato analizzato: per procedere all’apertura serve infatti il via libera della Procura capitolina, che si trova davanti a un nodo delicato. All’interno delle chat Whatsapp sequestrate figurerebbero anche conversazioni con l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, oggi deputato e quindi titolare delle garanzie previste per i parlamentari. Secondo quanto risulta al Fatto, gli uffici guidati dal procuratore Francesco Lo Voi stanno valutando da settimane se chiedere preventivamente alle Camere l’autorizzazione a procedere, seguendo la stessa strada già intrapresa dalla Procura di Milano nel procedimento legato a Mps-Mediobanca.
Una scelta che rischierebbe di rallentare sensibilmente l’indagine sulla “Bisteccheria d’Italia”, il locale di carne aperto ai Colli Albani, a Roma, da Delmastro nel 2025. L’esponente di Fratelli d’Italia aveva poi ceduto rapidamente le proprie quote alla fine dello scorso febbraio. Tra i soci figurava anche Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, condannato in via definitiva il 19 febbraio 2026 per intestazione fittizia aggravata dal metodo mafioso, in quanto ritenuto prestanome del clan guidato dal boss Michele Senese, detto “O’ Pazz”.
L’inchiesta nasce proprio dal monitoraggio delle evoluzioni societarie legate ai Caroccia. Come riferito dallo stesso Lo Voi in Commissione Antimafia, i pm romani si sono imbattuti nella società “Le 5 Forchette srl”, riconducibile al ristorante, aprendo così un fascicolo per riciclaggio e intestazione fittizia aggravati dal metodo mafioso nei confronti di Mauro e Miriam Caroccia. Restano invece estranei all’indagine gli altri soci della società: Delmastro, l’ex vicepresidente della Regione Piemonte Elena Chiorino, gli esponenti biellesi di Fratelli d’Italia Cristiano Franceschini e Davide Zappalà e l’imprenditrice Donatella Pelle.
Il telefono di Mauro Caroccia era stato sequestrato dalla Guardia di Finanza il 2 aprile scorso mentre si trovava in custodia alla moglie del ristoratore, Barbara Tritoni. La svolta procedurale arriva pochi giorni dopo, il 9 aprile, quando la donna viene ascoltata come testimone. In quell’occasione Tritoni riferisce agli investigatori dell’esistenza di una chat denominata “Le 5 Forchette”, all’interno della quale i soci — con Mauro Caroccia al posto della figlia Miriam — discutevano della “gestione attiva del ristorante, delle decisioni sulle forniture e del resto della vita imprenditoriale”, è il senso delle dichiarazioni raccolte dagli inquirenti.
A questo punto emerge il problema giuridico. La Corte costituzionale, pronunciandosi nel caso Renzi-Open, ha stabilito che le chat rientrano nella nozione di “corrispondenza” e che, senza autorizzazione parlamentare, quelle contenenti comunicazioni con un membro delle Camere dovrebbero addirittura essere distrutte. Di fronte a questo scenario, la Procura valuta diverse opzioni: proseguire l’indagine senza esaminare il telefono sequestrato oppure chiedere formalmente l’autorizzazione a procedere. Anche nel caso di un eventuale diniego, resterebbe da capire se le conversazioni possano comunque essere utilizzate laddove riguardino soggetti terzi.
Quello della “Bisteccheria d’Italia” non è però l’unico fascicolo in cui la Procura di Roma rischia di scontrarsi con il tema delle guarentigie parlamentari. Il 24 marzo la Guardia di Finanza capitolina ha sequestrato dispositivi elettronici appartenenti a sedici persone tra imprenditori, alti ufficiali e funzionari pubblici nell’ambito di un’indagine su un presunto sistema corruttivo tra organismi della Difesa e aziende partecipate. Tra gli indagati compare Antonio Spalletta, accusato di aver fatto pressioni “presso organi di vertice delle Istituzioni” per favorire la promozione di un ufficiale dell’Aeronautica. Nelle informative investigative compare anche il nome dell’ex sottosegretario e deputato di Forza Italia Giorgio Mulè, che non risulta indagato.
In questo secondo procedimento i magistrati non hanno la certezza che nei dispositivi sequestrati vi siano comunicazioni con parlamentari e possono quindi procedere con gli accertamenti. Tuttavia, se durante le analisi dovessero emergere messaggi riconducibili a Mulè o ad altri esponenti politici, si riproporrebbe lo stesso identico problema emerso nel caso Caroccia-Delmastro.
Fonte: Il Fatto Quotidiano
Foto © Imagoeconomica
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